Espertissimo nel cavar fuori documenti antichi, fra il resto trovò una Messa de' primissimi tempi del cristianesimo[199]. I Luterani ne menarono vanto come diversissima dagli usi recenti di Roma; ma postavi maggior attenzione, trovaronla sfavorevole ai loro dogmi, e diedero opera a sopprimerne tutte le copie, mentre il cardinale Bona la ristampò al fine de' suoi Liturgici.

Nel Catalogus testium veritatis (Basilea, 1556) il Flacio schierò le persone e scritture che prevennero o sostennero il protestantesimo. Incitatissimo contro il papato, però nelle opinioni non sempre si conformava ai capi, che lo diceano accattabrighe, intollerante: causò disordini, e parea che di questi si giovasse per tener in freno i principi. Mentre Melantone, che all'amor della pace avrebbe sagrificato tanto, scrisse un libro delle cose indifferenti (De adiaphoris), ove vuole non s'abbia a ostinarsi nel ripudiar riti e cerimonie, purchè non inchiudano idolatria, Flacio furibondo urlava si dovrebbero devastar le chiese, minacciar i principi d'insurrezione, piuttosto che tollerare una sola cotta[200]. Sosteneva in tutta forma che il peccato originale è la sostanza dell'uomo decaduto; sublimazione dell'errore, che eccitò moltissimi contraddittori.

DISCORSO XLVI. VENEZIA INTERDETTA. FRÀ PAOLO SARPI. IL DE DOMNIS.

Con quanto iroso disprezzo i rivoluzionarj di settant'anni fa abbatterono l'italiana Venezia perchè antica, con altrettanta ammirevole pietà noi riguardiamo a quella gloriosa repubblica, che sempre ebbe per grido «Italia e indipendenza»: che aspirava all'egemonia di tutta la penisola, cui avrebbe ridotta a repubbliche municipali, invece degl'infausti principati: finchè la Lega di Cambrai, primo delitto della politica nuova, non venne a spezzare quella che gli ambiziosi chiamavano sua ambizione.

I Veneziani erano stati i primi ad accettare il Concilio di Trento, sicchè Pio IV, oltre encomiarli, donò alla Repubblica il magnifico palazzo a Roma che tuttavia si dice di Venezia, con desiderio vi risedesse continuo un loro ambasciadore, siccome fu fatto. La serenissima in ricambio donò per residenza del nunzio in Venezia il maestoso palazzo Gritti. Nè queste cortesie, nè l'attenzione in perseguitare gli eretici, toglievano che i Veneziani si tenessero sempre sulle guardie nel trattare coi pontefici; riservavansi di concedere o ricusare l'erezione di chiese e conventi: di governare gli studj, eccetto i puramente ecclesiastici; di regolare le esteriorità del culto, e proteggerle; di riscontrare gli atti che venivano da Roma, e darne l'exequatur: non volevano impacci di ecclesiastiche immunità nel punire i delitti comuni[201]; anzi spingevano l'ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel Discorso aristocratico sopra il governo de' signori Veneziani[202]. Un Gesuita raccoglie i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità? la Signoria riflette che i gondolieri praticano con persone d'ogni grado, e quindi possono servire allo spioneggio, e proibisce quella congregazione, ed espelle il Gesuita. Un altro declama contro il carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in soccorrere il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla Repubblica; e la Signoria lo sbandisce.

Il clero indistintamente era tenuto sottoposto alla giurisdizione dei Dieci ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero in discussione affari relativi a Roma, venivano rimossi dal Consiglio i papalisti, vale a dire che avessero aderenza con quella Corte, o soltanto parentela negli Stati pontifizj: e il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso nel trattar qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi l'anno, Venezia ottenne dal papa un decimo delle rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de' cardinali. Alle trentasette sedi vescovili l'investitura era data dal doge stesso, in nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n'avea tratto a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle nomine, sebbene le altre non potessero cadere che in sudditi veneti. Quando Innocenzo VIII pretese l'incondizionata elezione dei vescovi di Padova e d'Aquileja, la Signoria si oppose, com'anche alle decime ch'e' voleva levare sopra le istituzioni di beneficenza. Pio IV nomina vescovo di Verona Marcantonio da Mula, allora ambasciatore a Roma; e la Signoria ricusa riceverlo; così fa quando lo elegge cardinale, e ai parenti suoi vieta d'assumere la veste purpurea di seta in segno di festa; e ne manda scuse al papa, scrivendo: «Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà». Nè volle che il Vendramin, eletto patriarca, dovesse subire l'esame a Roma; proibì di ricevere o pubblicare la bolla in Cœna Domini.

Gregorio XIII, quando volle ordinar la visita generale delle chiese venete, come erasi fatto di tutta la cristianità, trovò somma opposizione: in nessun tempo essersi ciò praticato nel dominio: ne sarebbero scompigliati i paesi di rito greco o confinanti coi Turchi: si arrivò fin a minacciare di unirsi alla Chiesa greca; e solo con somme precauzioni nel 1581 fu lasciata operare, ma da prelati indigeni[203].

Quando gli ambasciadori veneti andarono a Ferrara a congratularsi con Clemente VIII dell'acquisto di quella città nel 1598, il papa chiese loro, che anche la Repubblica ajutasse a quel ch'egli faceva cogli infedeli convertiti, procurando ad essi modo di vivere, impiegandoli o come palafrenieri e cavalleggieri, o a cavar terra o pietre o altro; che non lasciassero vivere in ghetto gli Ebrei fatti cristiani; che molti vivendo in bigamia, sebben questo reato spettasse al Foro laico, se ne lasciasse il giudizio all'Inquisizione senza ledere la giurisdizione civile; che si procedesse con dolcezza nell'esigere le taglie de' beni ecclesiastici[204].

Della giurisdizione sovra persone ecclesiastiche Venezia era tanto gelosa, che gl'Inquisitori di Stato, avuto spia come in casa del nunzio si discorreva «che l'autorità del principe secolare non si estende a giudicar ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani, i quali tenessero simili discorsi, fossero notati su libro apposito come «poco accetti, e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino, si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono di tali propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[205].

Nel 1603 il nunzio movea querela perchè l'ambasciadore d'Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa: vero è ch'erano in inglese, ma potrebbe anche presto voler farle in italiano. La Signoria rispose che, trattandosi di re sì grande come l'inglese, e del quale è preziosa l'amicizia, non poteasi impedir al suo ministro d'esercitare il proprio culto; vorrebbero però pregarlo di non ammettere altra gente[206].