Intanto il male acquistava violenza. Tutto era pieno dell'imagine di varia morte: prima una palpitazione, indi letargo, spasimo, delirio e col corpo orrido di buboni e di luridi gavoccioli si trascinavano i miserabili alla tomba. I pubblici provvedimenti non bastavano alla furia del male: onde, dopo che negli spedali si erano più ammassati come cadaveri che disposti come infermi, avresti veduto per le vie, per li campi stendersi poveri giacigli di stoppie e di immondo ciarpame, o capanni di fronde e di strami, ove, malagiati di cibo e peggio di rimedi, si gettavano i miseri man mano che il morbo toglieva loro le ultime forze da reggersi in pié. Ivi persone d'ogni sesso ed età, cresciute fra gli stenti o gli agi, avvezze all'umiliazione od alla prepotenza, venivano eguagliate a dar di sé una vista d'inesprimibile compassione. Gli uni appiccavano il morbo agli altri: col crescere dei malati crescevano le miserie. Qua vedevi alcuno lacrimando trascinarsi lungo le vie in traccia di soccorsi, o almen di compassione, anch'essa venuta meno. Là bambini che s'attaccavano all'esausto seno delle madri. E da per tutto e tutto il dì un incessante trar di guai, ad ora ad ora funestamente interrotto dalle disperate strida di quei miserabili, in cui al male si aggiungeva il tedio del male, e l'aspetto dei presenti, ed il desiderio dei lontani, ed il dolore dei perduti, ed i terrori della fantasia. Non bastavano i cimiteri a ricevere le salme dei tanti, gettati là senza onore d'esequie, senza funebri deprecazioni. Interi paesi furono spopolati, né si riebbero più. Como perdette 10.000 persone, la Valtellina che, secondo la relazione di monsignore Scotti, comprendeva ben 150.000 abitanti, fu ridotta a non più che 40.000.
Da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, riflettono i contemporanei, non che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, vie peggio si pervertivano i costumi degli uomini, insultando al Dio che flagellava, godendo della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi che nei superstiti si accumulavano. Noi vorremmo raccomandare ai gran savii del nostro secolo di non permettere mai queste grandi sciagure naturali. In primo luogo, essi vantano l'onnipotenza dell'uomo, il poter suo nel domar la natura, un avvenire di godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli elementi. Ed ecco un torrente, una scossa di terra, un morbo che s'attacca all'uomo o alle patate, un'avversità di stagione, perde le gioconde previsioni, e attesta il predominio di una mano poderosa, e come precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un incendio.
Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate, della carità. Cose tutte che i gran savii del nostro secolo devono ingegnarsi di screditare e d'impedirne quell'influenza che divien tanto efficace quanto benedetta in simili casi.
E anche allora se al male v'aveva qualche rimedio, lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano concesse amplissime facoltà; ma era un eroe chi rimanesse al posto destinatogli dalla provvidenza, quando il vivere era un'eccezione. Eppure non pochi con ispontaneo sagrifizio andavano incontro alla peste come ad un premio, non perdita ma guadagno riputando il dare la vita temporale per acquistare altrui l'eterna. I cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare i moribondi, con affetto più che di madre trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili momenti che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove bramavano. Si erano colà fino dal 1624 stabiliti i cappuccini, e fin ad uno morirono a servigio degli appestati. Altri sottentrarono volenterosi alle loro cure, a morire anch'essi. Dare la vita per fare del bene! A queste azioni ti riconosco, o religione, che sola crei i martiri dell'amore.
A prevenire ed a curare il malore si erano dati provvedimenti quali buoni, quali superstiziosi, quali esecrabili. Sequestrare i malati, durare le quarantene, non comunicare con alcuno, portarsi in mano ruta, menta, rosmarino, aceto, una boccetta di mercurio, che si credeva assorbire gli effluvii contagiosi. I monatti, infermieri incaricati di portare gli infetti agli spedali, erano un nuovo flagello: ed entrando nelle case vi commettevano le più laide cattiverie, rubando, svergognando sugli occhi dei padroni, e minacciando chi fiatasse di trascinarlo ai lazzaretti.
