I Cattolici però potevano dire ai loro avversarj: "O voi che venite a mostrarci in errore: non siete uomini voi pure, non siete voi pure all'errore soggetti? Noi seguitiamo la tradizione d'uomini pii, e più vicini al tempo del Redentore: voi nasceste pur jeri. Noi stiamo ad un'autorità di origine divina, al sentimento del genere umano; voi surrogate la più fredda delle umane doti, la ragione, il più variabile appoggio, la particolare persuasione. Voi venite a predicare l'amor di Dio: eppur da voi nascono la scissura e la desolazione della patria". Fondati su questo e sulle tante ragioni, che anche umanamente rendono inconcussa la fede nostra, contrastavano i Cattolici al progresso dei Riformati: e poiché non v'è caso di gran timore senza che vi sia di gran coraggio, si narrano molte e ribalde e generose opposizioni. Poniamo fra le prime i divisamenti dell'arciprete Schenardi di Morbegno che in uno scritto latino sul propagare la fede cattolica nella Rezia, suggeriva che quando i ministri eretici, ogni ottava del Corpus Domini, venivano a celebrare i loro conciliaboli, nel ritorno fossero còlti in imboscata in quel tratto di terreno presso Bocca d'Adda che spetta al Milanese(51), e mandati a Roma. Tommaso della Chiesa in val Malenco caldeggiava i Riformati; onde morto il parroco del luogo, e sepolto il tempio di colà da una frana, fece di tutto per indurre quei valligiani a valersi del ministro degli Evangelici, per l'uomo dotto che sapevano lui essere: e con maniere a maraviglia scaltrite, spacciava che la parola di Cristo, predicata da questo, varrebbe assai più che non la messa dei papisti, che non orazioni recitate in una lingua che non intendevano. Riboccar di baje le prediche dei loro preti, di idolatria il culto; ove trovavano che il vangelo comandasse il celibato ai preti? e il digiuno? e la confessione auricolare? O che! vi farete a credere che uomini di intendimento scòrti e nel viver santi, cima di principi e dottori abbiano cercato sì sottilmente nel vangelo e nei dogmi solo per dannarsi? E soggiungeva altre cose or serie, or ridicole, che non sarebbero cadute a vuoto senza la fermezza di Tomaso Sassi pastore, il quale si fece a gridare: stessero attaccati al credo vecchio, non volessero seguire piuttosto il nuovo che il sicuro(52), non lasciassero rapirsi la consolazione dei sacramenti, che mescono il gaudio e la sanzione del Cielo alle più solenni circostanze della vita, dalla culla al letto di morte. E dopo morte, su in paradiso i padri loro che v'erano giunti credendo all'antica, stavano ad aspettarli. Quanto dolore se li vedessero precipitarsi coi nuovi nell'inferno! Con tali o sì fatti argomenti, tolti dal lume del natural discorso, il buon uomo rimutò i terrazzani dal proposito di cambiar religione.

Anche il sesso imbelle spiegò costanza a sostenere il rito degli avi. In Caspoggio, terra della val Malenco, mentre i mariti estivavano com'è costume sugli alpi (chiamano così i pascoli montani), venne saputo dalle donne che i riformati intendevano seppellire in S. Rocco un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistar possessione di quella chiesa. Che fan elle? si allestiscono ben bene di sassi, e rinserratesi nella chiesa, aspettano il funebre convoglio. Come s'avvicina, ecco fuori lo stormo, che schiamazzando alla donnesca, con una tempesta di pietre pone in volta il funerale. Caso che diede da ridere in quei contorni, e da stizzire a parecchi.

