Capo di questi che, comunque passionatamente, pure ragionavano, era Maffino da Besozzo, quel che, ancora in patria, vedemmo come fosse accusato di freddo, di moderato, di troppo cristiano.
Pover'omo! balzato nella sventura, ridotto a vedere sempre in opposizione i diritti col fatto, la giustizia coll'esito, fu tratto al sepolcro da una malattia endemica tra i forusciti, e che i medici non seppero battezzare, perchè nei loro cataloghi non hanno classificato il crepacuore.
Altri operavano ad impeto e per vendetta: credevano legittima qualunque via per ottenere il vantaggio della patria; esageravano, e per sino fingevano i torti privati e i comuni; i disastri cagionati al paese da Luchino: torti e disastri che credevano fin troppi per sollevare, al primo invito, tutta Lombardia contro dei Visconti; ottenere il favore degli altri popoli in nome dell'umanità; e determinare l'imperatore a sposare la causa dei molti deboli infelici contro un solo prepotente fortunato.
Questi conoscevano l'uomo!
I pochi poi, meglio astuti degli uni e degli altri, che volevano raggirare la cosa secondo i loro fini e verso i proprj intenti, applaudivano alle valenterie dei secondi; fiancheggiavano le ragioni dei primi, e mostrandosi zelantissimi della libertà, e d'intelligenza coi ben pensanti d'ogni paese, venivasi acquistando sopra i forusciti un'autorità, che, qualora se ne presentasse il destro, avrebbero adoperata poco meglio di coloro cui miravano a spodestare. A questi si conveniva la divisa di tutti i rivoluzionarj ambiziosi: «Esci di là, che ci voglio entrar io». Mi dispiace a dire che i più frugatori tra questi erano Zurione Pusterla ed Aurigino Muralto, che dal vinto Locarno erasi qui pure rifuggito, e che vi ricorda qual tristo servigio rendesse al nostro Francesco.
A quali appartenesse Alpinolo è mestieri ch'io ve lo dica? ma la fierezza spensierata ch'egli dimostrò nell'incontro con Ramengo, fece conoscere agli ambiziosi come costui potesse divenire stromento opportuno a qualsivoglia colpo arrischiato: onde posero ogni artifizio ad ingannarlo sul vero stato degli affari, esagerando il malcontento dei Lombardi, le speranze, le intelligenze, le forze congiurate.
Scorso il primo inverno fra progetti, fra ordire macchinazioni e dilatarle in Milano e negli altri Stati, coll'aprirsi della primavera aumentarono le speranze dei nostri forusciti. Nè crediate che avessero trovato qualche miglior modo ai loro disegni: ma è uno dei fatti più accertati (ne diano poi la ragione i fisiologi) che il ringiovanirsi della stagione veniva e viene riguardato dai desiderosi di novità come apportatore del compimento dei loro voti. Onde, nel mentre ai moderati le circostanze parevano o sfavorevoli o disopportune, e predicavano doversi aspettare l'occasione sicura, perchè un tentativo fallito è un puntello al potere minacciato, gli impetuosi li tacciavano di vigliacchi, di rémore, d'invecchiati.
—Mentre l'erba cresce, il caval muore (esclamava Ottorino Borro). L'occasione, se da sè è lenta a venire, bisogna farla nascere. Non è già tutto disposto?
—Tutto (rispondeva il Muralto). Per messi, per lettere, da ogni parte io sono stimolato. È un fremito universale… non vedono quell'ora di menar le mani. In tutti i quartieri di Milano c'è combriccole dei nostri: nostri sono i caporioni delle altre città: Guglielmo Bruciato di Novara, Simone da Colobiano in Vercelli; in Cremona Venturino Benzone….
—Passerino Bonacossi di Mantova (l'interrompeva Zurione Pusterla) e il
Lanzavecchia d'Este, ecco, mi scrivono delle gagliarde pratiche che hanno
in piedi con Guglielmo Cavalcabo di Cremona, con Giovanni e Simon da
Coreggio e con Brandaligi de' Gozzadini di Bologna».