Capì Ramengo che l'uomo era tanto gonzo, tanto occupato del mestier suo, da non poterne succhiellar nulla: onde giunto all'altra riva, scarsamente regalatolo, si mise alla ventura, perchè l'unica indicazione datagli dal navalestro fu che quei profughi erano andati di là. Varcò ancora da luogo a luogo, richiedendo da per tutto, e da per tutto udendosi rispondere che Milanesi di fatto, se n'eran veduti molti, ma niuno sapeva ridire chi fossero, dove si dirizzassero: al più conoscevasi che andavano fuori via dalla patria per la tirannide di Luchino.
Ma altri tiranni egli vide dominare per le varie città di Romagna: a Rimini i Malatesta, gli Ordelaffi a Forli, a Faenza Francesco di Manfredi, i Polenta a Ravenna: Roma lamentavasi vedova, dopo che i papi, tramutandosi in Avignone, l'avevano abbandonata alla tirannide di que' suoi baroni, contro dei quali doveva pochi anni dopo, sollevare generosa ed impotente la voce Cola Rienzi: Bologna riceveva vita e splendore da forse quindicimila Italiani e Tedeschi, studianti sulla sua Università, la quale fino d'allora procacciavale il titolo di dotta che conservò sin qua, come conservò nello stemma la parola LIBERTAS, quantunque già in quei tempi si fosse ai papi assoggettata. Valicando poi l'Apennino, Ramengo si calò nel bel paese toscano.
Quivi la libertà era con maggior gelosia custodita, quanto a peggiori abusi vedeansi rompere i signorotti di Romagna e di Lombardia: tutte le terre difendevano acremente le loro franchigie, ed abborrivano il governo d'un solo. Ma come sperare che una fanciulla si conservi innocente fra bordellieri e femmine da conio? Quei tristi vicini se ancora non osavano attentare direttamente alla libertà dei Toscani, se ne preparavano la via col romperli, e col fomentarvi i mali umori. Sotto pertanto a quest'infame influenza, le nimicizie cittadine ivi peggio che altrove imperversavano: e i nomi di Guelfi e Ghibellini, che negli altri paesi avevano quasi perduto la significazione, mantenevano quivi una tenace vitalità. Ghibelline erano Pisa ed Arezzo; guelfe Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato, Siena, Perugia e principalmente Firenze; talchè, invece di maturare un concorde sentimento di nazionalità, dal quale soltanto potevano sperare frutti per l'avvenire, combattevansi e contrariavansi l'una l'altra; patria riguardavano l'angolo dove ciascuno era nato: forestieri ed avversarj tutti quelli d'altra terra, tanto più accaniti quanto più vicini; e nelle loro querele invocavano spesso o le funeste armi o la più funesta mediazione dei comuni e più veri nemici, gli stranieri.
Fra quelle lotte però sentivasi la vita: ciascuno capiva quel che valesse di per sè, e quel che potrebbe d'accordo cogli altri; il commercio, l'agricoltura, le arti erano salito in gran fiore; pittura, scultura, architettura, offrivano modelli, che il difficile nostro secolo non cessò di ammirare; e la lingua, venuta a mano di Dante Alighieri morto venti anni prima, e del Petrarca e del Boccaccio, giovani ancora, acquistava il primato che più non perderà, sopra l'altre d'Italia.
Come in quella Grecia, a cui per tanti lati somiglia la patria nostra, si dimenticavano le mutue nimicizie per convenire ai giuochi in Olimpia, così l'umore allegro dei Toscani li raccoglieva alle splendide feste, onde solevano spesso ricrearsi le diverse città, o nelle solennità dei loro santi patroni, o per memoria di antichi fatti, o per celebrazione di nuovi. Pisa in quel tempo aveva appunto riportato vantaggio contro i Moreschi, che dalle coste d'Africa infestavano il Mediterraneo e l'Italia; onde, per solennizzare quel trionfo e la presa di alcune loro galee, dovevasi finire il carnevale colla festa di Ponte. Nè d'altro che di questa udiva Ramengo ragionare per tutta Toscana allorchè vi capitò: chi poteva, preparavasi per andarvi; gli altri se ne struggevano di desiderio.—Perchè non v'andrò anch'io?» disse Ramengo. «Fra tale concorso di gente, nulla più probabile che incontrar quello ch'io cerco».
E vi si drizzò.
Pisa in quel tempo era nel maggior suo fiore. Porto frequentissimo come (fatta ragione ai tempi) oggi sono Amsterdam e Londra, nel 1283 aveva armate fino centotrè galee per guerreggiare Genova, che gliene oppose centosette: vedeva a' suoi mercati accorrere Mori d'Africa, Normanni del Settentrione, Turchignoti di Levante; mandava i suoi legni verso le Indie orientali a caricarsi di spezie, che poi diffondava per tutta Europa, riportandone in cambio legnami, canapa, stoffe, denaro. Alle speculazioni congiungendo l'amore per le arti belle, innato nella patria nostra, dalle imbarbarite regioni dell'Asia i Pisani traevano marmi, colonne, sculture, di cui abbellivano la patria: di Palestina recarono terra per riempiere il loro cimitero, onde poter dormire in terra santa; attorno a quel cimitero, i ristoratori delle arti belle fabbricavano, scolpivano, dipingevano, più insignemente perchè l'originalità non era stata per anco soffogata dall'imitazione, nè il raffinamento materiale aveva tolto la mano alle idee ed al sentimento. Su quelle pareti era stata ridotta a figure la Divina Commedia di Dante, per leggere la quale avevano eretta una cattedra nella nuova Università;—poesia, pittura, scuola nazionale e religiosa: commercio, arti, devozione, sapere, libertà; begli elementi della vita italiana d'allora.
