Che i Riformati si fossero giurati a trucidar i Cattolici, e ridurre alla nuova religione la valle, scrittori cattolici lo affermano; e che il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al cristianissimo si asserisce questa congiura; possibile ardissero mentire così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che alle suppliche ne unissero le prove[283]. Ma perchè, mentre si conservarono esse suppliche, perì il documento? come, fra tanti fasci di carte, che ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben si ragiona di qualche lettera, ma vaga e d'incerto autore e scoperta miracolosamente, e che, piuttosto d'acquistar fede a questa congiura, la fa credere uno spediente, consueto anch'oggi, quello d'accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia, e ammantando di difesa il misfatto. Era tempo di rivoluzioni; e se queste non misurano mai i mezzi, allora ancor meno, quando la discordia religiosa aveva abituato ai delitti: la Francia, dopo il macello della notte di san Bartolomeo, erasi agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa: l'Olanda scotevasi sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome della religione: in nome di questa la Boemia rompeva guerra all'imperatore: tutta Germania era sossopra per quella che poi si chiamò guerra dei trent'anni. Quanto l'esempio ecciti la passione della guerra, delle stragi, delle rivolte non fa mestieri ch'io 'l dica; nè dovette essere allora inefficace sui Valtellinesi.
Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati, perseguitato egli stesso, nobile, agiato, d'animo gagliardo, e di quell'ambizione che de' sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio, servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro e molt'aura si era acquistato tra' suoi coll'affabilità e la splendidezza, sicchè parve opportuno centro alle trame per liberare la patria.
Accozzati nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti più vivi, ai quali pareva lodevole il far libera la patria, o utile il comandarla, o santo il purgarla dalla eresia, esclamavano essersi sofferto abbastanza: dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un patrimonio da difendere, leggi da conservare. E la patria e i beni e le leggi e, che più monta, la fede, ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio è lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Centomila cattolici, quanti ne abitano dalle fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo; ducento milioni di cattolici in tutto il mondo aspettano da noi esempio, e ci preparano applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere; noi sdegno generoso; noi magnanime speranze: noi armi giuste perchè necessarie, formidabili perchè impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice: Spagna ci appoggia: la discordia de' Grigioni ci favorisce. Se l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Torna meglio morire una volta, che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? il mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta impresa? quanto sarà dolce nei tardi nostri anni dire ai figliuoli: Noi pugnammo per la patria e per la fede: se liberi, se cattolici voi siete, è merito nostro.
Così prevalendo i consigli esagerati, giurarono ridurre le vendette ad un colpo, e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri respirassero nella valle. Il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte, spedito per amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria[284] e gli altri magnati del governo milanese, ne ottenne tremila doppie[285] con cui assoldò esuli e gente d'ogni risma pel primo sforzo. Traverso alle penose incertezze che dividono una fiera risoluzione dal suo attuamento, ed a quei casi che sempre vi si interpongono, venne la terribile alba del 19 luglio 1620, quando a Tirano cominciossi a scannare e fucilare, e ben sessanta persone vennero in diversa foggia tolte dal mondo, fra cui tre donne; le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la cattolica fede. Il Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo, schioppettò da trenta riformati, poi mise fuoco al paese; falò, diceva egli, per la ricuperata libertà di religione[286].
Guai se il popolo comincia a gustare il sangue! I Venosta, i Quadri, i Besta, i Torelli, i Parravicini scannavano intorno a Teglio, a Ponte, in Val Malenco, a Sondrio; sopratutto infierivano coi predicanti e i rifuggiti. Bortolo Marlianici, Giovan Battista Mallery di Anversa, Marcantonio Alba predicante in Malenco perdettero la vita; l'Alessio campò con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco Carlini vicentino, da frate mutato in predicator calvinista, fu mandato all'Inquisizione ove abjurò: Paola Beretta, ottagenaria già monaca, inviata anch'essa a quel tribunale, resistette e fu arsa viva. Anna di Liba da Schio vicentino, fu trucidata con un bambino alla mammella: altre donne ancora e nella florida e nella cadente età, furono passate per le spade. Giovan Antonio Gallo di Gardone, fabbricatore di schioppi, per due giorni si difese, poi côlto nella fuga, venne attaccato a un albero e preso a fucilate. Andrea Parravicini da Caspano, preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo: e si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito[287]. Nè fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore.
