Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di Francia coi Grigioni, venne in Valtellina coll'esercito da Poschiavo, e per i Zapelli d'Aprica passando sul Veneto andò a prender possesso del ducato. Da altre intanto delle valli che sì inutilmente ci chiudono, sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia premio ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla Francia e sostener egli austriaco le austriache ambizioni, mandò trentaseimila fanti e ottomila cavalli, alla guida di Rambaldo Collalto. Truppe terribili sempre, allora viepiù per il timore della peste che serpeggiava. Già il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco, e stava per calarsi sul Milanese quando il Cordova, governator di questo, mosso dai reclami dei popoli, spaventati dai latronecci e dal contagio, mandò l'ordine che non si avanzasse più.
Si diffuse dunque per tutta la Valtellina questo nuovo ed orribile flagello. Erano, quelle, bande assassine, che andavano desolando la Germania nella guerra detta poi dei Trent'anni; erano i Lanzichinecchi di quel Waldstein che in sette anni smunse da una metà della Germania sessantamila milioni di talleri(86). Gente che, solo ingorda di far suo l'altrui, non perdonava a sacrilegi, a stupri. Ora colla forza, or cogli ordini portava via i mangiari di quella povera gente. Sicché, oltre le solite provigioni, la valle doveva pagare 10.000 scudi al mese, e con larghissimi doni abbonacciare, se non saziare, l'ingordigia degli uffiziali(87).
La stagione era andata affatto sinistra ai grani, sicché n'era un caro già eccedente nel 1628, esorbitante nell'anno seguito(88): onde può ognuno figurarsi come travagliasse la Valtellina, sino a vedere la gente, abbandonata del pane per sostentarsi un dì, trovar buone a mangiare le carogne, a contendere alle bestie la gramigna e le ghiande. Si richiamavano con dolorosa istanza i Valtellinesi ai governatori di Milano. Ma a questi piaceva meglio lasciare le truppe colà, che trarsele nello Stato. Finché cresciute a 22.000 pedoni e 3.500 cavalli, non trovando più sostentamento, dovettero portare il disastro delle loro lentissime marce sopra il Milanese. Dalla valle e dal contado di Chiavenna, raccozzatisi dunque a Colico, contaminarono la riva sinistra del bellissimo lago di Como, percotendo d'inesprimibile terrore gli abitanti. Fra i quali era Sigismondo Boldoni, felice scrittore latino e non pessimo poeta italiano, il quale da Bellano sua patria ai lontani amici descriveva i patimenti suoi e degli altri. "Tutti gli abitanti del Lario (traduco e compendio il suo elegante latino) sono a spogliare le case, cacciare le mandre ai monti, trasportare ogni cosa di pregio, sovrastando i Tedeschi, che, per nostro malanno e per ira di Dio, passano di qui, affinché l'Italia, già strema per battaglie, rapine, uccisioni ed inumane fami, sia involta in guerre, che ai dì nostri non finiranno. Allo schiamazzo loro non le muse soltanto, ma gli uccelli fuggono: nulla santo, nulla sicuro".
E già in suo terrore gli pareva, fra lo scrivere, udire i tamburi, ed in gran procella recò ai cappuccini dell'opposto Bellagio il poco suo danaro e, che più gli premevano, le sue scritture: poi a casa a nascondere, a steccare, a murare le porte. Intanto quei Lanzichinecchi piombano su Colico e lo depredano: di là per sentieri montani sboccano sopra Bellano, rubando se trovano, smurando e disotterrando come pratici, costringendo chi trovavano a svelare il nascosto. "All'arrivo di quella sozzura del genere umano, tutta va devastata la campagna, sperperata la matura vendemmia, unica speranza dopo tanta fame e tante depredazioni. All'avidità degli uomini, non che i frutti, neppur bastano le erbe: a tanti cavalli, non che foraggio, neppure si trova spazio. Non un abito, non un vaso lasciano nelle stanze: solo un insoffribile tanfo. Bruciano le travi ed i pali delle viti, stramenano i tralci, tolgono ogni cosa ed in pagamento danno busse e ferite e stupri. Brandeburgo, Vallenstaino, Anzalt, Maradas, Furstembergo, nomi di casa del diavolo; Altringer, Montecuccoli, Ferrario, Acerboni, ed i Croati, e Torquato Conti, ed in fine Galasso, e sempre ad una banda cattiva una peggiore ne succede".
Dava alloggio il Boldoni in sua casa agli uffiziali, uno dei quali visto una macchia d'alloro: "Che fronda è quella?" gli chiese.
"Oh l'uom barbaro! (esclama il Boldoni) povere Muse! cosa aspettarvi da gente che neppure la vostra pianta conosce?"(89)
Così da Samolaco a Lecco guasto tutto quello che non potevano portar via, passarono l'Adda, e giù per la Brianza: e otto giorni rimasero a flagello del Milanese, lasciando da per tutto il segno di loro gola e disonestà. Stridevano i miseri paesani, ma i re avevano a pensare ad altro che al bene dei popoli, né curavano a quali guai esponessero una pacifica popolazione per crescere d'una piccola provincia uno stato immenso, per una prerogativa, per un puntiglio, talora per supina infingardaggine di non saper pigliare un partito. Eppure quelle erano truppe amiche, erano ausiliari: vi lascio pensare come dovesse stare la Valtellina, corsa da tanti nemici. Tali frutti coglieva dal tenersi raccomandata ai signori della Lombardia, quando avrebbe potuto farsi libera ed indipendente col proprio braccio.
Quelle truppe scesero verso il Po a fare un lento macello d'amici e di nemici, a devastare Mantova, che ancora se ne piange; a raccogliere le maledizioni dei popoli travagliati da quelle non so se chiamarle guerre o ladronaje, in tanto peggiori, in quanto che neppure offrivano una speranza alla imaginazione. Ma un altro tristissimo dono lasciarono al paese, una terribile peste.
Ognuno sa quanto ricorressero frequenti le epidemie in Europa. Nel 1610 la morte nera, aveva imperversato fra gli Svizzeri, donde si propagò nelle valli dei Grigioni, e di là nella Valtellina; altre volte vi tornò, e singolarmente nel 1621 se ne stette in gran paura. Gli eserciti erano reclutati e tenuti allora in tal maniera che, come dice il Varchi, v'aveva sempre uno spruzzolo di peste.
Questi poi venivano da Lindau, scala generale delle merci per l'Alemagna, "dove per il più dell'anno sono molte città e luoghi infetti di morbo contagioso"(90). A ragione dunque se ne temeva; e di fatto dietro a quelle sudice truppe, che si rifiutavano ad ogni legge di sanità, si sviluppò un contagio, che ritrovando i corpi disposti dalla miseria universale, dalla fame, dal cattivo cibo, dai crucci dell'animo, dai patimenti del corpo, doveva produrre la più fiera mortalità che le moderne memorie ricordino. Una contadina di Tirano fu la prima cui si scoprisse la peste: poi su tutta la via, che le truppe avevano percorsa, se ne trovavano orribili tracce. A Bellano, a Lecco, a Chiuso. Pier Paolo Locato italiano a servigio di Spagna, venuto da Chiavenna, la recò a Milano. Il moltiplicare delle vittime scosse il tribunale di sanità, che mandò un commissario, il quale tolto seco a Como un medico visitò i luoghi infetti: se non che a Bellano avendoli un barbiere ignorante assicurati quella non esser peste, eglino, con imperdonabile trascuranza, stettero contenti agli oracoli di costui. Fors'anche bassamente connivendo al governo, al quale non giovava che peste vi fosse o si dicesse.