Ed ecco intorno i pargoletti, cari, vezzosi, dolcissima cura, abbellimento e delizia della vita. Tu li carezzi, li carezza il padre; li bacia, li palleggia, ne guida i primi passi: insegna alle labbra infantili a ripetere il suo nome, il tuo, con essi viene a ricrearsi dalle sollecitudini dei negozj; all'innocenza loro cerca il balsamo quando il nausearono la prepotenza, l'orgoglio, la doppiezza degli uomini. E ti dice: Diletta mia, quanto è soave questa età; quanta affezione ci lega al nostro sangue! Miserabile! perchè impallidisci?
Poi coll'immaginazione egli previene il lampo, quando, gia' vecchio, si vedrà ringiovanire in quegli esseri amati, e guidato a mano da loro, ritesserà la tela della vita: Essi saranno buoni, è vero, diletta mia? buoni come la loro madre; e consolazione nostra come essa fu sempre la mia.
Che? tu chini la fronte? arrossisci? premi al seno il più piccino, non per impeto d'affetto, ma per celare il turbamento del viso? Suvvia, sta ferma: che temi? Dio non v'è, o non cura, o perdonerà per un sospiro che gli darai quando il mondo ti avrà abbandonata. Gli uomini non ne sanno nulla: nulla mai ne saprà il tuo consorte… Oh ma che importa? Lo sa la coscienza tua: te lo rinfaccia con voce insistente che non puoi soffocare, cui non sai rispondere: essa ti mostra davanti una strada di menzogne e di raggiri, per cui sei costretta a scendere più rapida, quanto più inoltri nel declivio: vorresti fermarti e non puoi… Guai, guai se ti porta fin là, dove neppure ti giunga la voce della coscienza.
A ciò, figlia mia, a ciò vuol ridarti colui che tenta rapirti all'amore del tuo sposo.—E costui, ti ama?
Grosse stille di sudore gocciavano dalla fronte impallidita di Buonvicino mentre leggeva: il cuore gli si serrava: sentivasi mancare: più e più fioca gli diveniva la voce; qui alfine del tutto gli mancò. Depose il libro, o piuttosto se lo lasciò cascare di mano: rimase cogli occhi a terra confitti, nè per alquanti minuti potò riavere la parola. Margherita seguitava ad aggruppare i fili, muovere i piombini, trapiantare gli spilli del suo lavoro, studiando mostrarsi tranquilla: ma chi v'avesse posto mente, dallo scompiglio dell'opera avrebbe argomentato allo scompiglio dell'interno. Neppure a Buonvicino poterono rimanere inosservate alcune lagrime che, per quanto ella si ingegnasse di rattenere, le caddero dagli occhi sul lavoro.—Qual merito avrebbe la virtù, se le sue vittorie non costassero nulla?
Dopo un intervallo di silenzio, egli si alzò; e facendosi forza quanto poteva maggiore per rendere salda la voce,—Margherita (esclamò) questa lezione non sarà perduta: quanto mi basterà la vita, ve ne avrò obbligazione».
La dama levò sopra di lui uno sguardo di quell'ineffabile compassione, che forse prova un angelo quando osserva l'uomo, alla sua tutela commesso, inciampare nella colpa, da cui prevede che frappoco risorgerà, bello del pentimento. Poi, non appena Buonvicino fu uscito, non appena intese l'imposta rabbattersi sull'osservata orma di lui, concesse libero sfogo all'affanno, sin allora penosamente compresso: si alzò, corse alla culla ove dormiva il suo Venturino, lo baciò, lo ribaciò, e sulla tenera faccia del vezzoso infante lasciò sgorgare un torrente di lagrime; ultimo tributo che pagava alle memorie della gioventù, a quei primi affetti che aveva lusingati perchè innocenti. Una madre, nei pericoli del cuore, a qual asilo più sicuro può riparare, che all'innocenza de' suoi bambini? E il bambino aprì gli occhi, quegli occhi di fanciullo, in cui il cielo pare riflettersi in tutta la serena limpidezza; fissò, conobbe la madre, e gettandole al collo le tenere braccia, esclamò:—Mamma, cara mamma!»
Quella parola come sonava in quel momento preziosa, illibata, santa alla Margherita! Tutta ne godette la voluttà; in quella trovò di nuovo la calma, la sorridente tranquillità d'un cuore che, il momento dopo la procella, esulta d'esserne uscito illeso.
Buonvicino andossene come fuori di sè: non distinse la scala, i servi, la porta, la via; errò lungo tempo come il caso lo portava, senza vedere, senza udire. Era, non so se l'abbiamo accennato, il giovedì santo, giorno di universale compunzione, quando, siccome oggi ancora molti, così tutti in quel tempo solevano girare alla visita dei sepolcri, in cui si cela il Sacramento, per commemorazione di quel glorioso, ove stette riposta la salma dell'Uom Dio, nel dì che fu consumata la rigenerazione del genere umano. Torme d'uomini, di donne, di fanciulli, poveri, cenciosi e mezzo ignudi, contadini in zoccoli e giubbone di stamina, cavalieri in ricco abito dimesso, senza piume, senza le armi, empivano le strade, quali solitarj, quali a coppia, in fila o a disordinate torme seguitando una croce, da cui, tolto il divino peso, cascava un sindone a festone. I più camminavano scalzi, molti non d'altro coperti che d'un sacco; alcuno ripeteva ad alta voce il rosario, e un disaccordo di voci piagnolose gli rispondeva: altri intonavano lo Stabat Mater e i salmi del re penitente: o mormorando in tono compunto il Miserere, ad ogni verso si percotevano le spalle con flagelli di corde aggruppate: alcuno, quasi ciò fosse poco, ravvolto sino al capo in ruvido traliccio e cosperso di cenere, si avviava lento con dietro due o tre famigli e confratelli, che tratto tratto gli scagliavano sul dorso staffilate a tutta forza. Ed ecco comparivano numerose confraternite di maschi e donne imbacuccati, schiere di frati e di monache non legate alla clausura: e tutti nude le piante, le mani giunte, gli occhi a terra, scoronciando, cantando, singhiozzando.
In tal modo passavano da una all'altra delle sette basiliche principali, di cui le più rimanevano allora fuori del recinto della mura; e giunti in ciascuna, fra le adorazioni che vi prestavano, e le memorie del maggior mistero di amore e di espiazione, raddoppiavano le preci, il canto, il piangere, il gemere, il picchiar dei petti, il flagellarsi.