Ignobili affetti presero il velo della religione; contadini e servi piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti. Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia, mettevansi fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti e crocifissi tutt'insieme. Non moveali religione, bensì quel furore che accompagna le fazioni, iniquamente incitato da fanatici capi, che pretessevano a questi orrori il nome del Dio della pace, il sostener una religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia, col morire non coll'uccidere. Fanatici frati e sacerdoti, l'arciprete Parravicini di Sondrio aizzavano la moltitudine. Battista Novaglia a Villa tre di sua mano ne scannò: frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo: il Piatti curato di Teglio attaccò il dottor Federici di Valcamonica e fatto il segno della croce quale portava nella mano sinestra e una spada nella destra, ammazzò detto dottor calvino con altri seguaci[288]: il domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel Cristo, che aveva detto non ucciderai.
Molti per forza si apersero il varco e fuggirono; alcuni giunsero a Zurigo, dove ebbero chiesa particolare, e rimane la nota delle persone che vi si salvarono, cioè una di Tirano, due di Teglio, sedici di Sondrio, fra cui padovani e vicentini, sei dai monti vicini, fra cui Marta vicentina, due di Berbenno; di Caspano e Traona novantatre, fra' quali un Sadoleto; una di Mello, quattro di Dubino. Vincenzo di Bartolomeo Paravicini di Caspano fu ministro di quella chiesa, alla quale si aggregarono i profughi di Val di Monastero; approvata dal senato, ottenne d'adoprar la lingua italiana finchè al senato paresse: nelle sole domeniche tenessero prediche in italiano, e in ore diverse dalle tedesche; i sacramenti e la benedizione del matrimonio non si facessero che nelle ordinarie congregazioni tedesche; le preci si formassero e recitassero secondo il rito zuricano. Poi nel decembre 1621 ottennero di ricever la Cena da ministri esuli di Valtellina e Chiavenna; di tenere due sermoni la settimana, ma non, come domandavano, di elegger due anziani valtellinesi e due chiavennaschi per assister i poveri, nè d'avere un custode proprio della chiesa: raccomandavasi di acquistar l'uso del tedesco, come pare facessero, giacchè dopo tre anni la chiesa italiana vi cessò.
Degli uccisi l'appunto non si può dire; essendo chi li scema e chi d'assai li cresce oltre i seicento: poche decine erano grigioni, gli altri indigeni o rifuggiti d'Italia, il che mostra come tanto meno fosse necessaria la strage. Ma di tempo in tempo gettasi tra' popoli un furore simile alle epidemie, durante il quale ogni riparo di ragione, ogni consiglio di prudenza esce indarno: quasi per una adamantina fatalità bisogna che si compia il reato, che si colmi la misura, che trovi chi l'ecciti prima, l'applauda poi, per lasciar in appresso il pentimento quando dalla colpa e dal delirio germogliano inevitabili la miseria, l'oppressione, il tristo disinganno e il tardivo pentire.
Ma sulle prime non si ebbe che l'esultanza del trionfo e le congratulazioni di popoli e principi, come poi di storici[289]. I Valtellinesi, scancellate le impronte della retica dominazione, si diedero un governo provvisorio, e cominciarono a far decreti: pigliare al fisco i beni de' Grigioni, restituire la patria agli sbanditi, i possessi alle chiese, i conventi alle monache, chiamare il vescovo a far la visita, e frati a predicare e confessare: accettare il calendario gregoriano, la bolla in Cœna Domini, il concilio di Trento, l'Inquisizione contro gli eretici; levare il seminario acattolico e le ossa di eretici dai cimiteri; e prometteano soffrir tutto, anzichè tornare alla scossa dominazione. Il contado di Bormio era stato immune dalla strage: ma per essere quella santa risoluzione a Dio dedicata[290], anch'esso venne a quel che chiamavasi il partito santo, il partito di Dio.
Quei di Poschiavo non aveano preso parte al macello, ma più tardi vedendo non potere altrimenti liberarsi dai Protestanti, meditarono scannarli: e Claudio Dabene, cameriere del Robustelli, fiero di lingua e di mano, entratovi uccise quanti potè sorprendere: del che domandato in giudizio, fu sostenuto a Tirano, ma ben presto dimesso. Leggo nello Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice dell'assassinio; ma più volentieri credo al cronista Merlo, il quale racconta che esso curato Beccaria aprisse il presbitero per ricoverarvi gli eretici cercati a morte.