Qui Acquevino, richiesto da altri avventori, dovette interrompere la narrazione di quel fatto, successo intorno al mille, e in memoria del quale il borgo rifabbricato di là d'Arno fu nominato di Cinzica, ed istituita la festa del Ponte. Noi meno, pressati dagli avventori che non fosse Acquevino, procureremo supplirgli alla meglio nel divisarne il modo.

La smania di fazioni, di allegrie, di battaglie, di devozioni tutt'insieme, che Pisa, colonia greca, aveva dalla Grecia portato, suggerì quel genere di festa; lo tenne vivo il desiderio politico di alimentare gli spiriti guerreschi, tanto necessarj per mantenere la pace e tutelare i diritti. Imperciocchè in grazia di quella, i più valenti e animosi fra i giovani pisani si addestravano continuamente nelle armi e nei movimenti del corpo; e in tal guisa formavansi prodi e disciplinati sotto capitani, che, come più esperti, erano a ciò trascelti per voce di popolo, e che, dopo le finte lotte, poteano guidare anche alla vera.

La città e il territorio si dividevano in due fazioni, chiamate dei Bianchi e di Borgo, ovvero di Sant'Antonio e di Santa Maria, da due chiese una di qua, l'altra di là del fiume. Nappe di color diverso, per lo più intrecciate e regalate dalle belle, distinguevano i parteggianti; e per quindici giorni innanzi alla festa non era quasi nient'altro che lottare e tambussarsi, ora in pochi, ora in più, con guasto anche di molte vite. Giunto poi il dì solenne, i combattenti delle due fazioni, protetti il capo di celate, con alla mano noderosi randelli che chiamavano i targoni, schieravansi dai due capi del ponte di mezzo, formando una fronte di forse quaranta. Non appena alzata la sbarra, si movevano all'incontro, e venuti al colmo, allora era il menar delle mani, il cozzare, il picchiarsi; e la baja diventava pur troppo da vero. I primi, coi targoni appuntati al petto, pigiavano, spunzavano contro gli avversarj; altri menavano, facendosi piazza; alcuni carpone si ficcavano tra le gambe dei combattenti, o per arrovesciarli, o per alzarli di peso e buttarli in Arno. Sulle spallette intanto venivano i capitani, col battacchio anch'essi, dando un poco di regola a quel tumulto, rincorando, zombando, ma coll'occhio attento a schivare gli avversarj, che, se vedevano il bello, con uno spintone li sbalzavano dal ponte. Sotto a quei colpi, tra quella furia, guaj a chi stramazzasse ai piedi della calca! Il men male era per chi dai parapetti traboccassero in Arno, ove stavano pronte le barchette a raccorli. Del resto si ferivano, si abbattevano, si disarmavano avversarj, si facevano prigionieri; nè per tre quarti d'ora restava il calcare, il ferire, l'accopparsi, come diceva Acquevino, con mirabile tripudio degli spettatori. Dalle finestre, dai terrazzi, dalle bertesche, d'in su i tetti, una calca di gente attendeva, smaniando di gioja, di timore, di applausi, d'incoraggiamenti, di fischi, secondo che questa o quella parte piegava o prevaleva; secondo che era in fortuna o in disdetta l'amico, il parente, l'amante; secondo che Sant'Antonio o Santa Maria più acquistavano del combattuto ponte; e sì gran fervore ponevano nel matto parteggiare, che madri, sorelle, amiche, all'udirsi annunziare le ferite e fino la morte dei loro cari, domandavano qual delle due parti avesse avuto il meglio, e se l'annunzio rispondeva ai loro desiderj (Spartane fuor di tempo) obliavano i più teneri e sacri affetti per prorompere in festose acclamazioni.

Spirato il termine concesso a quel furore, sonavasi a raccolta, calavansi di nuovo le sbarre, e la parte che più avea preso dell'erta, veniva gridata vincitrice. Qui le baldorie, il trionfo, e i più segnalati campioni, incoronati dalla Signoria, abbracciati, baciati da chiunque avea la fortuna d'esserne, in quel giorno, amico; e scornacchiare i vinti, e cantare inni, come fossero stati distrutti i nemici della patria.