Oggi Pisa è ben altro. Una borgata a mare, allora appena avvertita, le tolse quel resto di commercio, che le mutate condizioni d'Europa lasciarono alla Toscana; i cencinquantamila suoi abitanti sono ridotti ad un settimo appena; la marmorea cattedrale, lo stupendo battistero, la mirabile Loggia dei mercanti, gli altri edifizj di antica maestà fanno un melanconico contrasto coll'erba crescente per le vie spopolate, col silenzio delle ammutolite officine, coll'inoperoso vuoto del suo Lungarno; e la bizzarra Torre sembra chinarsi in atto di compassione per deplorarne le perdute grandezze.
—Potenzinterra! ei dee venire da in capo al mondo se mai non ha inteso parlare della festa di Ponte»; diceva a Ramengo l'oste Acquevino, che, venuto giovane da Pontedera senza un becco d'un quattrino, come egli diceva, in sulla via di Pisa avea rizzato dapprima un frascato, ove dava bere a' mulattieri, cavandone le spese e qualche zaccherello di vantaggio; poi coi quattrini facendo quattrini, e spacciando gran nomi ai piccoli vini che la sete faceva parere strabuoni, murò un'osterietta, che, se alcuno gli diceva essere piccola, egli, senza certo aver mai letto di Socrate, rispondeva,—Così potessi averla sempre piena di avventori». Posta sur un dosserello, aveva dinanzi uno spazzo ove si giocava al pallamaglio, e da cui vedevansi passar rasente quelli che si avviavano alla città, e dominavasi la vasta pianura, che da un lato scende fino al mare, dall'altro è chiusa da collinette biancheggianti nel verde degli olivi, e tramezzata dall'Arno che poi a forma di semicerchio divide Pisa. Colà Acquevino fatto maturo e grassotto, ma sempre fresco, snello, gran chiacchierone, gran lodatore del suo paese, del bel cielo, della buon'aria, della buona gente, quanto un poeta arcade, dava alloggio a qualche forestiere, facendogli poi nello scotto pagare la colpa di non esser toscano; somministrava bubbole e da bere a vetturieri e pedoni; e con religiosa integrità serbava prosciutti del Casentino e fiaschetti d'aleatico e di Montepulciano, che un professore dell'Università aveva paragonati all'ambrosia e al nettare degli Dei; similitudine che Acquevino, da venti anni ripeteva come nuova di zecca a tutti i signori, che (diceva egli col tono onde una civettuola dice esser brutta per sentirsi raffermare il contrario) venissero ad onorare quella sua catapecchia.—E (soggiungeva) qui gente non ne manca mai. Perchè io non sono come que' miei confratelli, che vogliono far commenti all'altrui starnuto. Libertà per tutti; chi paga è buon amico».
Vedendo arrivare in sulla sera Ramengo solo e con magra valigia, gli aveva dapprima fatto gli occhi grossi ed era stato con lui tant'alto; ma quando lo intese comandare la camera migliore, i più squisiti bocconi, il centellino più scelto, e gli balenarono all'occhio i fiorini d'oro lampanti, onde aveva rigonfia la borsa, disse fra sè:—Costui vuol riuscire meglio a pan che a farina»; e mutò cantare: non fu buon garbo che non gli usasse, e mentre si dava fretta intorno alle pietanze e ai forestieri, trovava qualche ritaglio di tempo per regalare due parole all'ospite dalla buona borsa, e vantargli il suo paese e la sua osteria.—Pisa (gli diceva) fior del mondo; senza far torto a nessuno, e meno al suo paese, signor forestiere. E se non fosse stata Pisa, tutta Toscana era a manco d'un pelo di venir turca, e non si berrebbe vino.—Ch'io le ne mesca un altro bicchieretto?—Vogliono esser forse trecent'anni, i Saracini avevano posto piede in Calabria: ma i Pisani, nemici dei nemici di Dio, mandarono il fiore della nostra gioventù a snidarli. Cosa pensano quei dannati? Con navi sottili e col diavolo che li ajuta, nel fondo della prima notte di gennajo hanno faccia di entrare in Arno, invadono il sobborgo, lesti e queti così che nessun popolano se n'accorse, fuorchè ai colpi dei malnati e alla vampa degli incendj. Allora tutti a fuggire senza guardarsi alle gambe, e senza pensare ad avvertire la città perchè si mettesse in difesa. Una donna sola, oh viva le donne toscane!—la sola Cinzica de' Sismondi, attraversa i maledetti che già occupavano il ponte d'Arno, corre ad avvisare la Signoria; e subito un dar delle campane, un sonar di trombe, un leva leva, un presto presto, un corri corri, tutti, a vedere e non vedere, pigliano le armi; fanno fronte ai Saracini che, rincacciati, n'hanno di grazia a fare salva chi può, si tolgono di testa il baco di mai più tentare la gente più valorosa di cristianità. In memoria di quel trionfo sul ponte stesso…»