—È ben vero (seguitava il Pusterla) che la si potrebbe accelerare…

—Un buon veleno, eh?» arrischiossi a dire il Ponzone.

—Sì, (rifletteva il Pietrasanta) ma chi deve essere quel muso che glielo mesca? Cinto di cagnotti, non accosta al labbro un cibo che non gli abbiano fatto la credenza gli scalchi.

—Ma, (tornava su il Ponzone) da un coltello vo' veder io chi gli faccia la credenza.

—Oh sì, un coltello (parlava l'impetuoso Ottorino Borro). Quand'io feci il passaggio oltremare intesi come nella Siria viva un gran principe;—lo chiamavano il Veglio della Montagna—e tiene ai suoi cenni uno stuolo di bravi, devoti a ogni prova, che han nome gli Assassini. Vuole egli disfarsi di qualche nemico? castigare un oppressore? dice a un Assassino:—Va e ammazzalo». L'Assassino va e va, gira l'Asia, gira la cristianità, finchè lo trova. Trovatolo, se gli inchioda ai fianchi, sinchè viene il bello. Allora gli pianta un pugnale attossicato nel cuore, e con un altro uccide sè stesso».

Applaudivano quei focosi al racconto, alla risoluzione, alla fedeltà; e Zurione, commentando diceva:—E che?… mancherà chi voglia fare, per salvezza della patria, quel che altri fanno per superstiziosa obbedienza? Tanti si tolgono da sè la vita per fuggire un momentaneo dispiacere, e nessuno vi sarà che abbia una colpa da tergere, un fallo da riparare coll'avventurare così santamente la sua? O il colpo riesce, e sopravvive, quanta universale riconoscenza! se perisce, qual dolce riposare sotterra, fra il compianto generale, con una fama perenne, agguagliato a quei generosi Armodio e Bruto, e altri eroi che liberarono il mondo da simili pesti!

Divampava, a tale discorso, Alpinolo; e considerando sè stesso come causa di tanti mali, lo credeva diretto proprio e unicamente a sè. Nè in tutto apponevasi al falso, poichè il demagogo aveva fatto disegno sulla vita di quel giovane ardimentoso, il quale, già da un pezzo sitibondo di sangue, trascinato dalla forza prepotente di un pensiero abituale, ora più non frenandosi, si fece avanti, e battendo il pugno sulla tavola, gridò:—Io sarò quello!»

Una concorde acclamazione lo saldò nel suo proposito. Milano è città grande e popolosa: la barba cresciuta sul giovane volto di Alpinolo, e coltivata al modo che solevano i soldati, le chiome in altra guisa composte, un abito diverso e divisato gli davano fiducia di rimanervi sconosciuto. Giusto in quei dì era corsa voce che il signor Luchino soldava truppe; poichè, non essendovi allora eserciti stanziali nè una fittizia necessità avendo giustificato il martirio di due milioni di Europei, condannati a patimenti e disagi per tener le nazioni una in soggezione all'altra, aveano i tirannelli compreso che, per acquistare e conservare il potere sgradito, unico spediente era il circondarsi di truppe mercenarie, pronte a ogni cenno, a scannare quelli che essi chiamavano loro figliuoli.

Luchino, ridotto, come tutti gli oppressori, a minacciare tremando, con titolo di dare riposo ai cittadini, gli aveva disarmati: ma i molti insofferenti alla vita tranquilla e i Giorgi, sottrattisi al rigore del capitano di giustizia, o in grosse bande o sparpagliati, mantenevano la guerra a minuto, infestando le strade, e fin le borgate assalivano e saccheggiavano. Che pensò dunque Luchino? Gli invitò a sè, promettendo stipendiarne il valore. Così soggettati a militare disciplina, poteva agevolmente tenerli in freno e a ogni suo volere; essi a vicenda trovavano comodo peso la milizia, che porgeva occasioni di rubare e soperchiare impunemente, senza i disagi del vivere in boscaglia. Accettavan dunque il partito, e seguitavano a frotte i pifferi che andavano in volta a reclutarli; poi, sotto il comando di Sfolcada Melik, divenivano guardiani dei luoghi che prima solevano infestare.

Fra questi fece disegno d'arrolarsi Alpinolo, confidando gli verrebbe il destro di trovarsi vicino al principe,—Alla prima occasione (diceva esso ai compagni d'esilio) io lo assalgo….