—Sì—no»; le ingiurie eran più che le parole; dalle parole si fu ai fatti:—Sono Guelfi, sono Ghibellini, sono Raspanti traditori»; una frastagliata di minacce, poi para, picchia, martella: una soda baruffa si impegnò, peggiore della prima e di maledetto senno, per calmar la quale ebbero a fare e dire assai, parte i soldati, parte i prudenti e i nobili e il gonfaloniere; più d'uno restò morto sul campo, moltissimi ebbero di che ricordarsene per tutta la vita; ma come spesso nelle baruffe degli innocenti profittano i ribaldi, tra quel bolli bolli potè Ramengo pigliare il tratto innanzi, e tra il pigio della folla, andarsene a Dio ti rivegga.

Quando Alpinolo s'accorse che il più seguirlo era un perder tempo, non vi starò a descrivere che rumore menasse, quanto bestemmiasse quel che si bestemmia quando altro non si sa o non si ardisce, cioè il destino, per averglielo mostro un tratto, poi tolto di nuovo: sopratutto dava biasimo a quei Lombardi come imprudenti, come sconsigliati, per avergli pôrto ascolto; e che bisognava arrestarlo, e che non s'ha a prestar fede al primo avventuriero che capita… ma tra quel rimproverare sorgeva la voce della coscienza a dirgli: E tu?

Allora gli cadevano le parole di bocca e la baldanza di cuore, nè più pensando a rimbrottare altrui, con sè solo la prendeva, tornava a maledire sè stesso, e il dì che nacque, e chi lo generò, e la fantasia entratagli di mettersi a combattere; la quale se non fosse stata, avrebbe incontrato Ramengo, avrebbe fatto le vendette di sè, di Franciscolo, di quell'angelo di Margherita, della patria, per sua cagione perduta, dell'umanità da lui disonorata.

Io auguro che i lettori miei trovino, quantunque in tempi più fieri e meno maliziosi, essere strano che diverse persone dessero nel calappio, teso dal ribaldo. L'auguro per il loro meglio, giacchè questo proverebbe che essi non hanno, ai loro giorni, avuto incontri con simile fiore di scellerati, nè conoscono per prova con quanta sottigliezza sappiano essi insinuarsi negli animi, colorire l'impostura, ammantare di generosità l'infamia, di amicizia il tradimento, e col mutare voci e costumi, placidi coi quieti, iracondi cogli stizzosi, bugiardi con tutti, acquistarsi fede d'ogni parte. L'auguro anche in quanto sarebbe indizio che non hanno mai provato i duri passi dell'esilio, nè quindi indovinano, quanta consolazione rechi, a chi va profugo dalla patria, lo scontrarsi in altri, di sorte e di pensieri conformi; quanto facile sorrida la speranza di potere, con un modo o coll'altro, spesso coi più disastrosi, ricuperare la terra nativa. A chi di tali cose avesse esperienza, pur troppo non saprebbe di stravagante e di improbabile la confidenza che, al primo incontro, posero in Ramengo quei garzoni, e che in lui collocherà un altro nostro amico [25].

Perocchè Ramengo, appena si trovò campato dal pericolo di cadere ammazzato dal proprio figliuolo, comincio fra sè a rammaricarsi e indispettirsi. E abituato com era ad imputare sempre altrui le conseguenze dei suoi proprj delitti, ed a cercare nell'ira rimedio ai rimorsi, anche per questo accidente voleva sempre maggior male al Pusterla.—Perchè egli m'ingannò col mostrarsene amoroso, uccisi la mia donna. Un figlio almeno mi restava di lei, un figlio che poteva formare la mia compiacenza, rendermi invidiato da quelli che ora mi disprezzano, ed ecco fra noi cacciarsi di nuovo quest'infame, e per le pazze sue fantasie, padre e figlio rimangono divisi, inimicati. Ma no; mai non desisterò finchè io non riesca a riconciliarmi col figliuol mio. Torrò di mezzo costui che l'affascina, allora ci ravvicineremo io ed Alpinolo; ricomparirò con esso nella società a Milano, alla Corte. Quando io sarò salito in grandissimo stato, oh chi mi cercherà di qual passo io vi sia giunto? Ma tu, tu maledetto… tu che sei cagione di staccarlo da me, ora so dove ti annidi; e non sia mai uomo se non te ne fo scontare la pena col sangue. Allora solo le poste saranno pareggiate».

E scrisse a Luchino Visconti la lettera che abbiamo trovata in mano del segretario, il giorno del colloquio di lui colla Margherita, nella quale gli chiedeva l'impunità per suo figlio, ed accennava in nube d'essere sul punto di partire per raggiunger il Pusterla. Di giorno più non osò mostrarsi per le vie di Pisa; non tornò all'albergo presso Acquevino, il quale teneva infamata la sua bettola per aver dato ricovero ad un cotale, e ripeteva che di quella genia non ne fu mai stampa, nè mai ne sarà in Toscana. Un bucuccio segnato con una frasca, e dove per pochi soldi dormivano facchini, marinaj e male donne alla loro posta, diede ricovero a Ramengo nei giorni seguenti, ma abbondando di denari e di scaltrimenti, non tardò ad accontarsi con un capitano di marina, il quale, col primo buon vento dovea mettere alla vela per Antibo, e con esso, di fatti, tra pochi giorni abbandonò sano e salvo l'Italia.

Alpinolo, che nè dì nè notte si dava pace per trovarlo, e in tutte le vicinanze lo appostava, e spiava ogni angolo più riposto, ogni concorso più affollato, ebbe un bell'aspettarlo; nè più lo doveva incontrare se non—vedrete in qual orribile luogo!

CAPITOLO XVI.

L'ESULE.

Sull'ardua montagna, d'un ultimo sguardo
Mi volgo a fissarti, bel piano lombardo;
Un bacio, un saluto, ti drizzo un sospir.
Nel perderti, oh quanto mi sembran più vaghi
L'opimo sorriso dei colli, dei laghi,
Lo smalto dei prati, del ciel lo zaffir!