Fin qui la lettera. Ora ti par questo l'ordinamento d'una congiura! O non anzi il gridare, concediam pure d'un fanatico, ma che non fa che gettare in mezzo un suo pensamento? Mi dirai che parlar oscuro si suole in cose di tanto rilievo; ma od egli non temeva che la lettera cadesse sott'occhio cattolico, e diceva poco; o sì, e diceva troppo. Chi poi vergò quella lettera? donde? quando? a chi?(66) Manca ogni data, ogni autenticazione. Come poi cadde in mano ai Cattolici? Miracolosamente, vi dicono: risposta vaga, che cresce le dubbiezze. E se considero come pochi fossero i Riformati a petto dei Cattolici, come fra questi ne fossero di baldanzosi, che, quantunque sbanditi, vivevano in patria fidando nei satelliti e nel proprio braccio, tanto da ardire fino insultare i magistrati, sempre più scemo fede a questa congiura, e vengo a crederla uno spediente, che il secolo nostro non ignorò. Accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia e ammantando di difesa il misfatto.

Ma nulla più facile che ottener credenza perfino all'assurdo in mezzo al turbinio dei partiti, cui primo effetto è annichilare il buon senso. Vi si diede dunque retta. Le apparenze si recavano a realtà, i veri mali s'invelenivano, si fingevano dei non veri, e quelli e questi aumentavano l'accanimento. Era quello un tempo di rivoluzioni. La Francia, dopo il macello della famosa notte di san Bartolomeo che molti guardarono come generosa vendicazione di libertà nel credere, si era agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa. L'Olanda si scoteva sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome della religione. In nome di questa la Boemia rompeva guerra all'imperatore. Tutta Germania era in tumulto per quella che poi si chiamò guerra dei Trent'anni. Quanto valga l'esempio nelle rivolte non fa mestieri ch'io lo dica; né dovette essere allora inefficace a persuadere i Valtellinesi a procacciare con mano forte ai casi loro.

Il cavaliere Robustelli accozzò nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti più vivi e con parole da quel dicitore felice che egli era, discorse i danni ed i pericoli della patria e della religione. Qui gran disparere. Chi esortava ancora a pazienza: come si tollerano le brine ed i rovesci del tempo, doversi tollerare la mala signoria. Esservi altri legali mezzi a sperimentare, i subugli alla fine non far bene che ai tristi. Essi, che fin qui potevano mostrare la ragione, non volessero gittarsi al torto col soverchio avventurarsi, colle rivolte, esperimento pericoloso quanto la trasfusione del sangue, non s'ottiene che di cangiar padrone, forse di ribadir le catene, certo di perdere l'inestimabile dono della pace. I moti popolari, facili ad eccitarsi, difficili a mantenersi. A parole tutti esser buoni, ma al fatto si sente che altro è immaginare, altro è soffrire, quando, raffreddo il primo bollore, si conosce di non aver altro che aperto un varco di pianto in pianto e d'un male in un peggio. Così dicevano quelli cui pare che la perseveranza conduca ben più innanzi che non l'impeto; e che disposti a non transiger mai colla prepotenza confidano fiaccarla colla sofferenza attiva, persone che il secolo nostro condanna col titolo di moderati.

Ma uom deliberato non vuol consiglio. E i più ai quali pareva lodevole il far libera la patria od utile il comandarla o santo il purgarla dalla eresia, sordi ad ogni voce di moderazione, per bocca del Robustelli esclamavano essersi sofferto assai: dallo star pazientando qual buona mercede ce ne venne? I timidi consigli ci fecero disprezzati, i gagliardi ci faranno rispettati. Chi non comincia non finisce. Dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un patrimonio da difendere, il dovere di conservare le leggi da loro promulgate. E la patria ed i beni e le leggi e, che più conta, la religione ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio? Quest'è lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Una misera pace ben si muta anche colla guerra. Cento mila Cattolici, quanti ne abitano dalle fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo: cento milioni di Cattolici in tutta Europa aspettano da noi esempio, e ci preparano applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere, noi sdegno generoso, noi magnanime speranze, noi armi giuste perché necessarie, formidabili perché impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice, Spagna ci appoggia, la discordia dei Grigioni ci favorisce. Se l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Chi non vuole quando può, non può quando vuole. Torna meglio morire una volta che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? Il mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta impresa? Quanto sarà dolce nei tardi nostri anni dire ai figli ed a chi nascerà da loro: "Noi pugnammo per la patria e per la fede: se liberi, se cattolici voi siete è merito nostro".

Applausi non mancano mai a chi parla alle passioni più che alla ragione, e non tardarono ad entrar tutti nel parere più violento. Si faceva grande appoggio sulle armi e sui maneggi dei Planta, si sperava dai Cantoni cattolici; "Ribellione (diceva il capitano Guicciardi) si chiama il macchinare e non compiere l'impresa". "Non mancheranno ragioni (esclamava Anton Maria Paravicini) se non mancherà la forza di sostenerle". "Tolgo sopra di me (soggiungeva il valente giureconsulto Francesco Schenardi), il mostrare al mondo che abbiamo diritto d'esser liberi ed indipendenti".