In Sondrio ancora si accingeva il governatore ad entrare per viva forza nella chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito. Ma un Bertolino di colà, uomo tagliato all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che colla daga alla mano contendesse ai Riformati l'entrare in chiesa. Ciò adempì egli sì bravo, che al governatore non bastò l'animo di proceder oltre: ma voltosi in traccia del Bertolino e scontratolo, tutto in gote si querelò del figliuolo, che gli avesse, nel maggior pubblico della gente, usata quest'onta. Al che il buon Sondriese rispose le molli parole che frangono l'ira, e menossero a casa, ove a lui ed al suo satellizio improvvisò una lieta merenda, spillando la miglior botte. E lì bevi e ribevi, fra l'ilarità parliera delle tazze cominciò il Bertolini a gettar motti di scusa pel figliuolo, onde il governatore, per iscambio delle cortesie ricevute, si mostrò disposto a mettere in non cale l'affronto. Allora ecco entrare Giangiacomo, né in aspetto d'avvilito, ma sempre accinto della sua daga, e con un fiasco del più pretto vino, che cominciò a mescere in giro alla ragunata. Non faceva però egli atto né mostra di voler chiedere scusa e quando alcuno ne l'interrogò, diede un fischio, ed in men ch'io nol dica uscirono fuori quindici garzoni in tutto punto d'armi. Additando i quali al governatore, che pensate come si sentisse, "Ecco (esclamò Giangiacomo) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione nostra: ma se alcuno presumesse recarci in ciò al talento suo, non risparmieremo la vita a tutela della nostra santa fede". Tra pei generosi modi del giovinotto, tra per la paura dell'armi e il lenocinio del buon vino il governatore, che non doveva essere un Verre, abbracciò Giangiacomo ed il padre, e in lieti brindisi finita la festa, depose per allora ogni pretensione sulla chiesa.

Altri fatterelli succedevano ogni dì, che non sempre si risolvevano in un riso, e che rivelavano un'izza reciproca, per cui dominati e dominatori erano pronti a correre ai risentimenti. I Riformati ne davano ogni colpa a Nicolò Rusca, arciprete di Sondrio. Era questi nato in Bedano terra del luganese, da Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Studiò prima sotto Domenico Tarillo curato di Comano, uomo di buone lettere ed investigatore delle antichità, e recitò in quel paese la prima volta dal pergamo, come sogliono i novelli cherici, un discorso altrui. Fu poscia a Pavia, indi a Roma, poi nel collegio elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che talvolta abbattutosi in esso, postagli sul capo la mano: "Figliuol mio (gli disse), combatti buona guerra, compi tua carriera. Per te è riposta una corona di giustizia, che ti renderà in quel giorno il giudice giusto".

Monsignor Volpi di Como gli diede la parrocchia di Sessa: indi compreso di che gran parti egli fosse in sapere, in saviezza, in cristiana prudenza, lo chiamò arciprete di Sondrio. Peso enorme a quei dì. Il predecessore suo Niccolò Pusterla era stato, con sei zelanti cattolici, rapito in prigione, e colà, vollero dire, avvelenato dal governatore, perché in tempi di fazione si crede non si esamina. Delle contrade vicine molte assentivano ai Riformati, altre erano miste(53), sicché avevano due ministri: dei Sondriesi un terzo si era sviato dalla Chiesa romana. Aggiungi che dal 1520 al '63 v'era stato intruso arciprete Bartolomeo Salice, che contemporaneamente era arciprete di Berbenno, curato di Montagna, arciprete di Tresivio e in nessun luogo risedeva, lasciando che il gregge sviasse a pascoli infetti. Dei benefizii si valeva per dotare nipoti. Portò anche le armi, il che tutto giovava miserabilmente alla diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a predicar a Sondrio un frate in aspetto di somma dottrina e pietà. E il popolo che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai Mossini in casa Mingardini, donde seguitava a predicar ai nuovi convertiti. L'arciprete Salice non se ne dava pensiero. Blandiva i Grigioni nella speranza di esser fatto vescovo di Coira, e quando infatti Pio IV vel destinò egli rinunziava ai tanti benefizii in Valtellina. Ma poiché non fu confermato, si trovò sprovvisto e morì poveramente in Albosaggia.

