Come diruto Mediolano
De Barbarossa cum la mano
Li militi se botano a Maria
Ke laudata sia.

Erano dalla banda sinistra figurate delle case, quali finite, quali ancora in costruzione per indicare Milano, se distrutto dalle dissensioni, or rifabbricato dall'affratellamento dei Lombardi: e una dozzina fra signori e dame, non distinti che dal prolungarsi a queste la guarnacca bianca fino sul tallone, mentre agli altri dava appena al ginocchio, recandosi a braccio e in collo dei fardelli, cioè i loro averi, si dirizzavano ad una chiesa, sovra la quale, fra certe nuvole che avresti scambiato per balle di bambagia, appariva la Madonna, e la scritta diceva:

Questi enno li militi humiliati
Quali in epsa civitati
Solvono li boti sinceri.
Dicete un ave o passeggieri.

La rusticità dei versi e del dipinto non offendeva Buonvicino, a poco di meglio abituato; poichè, sebbene fossero già vissuti Dante e Giotto, ristoratori della poesia e della pittura; sebbene i canti di quello fossero letti pubblicamente e commentati in Lombardia, e Giotto fosse venuto qui a dipingere in Corte di Azone Visconti, non per questo il gusto era diffuso; e non era l'infimo degli scolari di Andrino da Edesia pavese quel che aveva eseguito il grossolano dipinto.

Bensì la storia quivi rappresentata rispondeva bene allo stato interno del nostro Lando, talchè vi stette alquanto fiso in muta contemplazione. Angiolgabriello da Concorezzo portinajo, allorchè lo vide accostarsi alla soglia, si trasse da banda, dicendogli:—Iddio vi benedica»; ed esso entrato, si trovò in un cavedio erboso, nel cui mezzo un pozzo, presso al quale verdeggiava un agnocasto, arboscello che nei chiostri mai non lasciavasi mancare, credendo giovasse a mantenere illibata la castità. Tutt'intorno girava un portico in volta, sostenuto da pilastrelli di cotto, sotto al quale altre immagini, del merito delle prime, istoriavano la vita operosa d'alcuni santi, come san Paolo che tesseva fiscelle, san Giuseppe intento alla pialla, i Padri dell'eremo che faceano carità insieme trecciando foglie di palma.

Del resto ogni cosa quieta. Passeri a migliaia stormivano su per le tettoje, mentre qualche rondine primaticcia aliava esplorando e meditando il nido sotto quelle volte, ove mai non le era stato turbato: i numerosi telaj, che si vedevano disposti negli spaziosi cameroni, riposavano in quel dì, sacro al meditare: tratto tratto appariva alcun frate in tunica di lana bianca: sovr'essa un'onestà, pur bianca, cinto i lombi d'una coreggia, cogli zoccoli in piede e coll'aria di grande mestizia, conveniente al solenne lutto di quel giorno. Erano avvezzi a vedere estranei vagare per le loro case: non ne facevano meraviglia, non domandavano, non temevano: la religione proteggeva le ricchezze ivi raccolte, e rendea sacre le persone, che la divozione o la sventura vi conducesse. Onde passavano da lato a Buonvicino, esclamavano Pax vobis, e seguitavano la loro via.

Tutto questo insieme facea su Buonvicino l'effetto di un placido zefiro sopra un lago mareggiante. Vagò osservando, riflettendo, e il suo passo, dapprima frettoloso e incomposto, veniva lasciando la furia, e dando indizio della calma che a poco a poco le subentrava. Udivasi fra ciò un accordo di voci, ma fioco, lontano come uscisse di sotterra, intonare una lugubre melodia; dietro al cui suono Buonvicino arrivò nella chiesa. Era affatto oscura acciocchè meglio ajutasse il raccoglimento: nessuna lampada, nessun cero luceva sullo spogliato altare: un bisbiglio di preghiere, fatto da devoti che non si vedeano, ricordava gli angelici spiriti che, nel giorno medesimo, furono intesi gemere invisibili nel tempio di Gerusalemme quando moriva il loro Fattore. Nella confessione o, come diciamo noi Lombardi, nello scuruolo, i frati ripetevano a muta le lamentazioni di Geremia, e il racconto così semplice e così appassionato della morte di Cristo.

Tentone si inoltrò Buonvicino, e appressatosi ad una delle sedici colonne che in tre navate dividevano il tempio, trovata alcuna cosa, le si inginocchiò davanti, e tastando si accorse esser un avello, con sopra effigiato colui che in esso riposava. Era di fatto il sepolcro di Bertramo, primo gran maestro generale degli Umiliati, che aveva loro dettate le costituzioni, e si era addormentato in Dio nel 1257.

Sopra quell'urna appoggiato il capo, Buonvicino pianse, dirottamente pianse. Una devota compunzione tutto l'aveva preso: il pensiero di un Dio, di una fine che tutti aspetta, di un Giusto, soffrente per le colpe altrui, di un dolore universale, era sottentrato al sentimento delle personali affezioni, all'idea dei danni antichi, del recente errore, della patria, di Margherita, di quanto il mondo l'aveva fatto godere e soffrire. Quel godere del mondo (egli pensava) a che riesce se non a scontenti e noje? Qui invece all'austerità della quaresima, al lutto di questi giorni, succederà il tripudio, l'alleluja: l'altro domani, scontrandosi per le vie, l'un l'altro saluterà esclamando: È risorto!—salubri penitenze che si risolvono in una santa esultazione!

Ciò meditando, Buonvicino si sentì toccar il cuore, e fermò la risoluzione di togliersi dal tramestio mondano, e rendersi tutto a Dio. La sera non uscì dal convento; chiese d'esser annoverato tra i fratelli, e l'ottenne; in breve fu vestito e professato. Persona di tal credito fu tenuta un prezioso acquisto per la congregazione: la fama se ne diffuse tosto, genza che destasse gran meraviglia, perchè non erano rari somiglianti casi. I buoni ne benedissero il Signore; Buonvicino più fu diletto dai suoi amici, più rispettato dai padroni; i malevoli stessi, ora ch'egli più non dava ombra, ne confessavano i meriti e le virtù.