Con tale proposito, scese al margine del fiume, colà appunto ove gli narravano che la prima volta avea preso spiaggia semivivo con sua madre: e dove poi cresciuto, avea piantato una croce sopra il cadavere di essa, educandovi fiori all'intorno. Ora i fiori erano appassiti; la croce stessa, battuta dal vento, era crollata. Con mortale scoraggiamento stette a contemplarla Alpinolo, poi affissossi al fiume, coll'occhio cristallino e incantato d'uomo senza speranza, e proruppe:—Deh perchè non mi diede sepoltura quando appena nato m'accolse? Almeno sarei morto innocente e senza tanto peso d'affanni… e di colpe; senza conoscere gli uomini… in grembo a mia madre! Oh madre, madre mia! Aver una madre, un padre, qual consolazione in terra maggiore di questa? Ah! ella è morta, e chi sa quanto sofferse. Ma mio padre… perchè nol vedo, nol conosco, non gli parlo una volta? una volta almeno non posso dirgli, Padre mio? Oh questo solo basterebbe a innondare di dolcezza una vita, di cui non ho assaporato che il fiele. Mio Dio! se siete in cielo, se ascoltate il pregare degli uomini, fatemi vedere una volta mio padre; un solo momento, e di più non vi chiedo.—Ma… che importa a me di mio padre? che m'importa di nessuna cosa terrena? Tutto è finito. Quest'acqua, ecco il mio rimedio e la mia speranza: mi fu culla, mi sia tomba. Fra un momento si avvolgerà sopra il mio capo, ed avrà spento quest'incendio.—Addio!»

Volgevasi a dare un'estrema occhiata al rozzo casolare dei quieti mugnaj.—Fossi almeno figliuolo di quelli! Avrei padre e madre. Scarso di speranze e di patimenti, stando al bene e al male con loro, sarei vissuto della vita oscura e vegetativa degli operosi, che nascono e muojono ignorati dal mondo che nutriscono. Povera gente! così buoni! Il cavallo e i denari miei li rifacciano delle spese per me sostenute… Ecco! ho imparato anch'io dal mondo a credere che tutto si compensi a denaro, a rispondere denaro ove si domanda sentimento e cuore. Deh almeno ignorino per sempre la mia fine».

Disse, e si slanciò nel fiume.—O giovani! a tale passo lo strascinava qual altra cosa se non l'imprudenza?

Nessuno lo vide, eccetto il fido cagnuolo, che si pose ad urlare, a guajolare, correndo e ricorrendo dal mulino fino alla riva: l'acqua si chiuse sopra di lui, poi trasportatolo assai più in giù dal luogo ove erasi tuffato, lo risospinse a galla fra un istante. Ma quell'istante avea fatto risorgere in Alpinolo l'amore della vita e una risoluzione istintiva di trarsi in salvo. Espertissimo nel nuoto, ben presto si ridusse all'altra riva, dove spossato si gettò sulla ghiaja, flagellata dalle onde; ed un sopore di stanchezza, somigliante al sonno, lo prese. Quando l'anima tornò agli uffizj suoi, era pentito del tentato suicidio.—Perchè dare altrui il gusto di avere una vittima di più, un nemico di meno? E quanto al castigare me stesso, il morire che è mai? Un momento. Il peggio è vivere: qui sta la forza, qui il coraggio: non nella viltà di sottrarsi a un peso che ci aggrava…. Ed io vivrò, vivrò pel mio tormento, ma anche per la punizione di quello scellerato».

Così rasciutti al sol di luglio i panni, unico avere rimastogli, per trovare come pascersi, su quelle prime si allogò presso un contadino, aiutandolo nei sudati stenti della segatura. Con due braccia di quella forza e una tal pertinacia di volontà, era presso a tutti il benvenuto. Già udimmo annunziare come si fosse imposto il castigo di non profferire sillaba per sei mesi, nè occorre vi dica se egli l'osservasse a puntino, e se questo il facesse più caro ai villani, sì per compassione di uno sgraziato muto, sì perchè non perdeva tempo nel chiaccolare. Così mise il collo sotto, tirando la vita l'un dì per l'altro, finchè l'ottobre terminò i lavori campestri: ed egli, ajutandosi alla meglio, riprese la via, tanto che si avvenne in altri profughi lombardi, i quali lo tolsero seco, e non sapendosi spiegare quest'improvvisa infermità di lui, lo rimisero in assetto di panni, e il tramutarono a Pisa. Quivi a suo tempo ricuperò la favella con meraviglia di tutti, e senza che mai ne spiegasse la cagione. Già ne fu narrato come a Pisa succedesse il suo incontro con Ramengo, e come questo gli sfuggisse. Tristo e peggio contento che mai fosse, Alpinolo per tutti i giorni successivi non si diede pace, ricercandolo in ogni canto, appostandolo su tutte le vie: ogni giorno più volte ritornava alla bettola d'Acquevino a ricercarne: ma questo gli rispondeva:—Cosa credete, che Pisa sia un orto? bisognava mettergli un grano di sale sulla coda». In fatto Ramengo gli sfuggì pur troppo, ed egli si rimase col suo farnetico.