E poiché nei grandi flagelli dove non si osa bestemmiar la provvidenza, si sente il bisogno di sfogar contro alcuno il brutale istinto dell'odio, e della superbia umiliata dall'impotenza, si era sparsa la funesta opinione che uomini perversi venissero con malìe ed unzioni propagando la peste: e molti paesi soffersero il miserabile spettacolo di alcuni reputati untorì, processati, convinti, e messi ai peggiori tormenti ed alle fiamme. Né la mia storia può andare esente di tali orrori, ché sempre e da per tutto vengono gli stessi frutti dall'ignoranza e dalla superstizione. Bormio aveva posto divieto che nessuno osasse passare nell'Engadina, ove il contagio infieriva. Nelle guardie, che ronzavano al cordone, incappò un contadino che l'aveva trapassato. Alle interrogazioni confessò come, trovandosi la donna sua inferma e dubitando fosse effetto di stregheria, si fosse condotto di là per tenere consulta coll'astrologo di Camoasco, volgar uomo che se l'intendeva col diavolo, ed il quale di fatto gli aveva dato a vedere in un'ampolla tre persone, che avevano fatto l'incantesimo alla sua donna(91). Ignorante o maligno, il contadino nominò una povera vecchia, che detto fatto catturata e domandatane alla corda, incolpò sé stessa e denunziò molt'altri. Il giudice di Bormio istruì il processo, facendo, per sicurezza di coscienza, intervenire l'arciprete Simone Murchio; e col consenso del vescovo di Como furono decapitati ed inceneriti trentaquattro fra uomini e donne(92). Così e folli guerre, e tremendi contagi, e pazzi pregiudizi concorrevano ad affliggere ed a sterminare la miserabile umanità.
Quand'a Dio piacque, la peste cessò: ma non i mali della Valtellina. Poiché, ora col pretesto del passaggio, ora del bisogno, or dell'inquietezza, era ogni tratto riempita da quella ribaldaglia che si chiamava soldatesca, la quale diffondeva lungo il cammino malori, fame, mal costume. E quando era costretta andarsene, se ne faceva compensare con dei mille fiorini come d'un gran favore. Si dovettero vendere od impegnare gli argenti delle chiese, e gli abitanti erano messi a gravi tormenti per obbligarli a dare danaro(93); tanto che i pochi residui della peste erano entrati nel disperato consiglio di abbandonare l'infelice patria, se per avventura il Feria, tornato governatore del milanese, non avesse adoprato di cuore presso l'imperatore, affinché di là togliesse le truppe. E l'ottenne o fosse pietà, o piuttosto il bisogno di opporre quei soldati al gran Gustavo Adolfo di Svezia, che aveva in Germania rialzata la causa dei Protestanti.
Ed appunto per quella guerra, di grand'importanza diveniva la Valtellina all'Austria, che per di là portava, senz'altro chiederne, i soldati d'Italia in Alemagna a pronto soccorso. Così nell'agosto del 1633 il duca dì Feria s'inviò con 12.000 fanti e 1.600 cavalli pel giogo di Stelvio in Tirolo, calle preferito perché non toccava terre grigioni. Venne poi meno della vita a Monaco, mancando così un gran protettore alla Valtellina. Anche l'anno dopo, il Cardinale infante con 12.000 combattenti fu accolto a tripudio in Como, indi per la Valtellina passò, come dice Minozzi, invece di olivi comaschi a sfrondare fiamminghi allori. Questi ajuti, cui porgeva agevolezza la fede della Valtellina, furono principale stromento a difendere Costanza e Brisacco, e sollevare l'agonia dell'impero.
Tanto più incresceva questo possesso della rivale alla Francia. La quale si levò alfine risoluta di liberare l'Italia, titolo solito (diceva il Ripamonti), onde i Francesi valicano le Alpi; i Francesi (soggiunge egli) ai quali punto credere si dovrebbe, essendo gente inquieta, e che vuol gli altri inquietare.
Fatto sforzo d'ogni parte: Weimar è sul Reno, Crequi penetra in Italia, la Vallette assale il Piemonte, l'Arcivescovo Sourdis arma sul mare, Gassion sul Rossiglione, e per la via dei Grigioni è mandato il duca Enrico di Rohan, il più compito gentiluomo del suo secolo.