I Valtellinesi in generale ragunata sortirono al grado di capitano della valle e governatore Giacomo Robustelli, con ducento scudi il mese «per aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi spese e danno»: suo luogotenente il Guicciardi; e sentendo imminente il pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono borgate, steccarono accessi, fecer uomini, armi, denaro; mandarono ambasciadori ai Cantoni Svizzeri, al nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo d'Austria, e lettere a tutti i popoli cattolici, per loro mentosto giustificazione che vanto. Più tenevano raccomandati al duca di Feria i soccorsi che diceano promessi: ma mentre gli altri governi temeano da questo sangue la prevalenza di Spagna, il duca spagnuolo stava colle mani giunte o non volesse far manifesto d'aver intesa coi Valtellinesi in quel che la coscienza riconosceva per gran misfatto, o attendere finchè avessero dato segno di valore, prova di fermezza, speranza di esito prospero, e mostrato se dovesse il mondo chiamarli ribelli od eroi.
I Grigioni, che in Chiavenna stavano in grosso numero, come intesero la strage, ebbero tempo di pararsi in difesa, e farsi dai natii giurar fedeltà; onde quel contado rimase immacolato di sangue. Il governo grigione, si affrettò alla vendetta, e chiesto l'ajuto de' confederati, tremila uomini spedì per la Spluga a Chiavenna e per Chiavenna in Valtellina[291], e schivando o sperdendo le opposizioni, grossi ed impetuosi voltarono sopra Sondrio, dove altri giungevano da val Malenco. Fuggiti i natii, essi v'entrarono, uccisero due infermi trovati, e n'ebbero i mirallegro da alcune donne, le quali, salvatesi col fingersi cattoliche, ora gettavano a' loro piedi i rosarj e gli scapolari, di che s'erano fatto scudo.
Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per minuto i casi delle guerre; tanto, mutati i nomi, è uniforme questa scienza de' figli di Caino: dapertutto invasioni e fughe, incendj di paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, furti, violamenti, sangue, lacrime, terrore, desolazioni dei vincitori non men che dei vinti; e la forsennata umanità applaudire a chi più versa sangue. Lasciando dunque le particolarità al vulgo degli storici, e cogliendo i sommi capi, diremo come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso e i Cantoni protestanti e la repubblica di Venezia, in modo che la guerra minacciava i confini della Lombardia, mandò giù la visiera, gravò il Milanese in novecenmila lire, ottenne che Madrid dichiarasse la valle sotto la protezione reale, e bandì guerra ai Riformati. Paolo papa offrì ottantamila scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia; i predicatori in Milano esortavano i fedeli all'impresa che denotavano col titolo così spesso e stranamente abusato di crociata.
Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo d'Italia, piccolo sì, ma che per la sua postura faceva gola a troppi potentati. Imperocchè la Valtellina, come dicemmo, dall'estremità occidentale tocca il Milanese, dall'opposta il Tirolo; gli altri due lati confinano il meridionale coi Veneziani, l'opposto coi Grigioni; ed è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia; possessi nella cui immensità andavano smarriti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la Valtellina alla Spagna? ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare qualunque esercito dalla Germania in Italia, assentissero o no gli Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i dominj austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebbero tolto in mezzo la Venezia e gli altri Stati italiani, impedendo a questi i soccorsi esterni, e rendendosi arbitri della penisola. Il papa sperava in quel torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti: la Francia, come sempre, agognava di surrogar la sua alla potenza austriaca. Dall'altra parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin d'Inghilterra sostenevano gli antichi dominatori, loro correligionarj; i predicanti in ogni paese narravano con esagerazione l'assassinio, chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è dunque meraviglia se per la Valtellina si travagliassero tanti Stati con tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità.
I Grigioni, respinti sulle prime, calarono più grossi e accanniti sopra Bormio; ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso, piacevansi profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione; nella marcia vestire piviali, tunicelle e cotte; sfregiare e bersagliare le immagini devote; illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane; coi crismi ungersi gli stivali; mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene. Poi grossa e brava battaglia a Tirano l'11 settembre 1620, durò otto ore, finchè i Valtellinesi ebbero la migliore; più di duemila fra Grigioni ed ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, e fra essi il colonnello Florio Sprecher e Nicola da Myler, capo degli ausiliarj bernesi, che in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri co' suoi amici, avea promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante anella contava una sua lunga collana d'oro. Ucciso lui, quella collana fu mandata in trofeo al governatore Feria. La vittoria, anzichè al valor confidente di chi combatte per la patria e per la religione volle ascriversi a prodigio, asserendo che la statua dell'arcangelo Michele posta versatile sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto durò la pugna, contro ai Grigioni si tenesse rivolta, benchè contrario spirasse il vento, minacciosamente vibrando la spada. Il Feria fece stampare tal prodigio, e mandollo a Madrid insieme con un'immagine dei santi Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio, fatta bersaglio delle fucilate, n'era rimasta illesa.