Il Rusca, chiamato a quel posto, tentò sottrarsi al grave incarico. Indi per obbedienza l'assunse, collo zelo del buon pastore che offre l'anima per le pecorelle.

Deditissimo agli studi, sapeva di greco e d'ebraico, non che di latino: altamente sentiva delle cose celesti, e usando la spada dello spirito che è la parola di Dio, era tutto in predicare con una dottrina chiara, corrente e morale, piena dei lumi della somma verità, escludendo quanto potesse avere dell'agro e del contenzioso. Trovata la chiesa squallida, vi rimise belle suppellettili, buon organista, solenni funzioni. Imperterrito si oppose alle pretendenze dei novatori, i quali, oltre esigere dal capitolo la provvigione di 30 zecchini pel ministro evangelico, volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per fornirli di cimitero, si sonassero le campane al venerdì santo, ed altre sì fatte novità. Intervenne a varie dispute, ove per chiarimento del vero si solevano mettere in contraddittorio un per uno gli articoli della fede. Dispute che, secondo il solito, non convincevano alcuno, e finivano sempre col gridarsi da ambe le parti il trionfo(54).

Ma quale veniva chiamato martello degli eretici, si mostrò singolarmente allorquando i Riformati ottennero si istituisse a Sondrio un collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero calvinisti. Fin dal 1563 si era divisato, poi aperto nel 1584 un collegio, dove si accettassero cattolici e no; e dove naturalmente nessun cattolico andava. Cadde, e allora voleva rinnovarsi. Ma senza guardare in faccia né ai Salis che lo proponevano, né al re d'Inghilterra che si diceva somministrar il danaro, si attraversò il Rusca a questa impresa, e riuscì a sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche dottrine.

Questo perpetuo e vivo contradditore dei loro disegni non poteva non essere in gran dispetto agli acattolici, che miravano a torselo d'in sugli occhi. Dapprima Gio Corno da Castromuro capitano della valle lo condannò in grave multa perché avesse rimproverato ad un giovane suo popolano l'aver assistito alla predica dei Calvinisti. Ma i Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira. Il Rusca difeso da Anton Giojero ministrale della val Calanca, fu assolto, ed il capitano ammonito. Gli apposero quindi d'aver fatto trama con un Ciapino di Ponte per ammazzare o tradurre all'inquisizione(55) Scipione Calandrino predicante di Sondrio. Il Ciapino fu messo a morte: a Nicolò, che ne aveva assistite le ultime ore, confortandolo in quella estrema e maggiore di tutte le umane necessità, attaccato un processo, che lo costrinse a ricoverare a Como. Giustificatosi, tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala via, e la fortuna mandò tempo al loro proponimento.

Ci fu veduto come, fra i Grigioni, tutto andasse in brighe di potenze straniere; fra le quali si dimenticava l'interesse della patria. Gli ambasciatori francesi, con disapprovare la lega fatta coi Veneziani, caddero in sospetto di esser d'accordo colla Spagna: sicché l'ambasciatore Gueffier, denigrato dai predicanti, dovette fuggire negli Svizzeri: quinci lamenti e turbolenze, fra le quali pigliavano il sopravento i predicanti, venuti ormai il tutto del governo, come succede ai pochi che schiamazzano mentre i più stanno savi e tranquilli. E avendo intesa con Zurigo, Berna e Ginevra, non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione, essere violate le costituzioni poi bocconi stranieri, si operasse una volta efficacemente a rintegrare la libertà, riformare il governo e simili altre parole, che sempre discendono grate nelle avide orecchie della plebe. Fidati nel favore di questa, sotto Gaspare Alessi ginevrino predicante di Sondrio, accozzarono un loro concilio prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi ed ingegno in gran nome, poi a Bergun, paese romancio alle falde pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona quella sola di Venezia: e si concertarono sul come dar superiorità alla parte loro.