Da ciascuna parrocchia poi venivano alla visita lunghe processioni; in tutte era un uomo vestito da Cristo, con un pesante crocione sulla spalla: e intorno a lui donne che figuravano la Vergine, la Maddalena, santi d'ogni età, d'ogni nazione, innalzando gemiti di pietà: nel mentre altri, vestiti alla foggia che i molti pellegrini avevano veduto usarsi in Palestina, dovevano figurare i Giudei, Pilato, Erode, Longino, il Cireneo; e ciascuno rappresentava secondo il suo personaggio, e proferiva strane parole, interrotte dai gridi, dai singhiozzi degli spettatori, da un frastuono di raganelle e di mazze percosse per le muraglie e contro le porte, onde i fanciulli in frotta manifestavano l'incomposta loro devozione.
Un saltambanco cieco, montato sur un tavolotto, con una tal quale flebile e monotona cantilena ripeteva una composizione, rozza se poteva essere, e che oggi desterebbe sorriso e disprezzo[6], allora moveva lacrime di devota compassione. L'intenta plebe si affrettava di gettar un quattrino nel bossolo del povero cieco: ad alcuni di quei robusti uomini, educati o cresciuti per la guerra, che non avevano mai compatito ai travagli veri e presenti dei loro simili, ora udendo rammentare le volontarie pene dell'Innocente, s'imbambolavano gli occhi: e taluno, battendo la scabra destra sull'elsa della spada, esclamava:—Oh che non éramo là noi a liberarlo!»
Frati intanto, o palmieri coperti del sarrocchetto, profittavano di quell'ardore, di quel commovimento per dipingere gli orrori onde avevano veduta oppressa la Terrasanta dai Musulmani, e incoravano chi avesse fede a voler redimerla col ferro, o almeno coll'oro sollevarla.
In mezzo a questo brulichìo di popolo, a questa bizzarra mescolanza di cose le più serie con burlesche, carattere dei mezzi tempi; fra lo spettacolo grandioso di una gente intera che si condolea dei patimenti di tredici secoli fa, come fossero di jeri, passava Buonvicino, ora lasciandosi dalla calca trasportare, ora fendendola a ritroso, ma coll'occhio a terra, quasi temesse incontrar un accusatore in ogni volto che fissasse: assorto ne' suoi pensieri così, che uno, al mirarlo, potea crederlo più di tutti compreso dalla pietà universale. Era in quella vece un travaglio fiero, insistente, di fantasie, di sgomenti, che gli si stringevano attorno come la folla ond'era circondato. Ma dalla folla si sviluppò alla fine, e cacciossi fuori della città. Il sole piegava al tramonto; un vento impetuoso, come suole di quella stagione, fischiava tra i rami delle piante, ove appena cominciava a rifluire il succhio vitale, ed agitava le erbette rinnovate al raggio del sole, che, dopo il torpore invernale, le fomentava traverso un aere, la cui limpidezza non era offuscata ancora dalle crasse esalazioni dei prati marci.
Quivi trovata alfine la solitudine, tanto desiderata agli animi commossi, abbandonavasi Buonvicino ai suoi sentimenti,—sentimenti opposti di amore, di dispetto, di gioje, di tribolazioni, di speranze, di ripetio. Sedeva, girava, meditava: or rivolgeva gli sguardi sopra la città, sulle torri ove ammutolivano i sacri bronzi; sugli spaldi ove le ronde passeggiando, a intervalli gridavano e si rispondevano, Visconti, Sant'Ambrogio. Questo grido ritraendolo a pensare ai mali della sua patria, lo svagava un istante da' suoi proprj:—ma i mali della patria non erano gran parte, anzi la maggior parte de' suoi? Riandava i tempi della passata libertà, paragonandoli ai troppo diversi che ora gli pesavano sopra, ed ai peggiori che vedeva avvicinarsi; ricorreva le balde speranze giovanili, quando si figurava libero in libera patria, e giovare col braccio e col consiglio i suoi cittadini, salire ai primi onori, meritar lode e gloria nel pubblico:—in privato poi… E qui tornava alla Margherita, a lei ancora fanciulla, ancora un bocciuolo di rosa che da lui aspettava l'alito vivificatore: un cuore innocente, che ad una sua parola poteva sorgere al pieno sentimento di una intemerata felicità.—Ah! tutto era disparso; disparsa la pubblica speranza, disparsa la domestica contentezza.—Ella, almeno, ella sia felice, e goda anche la porzione di bene che a me fu negata.—Felice?… bene?… Ed io, sciagurato, io osai d'insidiarne la purezza? io aspirai a turbare per sempre la tranquillità di lei, d'un amico?»