La vernata chiuse di nevi e ghiacci i passi: onde sostando il pericolo, si venne in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti sottentrano ai convinti. Agitavasi il destino della valle da politici, da giureconsulti, da teologi; e mentre tanti ponevano in campo ragioni sopra di essa, la Valtellina mandava al papa, ai re, alle repubbliche, affinchè la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la diplomazia a gran vantaggio di essa tornavano i lunghi odj civili delle Tre Leghe, ove Cattolici e Riformati, Salis e Planta si contrastavano fieramente, men per fede e patria che pei raggiri di Spagna e di Francia. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il Feria usò questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando i fiacchi nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega (1621 6 febbrajo), a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.
Veneziani e Francesi sbigottironsi di questo incremento della Spagna, onde s'accingeano a rialzare i Grigioni, e restituire loro la valle in piena signoria. I potentati e Gregorio XV, succeduto papa e subillato da persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna, quasi fosse turbatore della comune pace, e supplicandolo perchè rendesse le cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione. E l'imbelle Filippo IV, per non aver aria d'invadere l'altrui, nè soperchiare la libertà italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidj, perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e i Vallesiani stessero mallevadori pei Grigioni. Ne fremettero gl'insorgenti, gridandosi traditi da chi gli aveva mossi, e l'accordo non ebbe luogo perchè gli Svizzeri ricusarono farsi garanti. Si fu dunque di nuovo sulle armi; dodicimila Grigioni irrompono nel Bormiese, saccheggiando da barbari e fanatici. Ma il governatore Feria erasi accontato coll'arciduca Leopoldo, e mentre questi invadeva i retici confini, egli veniva su per la Valtellina, accolto a stendardi sciorinati, a saluti di trombe, d'artiglierie, di campane, acclamato il protettore, il liberatore.
All'ancipite pericolo i Grigioni eransi ricoverati in casa, e gli Spagnuoli inseguendoli, aveano messo il fuoco a Bormio, di settecento case sol tredici lasciando illese; tanto e amici e nemici parevano in gara di far male. Anche da Chiavenna snidolli il Feria, e gli incalzò per la val del Reno e per la Bregalia. Il generale Baldiron con diecimila Austriaci occupa l'Engaddina e Coira stessa; d'ogni parte cacciati gli eretici, presa vendetta delle antiche ingiurie, respinti i Salis; e dopo scene compassionevoli di assassinj fraterni, le Dritture furono staccate dalla Rezia e poste a dominio austriaco. Tal frutto coglieano delle loro dissensioni.
I Grigioni ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua confederazione colla Spagna, concedendo passo libero alle truppe di questa; quanto alla Valtellina, godesse piena ed assoluta libertà civile e religiosa, pagando il tributo di venticinquemila scudi: acattolici non vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi possedevano: l'arciduca manderebbe alla valle un commissario per rendere la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta ai Grigioni: ma poichè questi non mandavano ufficiali che tenessero ragione, si provide d'un governo suo proprio.
Così parevano rassettate le cose: ma gli emuli dell'Austria, che contavano come perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei videro la più pericolosa nemica dell'italiana libertà, mal soffrivano acquistasse alla cheta un passo così ambito all'Italia; mentre dalla Rezia poteva, per l'Alsazia e pel Palatinato del Reno, conquista sua recente, spedire qualunque esercito nelle Fiandre ove la guerra imperversava. I principi italiani ne tremavano per la propria indipendenza: al duca di Savoja rincresceva che più non fosse mestieri ricorrere a lui per ottenere un passaggio ch'e' sapea farsi pagare: ai Veneziani il vedersi rapito il frutto di un'alleanza comprata a peso di zecchini: tutti gridavano contro gli Spagnuoli quasi, col titolo di religione, insidiassero gli altrui possedimenti.