Pio IV aveva proibito a qualunque persona sotto pena d'interdetto e scomunica di pubblicar commenti, annotazioni, glosse o qualsifosse interpretazione del Concilio di Trento, foss'anche per conferma di esso: chi bramasse chiarirne alcuna difficoltà ricorresse alla sede apostolica che si riservava di decidere le controversie e i dubbj[248]: a tal uopo avere istituito la Congregazione del Concilio, che interpretasse i punti di disciplina e riforma, riservando al papa quelli che concernono la fede.

Sarebbe dunque frà Paolo già colpevole di disobbedienza, quand'anche non si fosse mostrato sempre contrariissimo alla santa sede. Che dunque a Roma egli dispiacesse possiam dubitarne? Già nel 1602 gli si era ricusato il vescovado di Nona, benchè raccomandato dalla Repubblica. Nelle istruzioni date al nunzio al tempo dell'assoluzione è detto: «A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto il nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doveria non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant'Officio, non che abbandonati dalla Repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

L'anno dopo che la Storia del Concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni del 1 giugno 1621 leggiamo: «Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de' perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a' signori ambasciadori, li quali, così in questo come nella materia del Sant'Officio hanno sfuggito gl'incontri delle paterne[249] esortazioni di sua santità, non coll'opporsi ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro, nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene poter avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di presso i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj od altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un'ora colla Chiesa. Ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalla sua fine; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che, ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».

Che però in tempi, in cui l'assassinio politico era praticato universalmente e lodato; in cui lo stesso frà Paolo scrive, «Tali sono i costumi del nostro paese, che coloro che si trovano nel grado dove io ora sono non possono perdere la grazia di chi governa senza perdere anche la vita»[250], che in tempi tali siasi trovato chi attentasse alla vita di lui, non è meraviglia. Cinque volte dicono si rinnovasse il tentativo, ond'egli impetrò di farsi accompagnare per la città da un frate col fucile: altra scena che caratterizza i tempi. Ma una volta fu colpito da alcuni assassini. Principale di questi era un Poma, mercante fallito, che credeva lecito qualunque mezzo per salvare la religione, e che ad un amico scriveva: «Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch'io, e Dio col tempo lo farà conoscere»; e volea stampare d'aver operato, non per istanza di chicchessia, ma per servizio di Dio. Frà Fulgenzio racconta che, fatto il colpo, essi ricoveraronsi in casa del nunzio; e vuolsi che frà Paolo, ricevuta la ferita, esclamasse: «Conosco lo stile della curia romana». Il giuoco di parole fece fortuna, e restò dell'assassinio incolpata Roma: forse come oggi, ne' frequenti assassinj de' campioni del cattolicismo, vogliam ravvisare la mano de' Protestanti. Ma il fuggire presso il nunzio potè non accadere che per profittare delle immunità, che la casa degli ambasciadori godeva: eppure dalle deposizioni de' gondolieri consta che ciò è falso. Gli assassini vantavansi di aver denari a josa, e invece a breve andare si trovarono nella miseria, poi vennero arrestati, e dove? in terra di papa; e il Poma, il Parrasio, prete Michele Vida finirono nelle carceri papali di Civitavecchia; uno fu decapitato a Perugia, dominio papale. Come spiegare questa contraddittoria condotta? domandansi coloro che presuppongono il delitto, e non se ne ricredono per quanto vi repugnino le conseguenze. Il papa manifesta altamente il suo rammarico per quel fatto? buttano la colpa sul cardinale Borghese, o, se altri manca, sui Gesuiti, capri emissarj[251].

A repulsare gli attacchi di frà Paolo, altri modi pensava Roma, e commise al gesuita romano Pallavicino Sforza (1607-67) di stendere un'altra storia del Concilio di Trento. Già molti aveano confutato frà Paolo, tra i quali Bernardino Florio arcivescovo di Zara in otto volumi, appoggiandosi a documenti, convinceva il Sarpi d'infedelità nell'usarne e nell'espor le quistioni e le decisioni: ma appena finito morì, e il lavoro inedito rimane nella biblioteca tridentina. Ora il Pallavicino ebbe aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e a differenza di frà Paolo, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; cataloga trecensessantuno errori di fatto del Sarpi, oltre infiniti altri (dic'egli) confutati di transenna.

