PISA
Perduta ormai la speranza di rivedere Alpinolo, certo che, dovunque fosse, costui ne avrebbe fatte di tali da lasciarsi scoprire anche troppo. Ramengo andava tra sè pensando ove rintracciario; giacchè il desiderio di scoprire un figlio lo faceva disviare dalla pesta che fin la aveva ansiosamente fiutata. In una delle sue corse alla ventura, mentre costeggiava il Po, ascoltò di sotto un macchione uscire un fischio come d'uomo che chiami: s'accosta: era un barchettajuolo, il quale sommessamente gli chiese:—Vuol forse passare, signor cavaliere?
—Perchè cotesta domanda?
—Oh la si lasci servire. Conosco ai panni ch'ell'è un milanese. Se n'ho passati queste settimane!»
Tali parole diedero la spinta all'irresoluta volontà di Ramengo, il quale risposto un sì piuttosto agl'interni suoi ragionamenti che all'inchiesta del barcaruolo, calossi, fece allogare il cavallo nel barchetto: poi mentre il rematore faceva forza vogando e tagliando obbliquamente il filone del fiume, il ribaldo, intento a scalzare, gli domandava dei passeggieri, degli abiti loro, dei discorsi, del dove si dirigessero: poi l'interrogò se fra quelli aveva veduto un bel fante così e così, dipingendo Alpinolo.
—Eh eh! (rispondeva il remigante) se dovessi averli a mente tutti. L'è stato un via vai! Però… quel che mi descrive mi pare di averlo veduto sì: un uomo così fra i trenta e i trentacinque…
—No, no: meno: neppur venti; capelli neri…
—Appunto: or mi raccapezzo: occhi grigi, bassotto, tarchiato…
—Anzi, occhi neri: alto tanto più di me; ben tagliato in tutte le membra:—impossibile vederlo e non ricordarsene.
—Uh! tanti asini si somigliano».