Ai Riformati si mescolarono Antitrinitarj; Tommaso Münzer, che a Zurigo predicava nel 1522 il ribattezzamento, vi lanciò le dottrine anabattiste: ma avendo esse in Germania eccitato la guerra de' paesani contro i possidenti, qui furono repressi col tribunale straordinario. Poi alla dieta di Ilantz del 1526 fu stabilito fosse libero professare la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se non ciò ch'è contenuto nella Bibbia: ciascuna parrocchia scegliesse i proprj pastori; non si ricevessero frati nuovi nei monasteri, nè si mandasse denaro a Roma per annate o dispense o qualsiasi titolo. Questo rimase sempre lo statuto religioso dei Grigioni; i Riformati non ebbero vescovi, ma concistorj, sotto al sinodo nazionale che s'accoglieva ogni mese di giugno.
Il vescovo di Coira, ch'era come il principe del paese, rimase cattolico in una città di religione riformata, talmente che nel suo castello, cioè nella parte elevata della città, dov'egli esercitava la giurisdizione, verun cattolico si trovava, eccetto il suo clero; e i beni che aveva copiosissimi perdè, a tal punto che Enrico II di Francia per mantenimento gli assegnò un'abbazia in Picardia. Da lui dipendeva il clero cattolico, diviso in quattro capitoli.
Paolo Ziegler vescovo, irato per quegli statuti che il privavano d'ogni potere esterno, si ritira a Firstenburg, e maneggia la rinunzia a favore del cardinal De Medici che fu poi Pio IV. N'era mediatore l'abate di San Lucio Teodoro Schlegel suo vicario, caldo campione de' Cattolici alla dieta d'Ilanz: scoperta l'intelligenza, egli fu dato al carnefice nel 1529.
Queste persecuzioni nascevano da basse passioni, anzichè da fervor religioso; avvegnachè del 15 marzo 1530 abbiamo lettera di Valentino Tschudi, che scrive a Zuinglio: «Vedo insinuarsi la trascuranza di Dio, lo sprezzo dei magistrati, la violazione de' giudizj, la vita licenziosa; esacerbati gli animi da rancori, l'equità vien meno, s'estingue la carità, e mentre ognuno cerca soddisfare alla volontà propria, purchè s'innalzi quel ch'egli desidera non bada a qual danno si corre. Popolo così accannitamente diviso, che altro deve aspettare se non desolazione?»
E Giacomo Bedroto a Giovanni Gast: «Il mondo si riempie con paradossi, asserzioni, incriminazioni, recriminazioni, apologie, antapologie; sotto pretesto di cercare o di asserir la verità, niuna cosa va naufraga peggio di questa»[256].
È parallela all'Engaddina, lo dicemmo, la Valtellina, valle italiana solcata dal fiume Adda, che, nascendo dal monte Braulio, ergentesi verso il Tirolo, scorre per ottanta miglia da levante a ponente fin al lago di Como, fra due schiere di monti che la separano dal Veneto a mezzodì, a settentrione da' Grigioni. Sondrio n'è il luogo principale, poi Morbegno e Tirano, capi di tre terzieri. All'estremità nord-est formava contado distinto il territorio di Bormio; presso al lago di Como diramasi l'altro contado di Chiavenna, antichissimo passo del commercio colla Germania, che dalla val del Liro o di San Giacomo varca lo Spluga, dalla val della Mera la Malogia o il Septimer, per raggiungere il paese de' Grigioni.
La comodità e l'utile dei passi facea da questi desiderare di acquistare la Valtellina; più volte il tentarono, e finalmente, con que' pretesti che son buoni quando sostenuti dalle armi, la occuparono nel 1521, sottraendola al ducato di Milano. Nella pace di Jante l'avean essi ricevuta come alleata, ma presto l'ebber ridotta serva, non partecipe ai diritti della sovranità: le Leghe mandavanle magistrati, che all'incanto compravano dai comizj i posti di governator della valle o di podestà de' terzieri e delle contee, poi o subappaltavano questo loro uffizio a qualche nativo, oppure industriavansi a cavarne profitto col rivendere la giustizia in paese, di cui non aveano nè conoscenza nè amore.
Appena si sparsero le nuove opinioni in Italia, a chi per queste era perseguitato sembrarono comodo rifugio la Valtellina e le terre confinanti della Rezia, interamente o a metà italiane. Già il 12 aprile 1529 il Comander scrive al Vadiano che un profugo d'Italia s'era ricoverato in Valtellina, e non credendovisi sicuro, passò nella Pregalia, poi in un Comune dell'Engaddina, dove sin allora non si era diffuso il vangelo. Non è detto chi fosse, ma supponiamo Bartolomeo Maturo di Cremona, da altri indicato come il primo che evangelizzasse l'Engaddina. Costui, stomacato principalmente dai miracoli che vedeva attribuirsi da' suoi frati a non so qual Madonna, fuggì, e fermatosi a Vicosoprano nell'Engaddina, vi mutò il culto, e vi si trattenne fino al 47. Ma volendo la libertà del credere, ai simboli nuovi preferiva le personali opinioni; e non molto erudito, pare bevesse le credenze di Camillo Renato che facea da maestro privato in Valtellina, e pendeva agli Antitrinitarj. Dietro al Maturo[257] vennero Agostino Mainardi, l'Ochino, Pietro Martire, Francesco Calabrese, Gerolamo da Milano, più tardi il Curione e lo Stancario. Bevers fu riformato da Pietro Parisotto.
Giulio da Milano, sfuggito dalle prigioni di Venezia, fu pregato di stabilirsi a Poschiavo, donde scorreva predicando i vicini paesi dell'Engaddina non solo, ma della Valtellina, massime Tirano e Teglio[258]: vi durò ben trent'anni, finchè morì vecchissimo nel 1571, e alla sua morte quei di Brusio si tolsero un pastore loro proprio; e così i riformati di Tirano. A Poschiavo gli succedette Cesare Gaffori piacentino, ch'era stato guardiano dei Francescani.
Nella Pregalia la riforma era favorita dalla famiglia Prevosti: e predicata dal Vergerio, vescovo apostata su cui versa il nostro Discorso XXVII, scribacchiatore d'opuscoli, ove mai non si eleva alle idee che allora dividevano il mondo delle intelligenze, ma solo sfoga i rancori suoi colla cinica violenza d'un linguaggio triviale[259]. Per opera di lui, nell'aprile 1551, tutte le immagini vennero abbattute in San Gaudenzio di Casaccia, e disperse le ossa del santo patrono. Dopo di esso furonvi pastori Leonardo eremitano, Guido Tognetta, Bartolomeo Silvio, Domenico Genovese, Giovan Battista da Vicenza, Tommaso Casella, Giovanni Planta di Samaden, Giovanni di Lonigo, Simone di Valle, Lucio Planta di Samaden, Nicola carmelitano, Nicola eremitano: nel 1598 vi predicava Giovanni Antonio Cortese da Brescia che col fratello Giovan Francesco avea riformato Solio.