Quella di frà Paolo è la prima storia che si dirigesse di proposito alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera, ma accumula. Egli suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze e ipocrisie, e maneggi dapertutto, e sottofini; mentre il Pallavicino ritrae caratteri nobili, salde persuasioni, generose resistenze. Così eleva gli animi e istruisce meglio gl'intelletti: ma il Sarpi ha i movimenti vivi e leggeri di chi assale e ferisce; l'altro, ridotto a schermirsi continuamente, attedia col sempre ribattere le opinioni del nemico.

Il Sarpi mostra pochissima arte di composizione; esponendo cronologicamente, interrompe le materie, e lascerà a mezzo una discussione per dire che entrò il tal ambasciadore e con quali accoglienze; che si celebrò la tal festa, si spedì il tal corriere; e d'incondite digressioni trae occasione ora dalla legazia del Morone, ora dalla morte dei Guisa, or da quella del cardinale Seriprando o di frà Pietro Soto. Accorgeasi che il suo libro riuscirebbe nojoso, e tanto per difetto nelle forme, quanto per la natura della materia presto sarebbe dimenticato come le altre opere simili (Lib. III), ma non curando perpetuità nè diuturnità, bastavagli che l'opera facesse profitto ad alcuni. Pure egli con quella dettatura alla mano, quantunque scorretta di grammatica e di lingua, e col frizzo onde avviva la morta materia, colle mordacità che solleticano i maligni istinti, fa sorridere e alletta a continuar la lettura. Il Pallavicini appartiene alla scuola che dissero gesuitica, dalla frase lambiccata, dalla parola pretensiva: elabora il dettato come chi spera vivere per lo stile, e professa che esser accademico della Crusca lo lusingherebbe quanto l'esser cardinale. Quindi fa sentire incessantemente l'arte, rinvolge i pensieri nelle frasi e per istudio d'armonia casca talvolta nell'oscuro, spesso nell'indeterminato, e convince del quanto l'eleganza resti inferiore alla naturalezza.

Nè l'uno nè l'altro hanno l'imparzialità di storici; e ai cercatori della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per opposta eccedenza. I papi proibirono la storia del Sarpi: i Veneziani quella del Pallavicino. Ma questi non dissimula le azioni biasimevoli della corte pontificia, e a chi ne lo appuntò rispondeva: «Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda assai più di qualunque panegirista»[252].

Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke, riscontrò le asserzioni del Pallavicino coi documenti a' quali s'appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza, benchè alcune volte pigliasse sbagli, e, come avviene nella polemica, eccedesse nel volere scusar tutto, perchè frà Paolo tutto accusava: dove non può negare, almeno affievolisce; dissimula qualche objezione, qualche documento; conchiude il Ranke che al Sarpi devono somma grazia i principi, giacchè rinfiancò il loro assolutismo, come ai nemici del cattolicismo affilò armi, più micidiali appunto perchè somministrate da un cattolico e frate.

Dall'esempio di frà Paolo siamo chiariti quanto vadano collegati il dogma e l'attuazione esterna, e come s'illudano coloro che la Chiesa combattono a fidanza, protestando rispetto a quello; poichè egli rimase il corifeo del partito antiecclesiastico, non per l'accannimento, anzi per l'arte del dissimularlo, e, in abito da frate e col titolo di teologo aguzzar le armi più fine contro la Chiesa cattolica; s'anche non vogliasi asserire col Pallavicino che gl'insegnamenti di frà Paolo erano semi di ateismo, togliendo la certezza di qualunque religione[253]. Monsignor Fontanini lo dà come un tipo dell'ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell'esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza». Ma se il Fontanini, per zelo religioso, può credersi nemicissimo di frà Paolo, uno che, per furore anticattolico, lo ammira, dicea testè che egli rimase nella Chiesa sino al fine come fosse un de' credenti, ma per ispiarla, per sorprenderne gli atti, per denunziarla al mondo[254]. Ufficio deplorabile!