Ma sebbene quella città si governasse liberamente, e desse ricetto a questi e ad altri dei tanti che si sottraevano ai tirannelli, sorti in ogni paese d'Italia, non è però che vi fossero i ben veduti. Da antico, in cuore di questi poveri Italiani sono radicati orribili rancori fraterni, che fanno riguardare come straniero chiunque nacque di là dal monte o dal fiume ond'è circoscritto quel palmo di terra che chiamano la patria: rancori che li fecero più ingordi della vendetta che gelosi della sicurezza; ostinati a volere schiavi pericolosi coloro che avrebbero potuto provare fedeli e soccorrevoli amici; e che li spinsero a disputarsi a vicenda un dominio ed una libertà che non doveva a nessuno toccare. Se poi, da una parte l'esule eccita a compassione i generosi, dall'altra gli animi vulgari (e il vulgo è più numeroso che non si creda), avvezzi a confondere la forza col diritto, la vittoria colla giustizia, lo riguardano con un occhio, se non disprezzante, almeno ombroso, quasi un irrequieto che, se non seppe trovarsi bene in patria, amico a' suoi compaesani, peggio il potrà in terra forestiera.

Questo esacerbava ai nostri profughi la loro situazione: talchè, segregati da quasi tutti i cittadini di colà, si adunavano fra di loro, e massime le sere nell'alberghetto di Acquevino; ove, discorrendo col dialetto nativo, trovandosi fra visi tutti conosciuti, cantando le patrie canzoni, ragionando gl'interessi della terra natale, facevano illusione a sè medesimi, quasi ancora calcassero quel suolo che ambivano tanto.

L'ostiere li veniva accarezzando, e persuadendo a smettere gli impetuosi loro disegni,—Fate a mio consiglio, non c'è anche in Toscana buon'aria, bel vivere, liete campagne, squisito vino e cortesi donne? Perchè bramate miglior pane che di frumento? Godete la vita e la gioventù». Ma essi ne beffavano i codardi pareri, e confondendo l'iroso desiderio colla speranza, tramavano le guise di ricuperare la patria e di migliorarla, senza mettervi però nè la pazienza, unica operatrice degli stabili mutamenti, nè un giusto calcolo delle difficoltà che poi sono rivelate dal primo accingersi all'opera.

Scarse (già molte occasioni avemmo di ripeterlo) erano le comunicazioni fra gli Stati, non occorrevano gazzette che, spacciando il falso ed alterando il vero, servissero agli interessi delle fazioni; e se Pisa pei tanti negozj poteva, più d'ogni altra città d'Italia, cioè del mondo, ricevere e trasmettere notizie, queste però arrivavano ricise e in ombra nelle lettere dei mercanti, dei quali era costume non dare mai nè derrate senza giunta, nè novelle senza frangia. Ciò appunto apriva più vasto campo alle immaginazioni concitate, che sopra un motto, un cenno, ergevano i più superbi edifizj, cui la prima aria mandava in fumo, siccome il bel fenomeno della fata morgana.

Tra quei rifuggiti, molti n'avea di buona fede, che disinteressantemente amavano la patria, ricordavano i passi che aveva fatto mentre si governava a comune, e vagheggiavano la gloria di renderla a quel franco stato, durante il quale tanto era progredita. E per l'abitudine, tanto più naturale all'uomo quanto è più giovane e sincero, di supporre in altrui i proprj sentimenti, credevano che i compagni della sventura e del servaggio fossero anche compagni d'affetti e di pensieri; e che per via di ragioni si potrebbe, non che Milano, tutta Lombardia ridurre concorde nel non tollerare un'ingiusta oppressione. E a dimostrarla ingiusta ricorrevano alla storia,—fievole voce dove tuonano altre più robuste; e ricordavano i tempi della Lega Lombarda, e l'ultimo atto ove i nostri aveano espresso la loro volontà, cioè la pace di Costanza; ne sognavano il rinnovamento, e una federazione che resuscitasse la penisola a nuove sorti gloriose.