I Valtellinesi come seppero che il re cattolico li aveva presi sotto la sua protezione, alzarono bandiera spagnuola, se non disciplinati, certo arditi all'opera, e mentre alcune truppe del Feria passavano nella Geradadda, per fare una diversione ai Veneziani, altre salirono nella valle, rammezzarono ai nemici la marcia, difesero Morbegno, ripresero il ponte di Ganda, e don Girolamo Pimentello, generale della cavalleria milanese, munì i passi, occupò la riva di Chiavenna, talché i Grigioni dovettero ripassare le Alpi retiche. Non già per restare dalle offese, ma per rinfocarle. Imperocché, accresciuti dall'oro veneziano e dai soldati svizzeri, piegando su per il lungo dell'Engadina riuscirono, per la valle di Pedenosso, a sboccare sopra Bormio in numero di 7.500, e chi dice fin di 12.000(74) soldati. Avevano mandato innanzi Giovanni Scinken cancelliere di Zug, persona di gran ricapito, a cercare i passi dai Bormiesi. Ma alcuni, còltolo fra le gole, lo scannarono e seppellirono con obbrobrio. Fu olio a fiamma: i Grigioni, più inacerbiti, piombarono sul paese, ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso, si piacevano profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione, nella marcia vestire piviali, tunicelle e cotte, sfregiare e bersagliare le imagini devote, illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane, coi crismi ungersi gli stivali, mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene: empietà che, per gli animi commossi, non potevano succedere senza sangue.

Incontro a loro si erano mossi i Valtellinesi e gli Spagnuoli col Pimentello, traendo anche le artiglierie del forte di Fuentes. Varie incomposte avvisaglie dapprima: poi grossa e brava battaglia si fece a Tirano, ove ben otto ore durò un tremendo menar di mani, finché i Valtellinesi ebbero la migliore. Oltre 2.000 fra Grigioni ed ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, fra i quali il colonnello Florio Sprecher. Il prode Nicola da Myler, capo degli ausiliarj bernesi, in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri coi suoi amici, aveva promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante anella contava una lunga catena d'oro, che gli pendeva dal collo. Ucciso lui, quella catena fu mandata in dono e trofeo al governatore Feria. Cinquanta Spagnuoli si divisero le spoglie di Bormio e 30.000 ducati della cassa militare. Memorabile vittoria, la quale, anzichè al valor confidente di chi combatte per la patria e per la religione, il popolo devoto volle ascrivere a prodigio del Dio degli eserciti, asserendo che la versatile statua dell'arcangelo Michele, posta sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto durò la pugna, si tenesse rivolta, benché contrario spirasse il vento, contro ai Grigioni, vibrando minacciosamente la spada. Il Feria fece stampare tal prodigio, e lo mandò a Madrid, insieme con una imagine dei ss. Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio, fatta bersaglio delle fucilate, ne era rimasta illesa.

I Grigioni più che di passo ripiegarono verso Bormio, indi in patria: avendo prima con insoliti ed aspri consigli irritato i loro soggetti, poi con armi insufficienti mostrato incapacità di ritornarli alla rotta pazienza. I Valtellinesi sbarrarono quel calle con una fitta muraglia. Altre ne eressero a Tirano, a Sondrio, a Morbegno e gli Spagnuoli rimasero a tutela.

Ma tutela migliore fu il mettersi della vernata, che chiuse di nevi e ghiacci tutti i passi. Onde, sostando il pericolo, la Valtellina, come libera di sé, in universale assemblea, si recò in mano tutta l'autorità del governo, nominò i magistrati e pose fra i primi un rappresentante del ducato di Milano. Rese le monache ai conventi, riconsacrò le chiese, disperse le ossa degli eretici, promise di tutto soffrire, anziché tornare alla distrutta dominazione; ed entrò in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti sottentrano ai convinti.

Mentre l'inverno quetava la guerra delle armi, risvegliava una guerra di penne fra i gabinetti, agitandosi il destino della valle da politici, da giureconsulti, da teologi e da quei tanti che ponevano in campo ragioni sopra di essa. Né dormiva la Valtellina, mandando al papa, ai re, alle repubbliche, affinché la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la diplomazia a gran vantaggio le tornavano i lunghi odii civili delle Tre leghe, ove Cattolici e Riformati litigavano fieramente, in apparenza per dissenso religioso, in fatto per i raggiri della Spagna e della Francia, che volevano far prevalere ciascuna il proprio interesse. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il Feria usò pienamente questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando, come spesso accade, i fiacchi nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega, a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.