Poichè le usanze sopravvivono al loro motivo, i Pisani continuarono il sanguinoso spasso anche quando il valore non solo era divenuto inutile, ma si sarebbe reputato una colpa; e finalmente Pietro Leopoldo di Lorena, trovandolo troppo per un giuoco, troppo poco per una guerra, lo proibì.

—Non ha mai visto, signor forestiero, in vita sua e per tutto il mondo, un tal concorso di cristiani?» domandava l'oste a Ramengo, il quale, la mattina dello spettacolo, stava sopra un terrazzino, ombreggiato da un leccio, osservando Pisa e la folla che vi traeva. E girando in tondo la mano distesa, seguitava:—Le par poco? Che sciali! Che bellezza! che brio! Un toscano si discernerebbe anche di mezzo alla moltitudine di Val di Giosafatte. Quelli che vede in lucco maestoso sono i Fiorentini; ricchi sdondolati, sa, speculeranno anche sulla festa. Quest'altri, tutti in fronzoli e in fiocchi, sono Pistojesi; quelli là, da Siena, la gente più leale e sincera delle tre parti del mondo. Il desiderio di vedere le nostre feste gli ha fatti dimenticare delle vecchie emulazioni; e a Pisa tutti saranno i ben accolti, e nemmeno si temerà che ci portino la peste. Oh veda la bella cavalcata! Sono signori della Versilia e della Lunigiana, terribili nei loro castelli non meno che sul mare; lo sanno i viandanti.—Buon divertimento a lor signori! Posso servirli di nulla?—Questi sono di que' ricchi cogli arnioni, e vengono dalla val di Nievole, fertile e ridente, ch'è il paradiso di Toscana, come Toscana è il paradiso del mondo. Snidarono essi gli antichi baroni, e si piantarono nei loro palazzotti per coltivar le vigne e gli uliveti. Osservi, belle e robuste figure. E tutti hanno in groppa fanciulle e donne, che, non v'è rimedio, le eguali non vede il sole, per quanto giri.—Viva il bel sole, vivano le belle donne di Toscana».

Così, ma a spizzico e scappa scappa, raccontava l'ostiere a Ramengo, intanto che dava ricapito agli altri, che cominciavano bene la mattinata con un fiaschetto; e quel vivo spettacolo pareva ammansare il truce animo di Ramengo, che, nella contentezza di sapersi padre, nella speranza di pur trovare suo figlio, di riconciliarsi con esso, pareva entrare in una vita nuova, e talora sentivasi preso da un tal accesso di benevolenza, che proponeva lasciare la micidiale e infame sua scelleraggine, e cercare con belle azioni la stima dei buoni, la tranquillità dell'animo, la serenità che attorno a sè vedeva regnare nella turba festiva.

Alla quale intento, mirava dai poggetti, dagli scenderelli, dai tragetti, sbucare i villani, a larghi cappelli di treccia bianchi, con nastri rossi e neri; e quadriglie di contadinotte che, cammin facendo, trecciavano la paglia.—Esse scendono dai colli di Signa (ripigliava Acquevino). Questi sono i robusti montanari di Lucca. Cotesti pallidi e scialbi vengono dai contorni del lago di Bientina»; ed ai vivaci colori del loro vestito faceano contrasto i bigi e neri e bianchi delle tonache di tanti frati, e il marrone dei mendicanti, che accattavano pei poveri e per Dio.

Su per l'Arno intanto vedeva un mondo di bacchette guizzare leggiere fra mezzo ai grossi legni ancorati. Chi capitò a Pisa per la festa della Luminara, che si rinnova nel giugno d'ogni terzo anno, ed ha goduto, per non più dimenticarlo, l'incantevole prospetto di quella città, con tutti gli edifizj, le cupole e i campanili accesi a lumicini e fiammelle, e una quantità di navicelle illuminate vogare l'una a prova coll'altra, potrà immaginare il tripudio che, in tempi tanto più prosperi ad essa, vi si doveva fare alla festa di Ponte. Fra tutta quella moltitudine era una curiosa allegria; eccitata viepiù dal felice rinnovarsi della stagione, ed alimentata da capricciosi scherzi, da bizzarri motteggi, che si facevano, che si slanciavano gli uni agli altri, nella dolcissima e vivace loro favella. Un coro di giovani, dando fiato alle zampogne, accompagnava gli accordi di altri che cantavano la nota ballata:

Vaghe la montanine pastorelle,
Donde venite sì leggiadre e belle?