E com'ebbero finito l'aria, una forosetta, che, per grandi occhi e per guancie rubiconde come una melarosa, si discerneva dalle compagne, rispondeva con voce più robusta che delicata, mentre appunto passava sotto al balcone ove stava Ramengo:

E s'io son bella, io son bella per mene,
Nè mi curo d'aver de' vagheggini;
E non mi curo niun mi voglia bene,
Nè manco vo' ch'altri mi facci inchini.

—Guarda che bella tosa», esclamò un giovane, sbucando di dietro la taverna, e spingendosi audacemente verso la fanciulla. Al suono della parola e dell'accento forestiero si voltò Ramengo, e riconobbe un crocchio di Lombardi. Quando ogni paese portava diversissime foggie di vestimenti, bastava un'occhiata per discernere gente da gente; e i Lombardi d'allora, dico i più ricchi e da festa, usavano nobili panni, assettati alla persona, foderati di seta, o cappe tedesche foderate di vaj; cappucci alle gote con fregi d'oro intorno alle spalle; ai piedi calze e calzeroni; alla cintura larghe correggie con fibbie d'argento, da distinguerli al primo sguardo.

Vibrò Ramengo un'occhiata fra loro; fissò con sguardo scrutatore quei visi, ed accertatosi che fra quelli non v'era chi lo conoscesse per veduta, o gli potesse interrompere i disegni suoi, scese, e col parlare si diede a conoscere per loro compatrioto. Tosto gli furono essi intorno con quell'amorevole premura, onde si suol salutare un concittadino su terra lontana, dove basta la comunanza di patria per far riguardare siccome amico anche uno sconosciuto.

In quella libera città avevano fatto capo i molti forusciti da ciascuno dei varj paesi lombardi; e quivi, pascendosi delle speranze, dolce e indigesto nutrimento dei profughi, preparavano maneggi ed armi contro al tiranno della patria loro. Ma il tiranno della patria loro aveva il vantaggio, che ha sempre chi già trovasi in possesso d'una cosa, sovra colui che ne lo vuol privare; e mentre essi menavan trattati a danno di lui, altri più vivi ne raggirava sott'acqua, Luchino; quelli andarono sventati, questi riuscirono al loro intento.

Ma non anticipiamo gli eventi, e ci basti per ora mostrare come quella festa, al pari di tutte le altre antiche e moderne, nostrali e forestiere, potesse rassomigliare al color di rosa, che tinge le guancie d'alcuni consumati da mal sottile: sul volto non appare che la sanità, ma dentro cresce lo spasimo e il marasmo; oggi sorridono, domani morranno.

Ramengo, sicuro tra quei sicuri, salutava, rispondeva, abbracciava, stringea la mano a questo o a quello, e sebbene potesse sperare che il nome suo fosse tra i forusciti riguardato come quel d'un amico, d'un compagno di sventura, gli parve però prudenza il dissimularlo, e si diede per un tal Lanterio da Bescapè, nato all'ombra del Duomo di Milano, abitante alle Cinque Vie, e come loro fuggiasco dalla patria,—perchè (diceva) chi può reggere regga in una terra, a quel modo oppressa da così scellerato tiranno. Tenga egli seco i suoi mastini, tenga il suo Sfolcada Melik; non chi sentesi nelle vene stilla di sangue italiano».

Pensate se quelle parole andassero a' versi de' forusciti, e quasi il parlare avventato fosse infallibile contrassegno di spiriti animosi e sinceri, già, senza un sospetto al mondo, computavano il nuovo arrivato per un acquisto; già prendevano occasione di narrargli ciascuno i torti fatti da Luchino alla loro patria, a Cremona, Pavia, Lodi, Como, Bergamo, ed i particolari loro disgusti, o domandarlo de' suoi, che immaginate s'egli sapeva impiantare e colorire al vero. Ognuno poi si affrettava a chiedergli di questo o di quello fra i parenti, fra gli amici che aveva lasciato a Milano.

—A che partito sono gli Aliprandi?

—Morti per fame.