Ma come operare il gran fatto? Levarsi in arme, proponevano alcuni: intimare ai Grigioni di partirsi, ai nostrali di convertirsi alla fede; dar mano agli ispazzinanti della Rezia per abbattere la parte ereticale, e chiusi nei propri monti, respingere le armi che venissero per soggiogarli. Ma "No no (gridava il dottor Vincenzo Venosta), non è più tempo di mezzi consigli. Le ingiurie contro i principi non si cominciano per farsi a mezzo: chi trae contro i padroni la spada, getti il fodero, né ponga speranza che nel proprio valore. Or che clemenza? che discorrere di diritto e non diritto, di pietoso o di crudele, quando si tratta di salvare la patria e la religione? Non sono costoro che uccisero Biagio Piatti ed il santo arciprete Nicolò? Che chiesero a morte i migliori di noi? Che congiurarono per iscannarci tutti inermi? Volti Iddio sovr'essi il loro consiglio, e si scannino fino ad uno quanti eretici dannati al demonio vivono in mezzo all'ovile di Cristo. Se noi li uccidiamo, se ne parlerà alcun tempo, indi scaderà fin la memoria loro: se vivi li lasciamo, continueranno a darsi attorno, cercando a noi nemici, a sé vendetta. Gusti il popolo la voluttà del sangue, e sia suggello al voto di eterna nimistà con questi esecrati padroni". Quel caldo parlare vinse i ritrosi pareri, e fece precipitare la bilancia dei consigli esagerati. Onde, accesi tutti in gran volontà di un passo terminativo, serrandosi le mani con quella potenza che è data dall'accordo delle volontà, giurarono ridurre le vendette ad un colpo e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri, fossero nella valle. E senza punto frammettere, venne spedito il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte per amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria e gli altri magnati del governo milanese. Nel che riuscito a poca fatica, ed avutone anzi 3000 doppie,(67) assoldò esuli e gente d'ogni sorta pel primo sforzo di liberare la patria.

Non crederete che, fra tanti complici, questi trattati passassero nascosti ai Grigioni: ma dagli interni tumulti occupati rimessamente provvedevano, mentre i Valtellinesi per questo appunto acceleravano vieppiù. E già avevano composto che il 19 luglio, mentre gli Evangelici erano assembrati alla predica festiva, dovessero assalirli e trucidarli nel punto stesso, truppe milanesi entrerebbero nella valle. I Planta dal Tirolo, il Giojero, già podestà dì Morbegno, dalla Mesolcina, piomberebbero sopra la Rezia. Tutti quei concerti insomma che al tavolino pajono immancabili, e all'atto svaniscono, lasciando chi vi credette in faccia alla nuda realtà. Disajutò gravemente quest'ordine esso Giojero, che ai 13 di quel mese valicò il San Bernardino, e sceso in val di Reno, difilò sovra Coira, presumendo con un avventato colpo dare buon cominciamento all'impresa: ma dai Grigioni respinto, sperperata quella sua marmaglia, fu mandato in fumo il tentativo.

Né però i congiurati fecero come sbigottiti e vinti al primo colpo fallito: anzi tenevano pronto armi, munizioni e bravi per un terribile domani. Ma di rado van piane queste pratiche. Il capitano Giammaria Paravicini di Ardenno, cancelliere generale ed uno dei più vivi in tale faccenda, dando nome di dover accudire a certi suoi poderi in Vacallo, terra nei baliaggi svizzeri, si era messo colà per far còlta di gente, con cui doveva, appena cominciata la strage, mozzare le strade del chiavennasco perché di là non venissero Grigioni in soccorso. Ora non so qual urgentissimo negozio lo chiamò di tutta prontezza a Milano, donde fece inteso a Giovanni Guicciardi come per ciò fosse mestieri dare al fatto l'indugio di otto giorni, finché spedito egli si fosse dagli affari per cui era partito. Quanto se ne turbasse il Guicciardi lascio a voi pensarlo, ben sapendo di qual momento sia un'ora sola nelle crisi d'un popolo come d'un malato. Spedì dunque per il Robustelli, che da Grossotto a Tirano in diligenza venuto, nella tinaja del podestà Francesco Venosta unitisi molto alle strette, si consultarono su qual partito fosse a pigliare al caso. Per evidenti segni appariva il loro consiglio essere trapelato ai Grigioni o per ispioni, genia non mai scarsa, o per qualche parola mal avvisata, o per quei piccoli segni che si notano quando si ha niente indizio d'una pratica. Onde, vigili in loro terrore, si erano recati in miglior guardia, avevano raddomandate dai Valtellinesi le chiavi di tutte le pubbliche fortificazioni ed armerie, rifrustavano con rigore alcune case, avevano posto su ciascun campanile chi, ad ogni primo rumore, toccasse a stormo, proibito l'uscir dalla valle e fin lo spedire lettere, tenuti ben d'occhio i caporioni, disposta una tela di cagnotti che ronzassero alle frontiere.

E appunto in queste guardie cadde un corriere, spacciato a posta con lettere dal Robustelli al Paravicini. Ciò sapevano i congiurati, ignorando però come il corriere fosse stato destro abbastanza, da gettare nell'Adda i dispacci, che avrebbero messa in luce la trama.

In così terribile intradue che fare? Fuggire, proponeva il Guicciardi, mentre lo scampare era a tempo, e serbarsi a migliore opportunità. Ma dissentivano fermamente gli altri due: essersi ormai là, dove se andasse al contrario avevano giocata ogni speranza. Già era in forza dei padroni un dei loro complici, che al domani doveva esaminarsi alla corda: e se i tormenti gli strappassero la verità? Poi se anche riuscisse a loro di fuggire, che ne sarebbe dei tanti, che per confidenza avevano preso parte con loro? Che della patria, abbandonata ad un offeso padrone? Già sono in punto d'armi molti satelliti, già il Paravicini mandò un gomitolo di 40 uomini i quali, dato che siano scarsi di numero, basteranno poco o assai a coprire il terziere inferiore. I momenti che il vile usa a fuggire, il prode gli adopra al vincere. Si tolga dunque ogni indugio al fatto, usando quell'audacia che padroneggia gli eventi.