Quanto la lega grigia, cattolica di sentimento, si tenne lieta di questo accordo, altrettanto le altre due, singolarmente la bassa Engadina, la avversarono sollecitate dai Veneziani e dai Francesi che, per non lasciar crescere la Spagna, volevano rialzare i Reti, e restituire loro la valle in pieno diritto. Anche i predicanti schiamazzavano contro quel capitolato, onde si ruppe a baruffa, ed il Feria mandò armi che sostenessero la guerra fraterna. La quale scoppiò nel marzo, ed i Riformati, dati nell'armi e nel sangue in Engadina, ritolsero Tosana ai Cattolici. Gli assaliti in gran terrore mandarono verso Bellinzona le loro masserizie; ma sebbene i Riformati respingessero fin là alcuni Borgognoni venuti a difesa dei Cattolici, in fine la fortuna si volse a pro di questi, che ajutatì dai Luganesi, ricacciarono gli assalitori.

Allora i potentati e Gregorio XV succeduto papa ed informato da persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna contro il Feria, quasi fosse turbatore della comune pace, supplicandolo perché rendesse le cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione.

Giunsero le lettere quando il re stava negli estremi di sua vita, e corse fama che nel testamento egli legasse al figlio ed erede suo l'obbligo di restituire la valle ai Grigioni. In fatto l'imbecille Filippo IV successogli, perché non paresse occupare l'altrui, né soperchiare la libertà italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidii, perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e Vallesiani stessero mallevadori per i Grigioni.

Pensate qual dire ne facessero gli insorgenti, fomentati forse dalla Spagna a rivoltarsi ed or dalla Spagna consegnati ai nemici! Mormoravano che il Cattolico avesse condisceso fiaccamente alla moglie, sorella del Cristianissimo. Spedirono uomini a posta a dire, a pregare, a lagrimare. Sposero anche al re cattolico gagliarde significazioni in una lunga supplica, della quale questi erano i sensi e quasi le proprie parole(75): "Soffra la serenissima vostra maestà che noi poveri clero e cattolici di Valtellina veniamo supplichevoli in atto ad umiliare nostre ragioni ad una corona, che degnò prenderci in protezione; ad una corona che ha per primo fregio la santa croce ed il titolo glorioso di cattolica. Tardi, e ce ne rincresce, le abbiamo dichiarate le nostre querele, sicché la M. V. mal informata, (lasci pur dirlo) sì per la politica, sì per la religione, trascorse a concedere qualche speranza ai pravi eretici Grigioni di ripossederci. E dalla religione cominciando, la quale più deve stare a cuore alla M. V., che, sull'esempio de' gran padri suoi, tanto adoperò per conservarla pura, resti servita di considerare in che pessima guisa sieno corse le cose da quando cademmo sotto il giogo di quel popolo, barbaro di costumi, empio di fede. Sarebbe un non finire mai l'annoverare le vicende nostre, già per abbastanza relazioni fatte note al gran teatro del mondo, talché ormai de lamenti son nojati coloro, che non provano il martello di queste acerbe disavventure: ruine, demolizioni di chiese: mutati i templi di Dio in baserghe d'abominazione: i sabati volti in obbrobrio: il santo Nicolò Rusca tratto al martirio: quanti Cattolici avevano fermezza, perseguitati, cacciati: istituite scuole d'empi dogmi, sicché potevamo dire con Isaia: La vite s'infiacchì, gemettero quei che giubilavano perché trasgredirono la legge, mutarono il diritto, dissiparono il patto sempiterno. Non più onore al culto, non più il dovuto rispetto alle venerabili immunità del clero, al quale il gran Costantino, specchio singolare degli imperanti, come vedesi chiaramente in Rufino 1. X c. 10 dell'istoria Ecclesiastica, aveva detto: Dio costituì voi sacerdoti, e vi diede podestà di giudicare anche noi regnanti, e quindi noi giustamente siamo giudicati da voi, ma voi non potete essere giudicati dagli uomini, perocchè dal solo Iddio voi aspettate il giudizio. Che più? I Grigioni, li cui consigli Dio perda tutti così, avevano ultimamente fatto trama di sagrificare fino ad uno i Cattolici per radicare la scellerata eresia dell'empio e maledetto Calvino in questa bella Italia, ov'è (al dir del poeta) la sede del valor vero e della vera fede.

"Così tollerarono i Valtellinesi, lo sa Iddio, fin all'estremo, quando si stancò la loro longanimità; e dalla schiavitù di Babilonia aspirando alla libertà della vera Gerusalemme, fecero siccome Giuditta che trucidò il nemico della sua patria, siccome i Macabei che s'armarono contro gli Assiri, siccome i savi di Giuda che si tolsero all'ubbidienza di Joram re, perché dereliquerat dominum Deum. Il Signore, che per far molto non ha bisogno di molti, avvalorò con evidenza di effetti il braccio di quelli, che avevano posto mano all'aratro senza guardarsi indietro. I re, gli infallibili papi autenticarono la santa impresa, colla quale ci togliemmo dal collo il retico e l'eretico giogo. Quali furono l'opere nostre dopo che, ajutante Dio, ci vendicammo in libertà? Rimettere in onore i santi ed il clero, introdurre il calendario gregoriano, proclamare il sacrosanto sinodo di Trento, ristabilire il santo uffizio dell'inquisizione, ottimo a tutelare la fede.