—E Bronzino Caimo, quel gran moderatone, sta sempre col tiranno?

—Sta col muso alla ferrata per aver osato difendere la verità, se pure non gli è già capitato di peggio.

—E Matteo Visconte?

—Confinato a Morano di Monferrato.

—E Barnabò?

—In Corte dello Scaligero. E dicono farà un parentorio con quella signora regina.

—E Galeazzino? sempre bello? sempre galante? sempre adoratore di madonna
Isabella?

—Oibò! Il signor Luchino dorme soltanto finchè vuole. Il bel Galeazzo è vagabondo per povertà, e per far perder allo zio la sua traccia. Dicono però sia in Fiandra»,

Così rispondeva Ramengo alle varie domande, lieto di mostrarsi informato per guadagnare maggior fede, e di narrare quel che sapeva onde ricavarne quel che cercava. Perocchè, come il marinaro nel riveder le onde quiete, come il ladro al presentarglisi un bel tiro, come il beone all'entrar in una bettola, dimenticano ogni proposito antecedente, così Ramengo dissipò quei momentanei impulsi al bene, tosto che si vide innanzi l'occasione di poter nuocere; volle mentire sulle prime, affine di scoprire, se potesse, ove trovare Alpinolo, quindi, al solito, un peccato il trasse all'altro, all'ebra necessità del delitto, a far il male per il male istesso.

—Ma dunque (gli domandavano quegli infervorati), che vivere è oggi a
Milano?