Fra questi e somiglianti pensieri, Buonvicino si accostò alla postierla di Algiso, come chiamavano quel ch'è oggi il ponte di San Marco; ed entrato, si trovò di fianco alla chiesa degli Umiliati di Brera. Nel giorno e nell'ora che Buonvicino vi capitò, pochi devoti, quelli solo cui l'età o le occupazioni impedivano di visitare cogli altri le sette chiese, traevano qui ad offrire la solinga loro preghiera a Colui, che tutte e da per tutto le ascolta.
L'ordine degli Umiliati era nato in Milano, circa tre secoli prima, da alcuni laici congregatisi a far vita devota in case comuni, ove le donne non erano dagli uomini appartate. San Bernardo, quando viaggiava persuadendo l'Europa a precipitare sopra l'Asia per impedire che la mezzaluna prevalesse alla croce, Maometto a Cristo, la civiltà alle barbarie, dettò qui agli Umiliati le regole, per cui alcuni vennero unti sacerdoti, segregati i due sessi; onde rimase formato il secondo Ordine, di cui erano questi, che sovra un prædium, e vulgarmente breda o brera, avevano fabbricato il convento che conservò l'antico nome. Il terzo Ordine riconosceva per istitutore il beato Giovanni da Meda, che nella casa di Rondineto, oggi collegio Gallio a Como, fondò i preti Umiliati. Tanto crebbe l'Ordine, che nel solo Milanese possedeva ducenventi case (case e canoniche chiamavano i loro conventi), e in ciò si distingueva dagli antichi di san Benedetto e dai recenti di san Domenico e san Francesco, perchè dedito per istituto all'operosità manufattrice. La seta in quei tempi era cosa rara, e una libra pagavasi fino a 180 lire: nè Milano pare ne abbia posseduto manifatture prima del 1314, quando molti Lucchesi, avendo perduta la patria per la tirannide di Castruccio, si sparsero per l'Italia portandovi quell'arte che già tra loro fioriva. Vivissimo all'incontro era in queste parti il traffico e il lavorìo della lana, e gli Umiliati ne facevano la parte maggiore. Nel 1305, questi di Brera appunto avevano inviato alcuni dei loro a piantare manifatture sino nella Sicilia: per Venezia spedivano a tutta Europa gran quantità di panni, e guadagnavano immense ricchezze, con cui compravano immensi poderi, soccorrevano i bisognosi, e potevano persino, nelle debite proporzioni, prevenir quello che fece la Compagnia delle Indie in Inghilterra col servire di somme il patrio Comune, Enrico VII imperatore ed altri sovrani.
Gran credito perciò godeva quest'Ordine; e sovente ai membri di esso affidavasi pubbliche incombenze, singolarmente di riscuotere le gabelle, percepire i dazj all'entrata della città, trasportare peculj, conservare pegni. Ma essendo d'ogni istituzione umana il corrompersi, tralignarono anche gli Umiliati: le ricchezze bene acquistate furono convertite male: all'operosità subentrarono l'ozio e i vizj che ne conseguono: immensi tenimenti erano goduti in commenda da pochi prevosti che sfoggiavano in lusso di tavola e di trattamenti: tanto che gli scandali che ne nascevano indussero san Carlo Borromeo a domandarne l'abolizione nel 1570, destinando gran parte dei loro beni a favore d'un Ordine allora nascente, i Gesuiti.
Questi pure, passato il loro tempo, vennero dal papa disfatti, e il grandioso palazzo ch'essi avevano fabbricato a Brera, fu destinato all'istruzione, all'astronomia, alle belle arti, di cui oggi sono colà le scuole e i modelli.
Così ad un podere successe una manifattura, a questa l'educazione, infine il culto del bello: sicchè quel palazzo può in alcun modo segnare l'andamento della società.