All'erta!—piglia!—segui!—lascia!

Queste voci schiamazzate dai cacciatori, ed un urlare e guaire di segugi e di levrieri, un sonare di corni, uno sparnazzare di falchi e di sparvieri, uno scalpiccìo di palafreni e di giumenti, il ragliare della cavalcatura del buffone Grillincervello, traevano i Milanesi a vedere una grossa comitiva, che, col signor Luchino, usciva a caccia dalla porta Comasina, e che dai cittadini faceva esclamare:—Oh bello!» ed ai contadini:—Povere le nostre campagne!»

A chi esce di quella porta verso Como, dopo corso un dieci miglia, fra Boisio e Limbiate, si affaccia sulla mancina un vago palazzotto, a cui la lieta situazione fece dare il nome di Mombello. Sta sul colmo di un poggetto, ultimo ondeggiamento del terreno che, via via digradando dopo le altissime vette delle Alpi, qui viene a perdersi nell'interminabile pianura lombarda. Di lassù spazia lo sguardo sopra le feconde campagne del Milanese, da cui sorgono tratto tratto casali, grosse terre, borgate, e più in là la metropoli dell'Insubria, colla meravigliosa mole del Duomo, monumento dell'originalità e della potenza dei tempi robusti e credenti; dall'altra parte vagheggia un cerchio di ubertose colline, poi di superbe montagne, che a mattina e a tramontana limitano l'orizzonte, varie di forma, di altezza, di tinte: alcune verdeggianti e coltivate a grano e a vigne: altre non vestite che di boscaglie; altre in fine brulle e squallide, siccome la vecchiaja dell'uomo che male trascorse la sua gioventù.

Quel palazzo, come ora è, fu rifabbricato dai signori Crivelli nel secolo scorso; negli ultimi anni del quale venne in celebrità, allorquando il giovane Buonaparte, sceso a nome della repubblica francese a rendere serva la Lombardia col solito titolo di liberarla, colà si piacque di porre alcun tempo il suo quartiere generale.

Ivi, attorno al giovane eroe, figlio della libertà e che credevano intento a dispensarla, mentre non mirava che a farsene erede, accorrevano a portare servilissimi omaggi i deputati delle improvvisate repubbliche d'Italia, alle quali la prepotenza militare aveva diminuito il numero delle azioni libere, cresciuto quello delle obbligatorie; concesso licenza di pagare assai più, e di piantare sulle piazze un grande albero, intorno a cui far gazzarre e risa e balli e canti, finchè a qualche burbanzoso ufficiale piacesse intimare il silenzio. Di tali dimostrazioni rideva il Buonaparte in quella villa; rideva della sincerità dei pochi, e si giovava dell'astuzia dei più; e intanto preparavasi a mercatare Venezia, ed a spianare a sè medesimo la via di salire a un trono, innalzatogli da coloro che dianzi, coll'abbatterne un altro, aveano proclamato al mondo lo sterminio dei regnanti e l'era della libertà e dell'eguaglianza,—non però della giustizia.

Non ti spaventare, lettor benigno; non temere che noi vogliamo qui tracciare il pendio, per cui l'Italia passò dal dominio dei Visconti sino a quello di Napoleone: il cenno fatto di lui non è che una delle tante e troppe digressioni del nostro racconto, alla quale ci recò la menzione di quel palazzo. Poco prima dei tempi da noi descritti, era stato, con isplendidezza pari alle loro dovizie, fabbricato dai signori Pusterla per villa suburbana; abbellito di tutti gli artifizj, onde allora si sapesse far lieta una casa campestre; giardini con ogni maniera di belle piante e rare, bei poggi di vigne, grotte, zampilli e ruscelletti da lungi condotti, davano amenità e frescura, mentre gli appartamenti offrivano tutte le agiatezze, non disgiunte da esteriore apparenza di forza. Poichè ai quattro angoli della fitta muraglia che lo girava, sorgeano torri di pietra, capaci ad ogni occasione di tener fronte a qualche improvviso attacco che, in tempi di tante agitazioni fra i privati e di sì poca forza nel Governo, potea venire o dal popolo ammutinato, o da bande di masnadieri, o da emuli baroni.

