Col vezzo antico degli Italiani di ricorrere alla Francia ne' loro frangenti, e dei Francesi di professarsi tutori delle italiche libertà, questi con Savoja e Venezia, formarono una lega contro casa d'Austria per sostenere il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso della Valtellina. Il re di Spagna, per non crescersi altri nemici, calò ad un di mezzo, cioè di consegnare i forti della valle al papa, il quale dovesse custodirli con genti proprie, ma a spese della Spagna, finchè le due corone vi prendessero un partito decisivo. Orazio Lodovisi duca di Fiano, nipote di Gregorio XV, occupò i forti co' Papalini, cioè con una mano di banditi e di ribaldi, il 29 maggio 1623.
Ne seppe assai male al partito santo, che vedeva prepararsi lo sdrucciolo per restituire la Valtellina, salvo il decoro della Spagna; ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e commise le proprie sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia! Sapeva pur male ai Veneziani che ingrossassero o il re o il papa, il quale lasciava trapelare l'idea di costituirne un principato ai suoi parenti. Ma successo Urbano VIII, propenso alla Francia, in Avignone si combinò lega tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda, Savoja ed i principi di Germania a danno della Spagna e dell'imperatore, singolarmente per costringerli a restituire il Palatinato del Reno e la Valtellina[292]. Una consulta di teologi aveva proferito che il papa non poteva in coscienza rimettere i Cattolici sotto eretici, con urgente pericolo delle anime; ma il re cristianissimo gli intimò che o demolisse i forti della valle, o li restituisse alla Spagna, affinchè egli potesse, senza offesa delle sante chiavi, entrare armatamano in quel paese, per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli dal giogo austriaco.
I Grigioni si trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano perseguitato i Riformati, singolarmente i ministri, rapite le armi; mandato colonie di Cappuccini tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira, di milanesi nella Pregalia, di bresciani in Val Santa Maria, sostenendone l'apostolato colla forza: molti rimasero martiri fra questi, molti martiri fra i Protestanti. Quando si volle a forza costringere quei del Pretigau ad usare alle chiese cappuccine, ruppero a schiamazzi: e «Questo è troppo; morremo senza patria, senza libertà, ma salviamo almeno le anime nostre». Fuggirono dunque nelle selve: donde con falci e coltella e sassi e mazze precipitaronsi addosso agli Austriaci il giorno delle palme 1622, esultando fin le donne allo sterminio dei tiranni della patria loro[293].
Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete: ma il Feria, alla Corte di Madrid era scaduto di credito come primo autore di questo moto della Valtellina, che alfine non partoriva che guai; ed il papa, i timori dicendo sottili invenzioni spagnuole, non volle ricevere in Valtellina guarnigione austriaca. Se così pensava da vero, il fatto lo disingannò, avvegnachè il Cœvres, che fu poi maresciallo d'Estrée, spiegata bandiera francese, entrò in Coira, così ordinato dal Richelieu ministro di Luigi XIII; restituì a libertà le Dritture, cacciò il vescovo, rimise il primiero stato, e difilossi sopra la Valtellina, donde i Papalini si ritirarono. Quivi conchiuse un accordo coi deputati della valle, promettendo gli alleati la proteggerebbero, i Grigioni non entrebbero nei forti, solo restandovi sinchè fosse stabilito un ragionevole governo: intanto si solleciterebbe una decisione finale. Il Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che avea tratta in così infelice ballo, si ridusse sul milanese; la valle tutta fu occupata dai Francesi, fra l'esultanza dei tanti che chiamano liberazione il cambiar di signori.
Grand'apprensione ebbe allora il Feria non volessero i Francesi, mentre l'aura era destra, calare sul Milanese, e ritogliere parte de' suoi a chi aveva voluto occupare i possessi altrui: onde difese i passi. Poi i maneggi diplomatici condussero una concordia, praticata in Monçon città dell'Aragona il 6 marzo 1626, dove, per quel che riguarda la Valtellina, si stabilì vi si conservasse la religione cattolica, ridotte le cose allo stato del 1617; i natii eleggessero i proprj magistrati e governatori, senza dipender dai Grigioni: toccasse però a questi il confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un annuo censo di venticinquemila scudi d'oro: le fortezze fossero rimesse al papa da demolire: Grigioni più non entrassero armati nella valle, nè gli Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.
Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva avere proveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli. Ma non era ancor tempo. Imperocchè i Grigioni chiedevano si osservasse il trattato di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia; mentre in Valtellina il partito santo spingeva ad ordini rigorosi contro gli eretici, pubblicava i beni dei ricaduti; e molti coperti riformati o dall'Inquisizione o dagli zelanti erano fatti capitar male. E la natura delle cose portava che i Cattolici, trovandosi spalleggiati, soprusassero ai dissenzienti[294], se non altro in parole. Abbiam lettera di frà Giovanni da Martinengo predicatore in Ponte, che a Giovanni Bongetta e Filippo Battista detto Sfodego ed altri di Sondrio, il 18 marzo 1627 annunziava: «Ho inteso le orrende bestemmie che voi ed altri eretici uomini e donne che sono in Sondrio dite contro la santa fede cattolica nostra. Ero risoluto senz'altro di venir al debito castigo, ma voglio peccare con voi di soverchia misericordia. Pertanto questa mia servirà a voi ed altri eretici per dolce invito alla fede cattolica. Quando non vogliate, fate che subito tutti siate fuor della valle e confini; altrimenti guai a voi se m'aspettate là; che al sicuro il minimo castigo ha da essere il fuoco e fiamme. Se mi domandate con quale autorità scrivo e minaccio, dagli effetti v'accorgerete di quello posso e voglio fare per nettar affatto la valle di simil peste...».
Si stabilì anche il Sant'Uffizio, e nell'ottobre 1628 si decretò che tutti gli acattolici fra due anni dovessero vender quanti beni sodi possedessero in Valtellina, e andarsene, pena la vita. Il vescovo Caraffino, venuto in visita, dai Protestanti trasferì in altri i livelli della sua mensa, benchè n'avessero pagato il canone.
Nel 1631 essendo morto di peste il ministro di Poschiavo, esso Caraffino scriveva ai signori di colà il 16 gennajo: «Nel progresso ch'ha fatto il mal contagioso in cotesta terra e nel rimanente della mia diocesi, intendo che sua divina maestà abbi levato di vita il predicante di costà. Segno evidentissimo che abbiamo della sua misericordia verso di noi. E perchè corrispondiamo tutti dal canto nostro con soddisfare al debito, mi è parso scriver la presente alle signorie vostre, e di avvertirle di non permetter che entri più nel contado simil peste, opponendosi virilmente..... sicuri che, oltre l'assistenza che avremo da Dio benedetto, io dal canto mio non solo gli porgerò tutti gli ajuti immaginabili, anco col mandare quantità di gente ad opponersi insieme con loro alla resoluzione d'essi eretici, ma bisognando me ne verrò in persona, come prontamente farà anche il reverendo padre inquisitore con tutti li suoi familiari a prendere ed il ministro e li fautori e anche quelli che non avessero pienamente soddisfatto al debito loro in opponersi».
Era scoppiata intanto la guerra pel possesso del Mantovano, disputato fra i duchi di Nevers, eredi dei Gonzaga, sostenuti da Francia; i duchi di Savoja, sempre attenti ad ampliarsi; e gli Austriaci, sempre vogliosi d'impedirlo. Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di Francia coi Grigioni, per la Valtellina passò coll'esercito sul Veneto, e andò a toglier possesso del ducato. Da altre intanto delle valli Alpine sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia, premio ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla Francia e sostener, egli austriaco, le austriache ambizioni, mandò trentaseimila fanti e ottomila cavalli, guidati da Rambaldo Collalto; truppe terribili sempre, allora viepeggio pel timore della peste che serpeggiava. Il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco onde calarsi sul Milanese: e spargendosi per la Valtellina, oltre i latronecci, vi diffusero la peste, flagello aggravato dai lunghi patimenti della guerra e dalla recente carestia. Per libri altrui e miei, divenuti popolari, sono conosciutissime quelle miserie, nelle quali da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, non che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, peggioravansi i portamenti degli uomini, che, insultando al Dio che flagellava, godeano della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi che nei superstiti si accumulavano.
Noi ai gran savj del nostro secolo vorremmo raccomandare di non permettere mai queste orride sciagure naturali. In primo luogo, essi vantano l'onnipotenza dell'uomo fin a domare la natura, un avvenire di godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli elementi: ma ecco un torrente, una scossa di terre, un morbo che s'attacca all'uomo, alla vite, alle patate, un'avversità di stagione, dissipa le gioconde previsioni, e attesta una mano preponderante, e quanto precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un incendio.