Quivi appunto erasi ridotta la signora Margherita allorquando il suo Franciscòlo, lusingato dalla confidenza mostratagli da Luchino Visconti, si era, mal per lui, assunta la esibita ambasceria a Mastino della Scala. Nè le dissuasioni di frà Buonvicino, nè le carezze della donna sua erano valse a stornarlo da incarichi, i quali, vergognosi sotto vergognoso dominio, potevano sembrare un assenso dato all'oppressione della patria: nè ad indurlo a vivere in decoroso ritiro, muta protesta che ognuno può senza pericoli opporre ai cattivi reggimenti. Come egli dunque si fu partito, essa preferì togliersi alla città, e nella quiete campestre risparmiarsi il dispiacere di veder il trionfo dei tristi, e cercare più frequenti le occasioni di fare il bene.

Altrimenti la intese o volle intenderla quel Ramengo da Casale, adulatore di Luchino, che altra volta ci venne occasione di nominare. Il quale, presentatosi al Visconti, pochi giorni dopo che Francesco Pusterla se ne fu andato per Verona,—Signore (gli disse), madonna Margherita si o collocata a Mombello. Certamente ella cercò la solitudine perchè ad alcuno piacesse di consolargliela. Non vorrà la serenità vostra onorarla di una sua visita?»

Il partito più destro che i cattivi signori traggono dai cortigiani, è il farsi suggerire da loro il male, di cui già avevano l'intenzione, e così scusarsi in alcun modo davanti alla propria coscienza. Luchino, dissimulatore dei proprj sentimenti, non mostrò fare caso di un suggerimento che tanto gli diede per lo genio: ma pochi giorni dopo, ordinava una gran caccia clamorosa nei boschi di Limbiate.

Era la caccia passione dominante in Luchino, siccome negli altri signori, che vi trovavano una imitazione ed un esercizio preparatorio della guerra. Immensa quantità di selvaggina si annidava pei frequenti boschi, moltiplicandosi protetta dall'impunità, poichè le leggi, riservando questi animali al diletto dei principi o dei feudatarj, punivano di gravissime pene il contadino che avesse ardito turbarli, non che ucciderli, quand'anche li vedesse correre sopra i suoi campi e desolarli. Ma i patimenti di questi, che importavano? non erano che vulgo: e il principe intanto si ricreava, e attorno a lui altri signori venivano in grossa comitiva, tutti, benchè da caccia, in abiti eleganti. Imperocchè i nobili, scemate le occasioni di distinguersi dagli altri nelle magistrature e fra le armi, s'erano vôlti a gareggiare di vestiti e di lusso; e siccome uno scrittore contemporaneo dice, cominciò la gente ismisuratamente mutare, abiti sì di restimenta sì della persona: cominciò a fare li pizzi delli cappucci lunghi: cominciò a portare panni stretti alla catalana e collare, portare scarselle alle coreggie, e in capo portare cappelletti, sopra lo cappuccio. Poi portavano barbe grandi e folte, come bene giannetti spagnuoli volessero seguitare. Dinanzi a questo tempo, queste cose non erano anco. Si radevano le persone la barba, e portavano vestimenta larghe e oneste; e se alcuna persona avesse portato barba, fora stato avuto in sospetto d'essere uomo di pessima ragione, salvo non fosse spagnuolo, ovvero uomo di penitenza. Ora è mutata condizione, idea, diletto. Portano cappelletto in capo per grande autorità; folta barba a modo di eremitano; scarsella a modo di pellegrino. Vedi nuova divisanza! E che più è, chi non portasse cappelletto in capo, barba folta, scarsella in cinta, non è tenuto covelle, o vero poco, o vero cosa nulla. Grande capitana, è la barba. Chi porta barba è temuto.