Se alcuno mai non ha versato lacrime sul seno di donna rispettata, se mai non ha all'occhio di lei rivelato un cuore ferito e contristato, non indovinerà quali momenti doveano esser quelli, in cui Alpinòlo, sedendo vicino alla signora sua, coll'affetto di un fratello, colla riverenza di un vassallo, le apriva le proprie ambasce. Su queste gli uomini avrebbero sorriso sdegnosamente siccome di una debolezza, di una fanciullaggine, di una esagerazione di sentimento: ma in lei trovavano un eco, una simpatia, ed alcune di quelle parole che bastano a tornare per un pezzo il sereno a chi più era da nubi ottenebrato.
Nell'anno precedente a quello in cui siamo col nostro racconto, i Visconti erano stati ad un pelo di perdere il dominio. Lodrisio Visconti, nipote di Matteo Magno, corrucciato di vedersi escluso dalla signoria, tentò fare novità, fidando sui molti scontenti, sulle promesse di qualche vicino, sul proprio ardire e sulla fortuna, e mosse contro Azone una banda di mercenarj. Questa banda, composta di Tedeschi e guidata dal capitano Malerba, fu chiamata la Compagnia di San Giorgio, ed è la prima delle molte che poi resero il valore un mestiere, e che, terribili non meno agli amici che ai nemici, tempestarono per due secoli la già abbastanza afflitta patria nostra.
Contro l'istante pericolo presero le armi tutti i Milanesi, i quali, se non trovavano gran fatto a lodarsi dei presenti dominatori, avevano però abbastanza lume d'intelletto per non credere alle promesse di libertà, che Lodrisio voleva effettuare colla violenza; nè sperare che un branco di masnadieri comprati venisse a raddrizzare i torti e rinsanichire la giustizia in un paese straniero. Non avendo però saputo impedire che Lodrisio passasse l'Adda a Rivolta, giungesse fin nel contado del Seprio, al cui dominio pretendeva, e si accampasse a Legnano, i Milanesi mossero ad incontrarlo colà con tremilacinquecento cavalli, duemila balestrieri, quattordicimila fanti, ragguardevole esercito per sì piccolo Stato. Lo comandava Luchino, non ancora principe, il quale dispose l'avanguardia a Parabiago, a Nerviano il centro, la retroguardia a Rho; ma sorpreso di gran mattino il 21 febbrajo (era domenica, e nevicava a fiocchi) ebbe un tale tracollo, che rimase egli medesimo prigioniero, e fu legato ad un albero finchè la giornata fosse decisa.
Lo vide in quest'arduo Alpinòlo, che dietro a Francesco Pusterla combatteva: e tosto recatone avviso ai cavalieri più fidi d'arme, con essi rinfrescò la battaglia; e raddoppiando gli sforzi, giunsero a ricoverare il capitano. Se non fosse stile della storia il non riferire mai che a persone illustri il merito delle illustri azioni, avrebbe essa confessato che la principale parte in quel fatto l'ebbe Alpinòlo, il quale, facendo meraviglie della sua persona, arrivò primo sino al Visconti, e tagliatone i lacci, rimessolo a cavallo, e cacciatagli in mano una mazza ferrata, tornò con esso a mostrare il volto ai nemici; i quali, al fine d'una giornata in cui cinque volte si rintegrò la battaglia, andarono in piena rotta, lasciando prigioniero lo stesso Lodrisio, che stentò degli anni assai in un carcere a San Colombano.
È questa la battaglia di Parabiago, tanto celebrata fra i Milanesi, in cui si narrò che sant'Ambrogio comparisse nell'aria con un poderoso staffile, percotendo quei mercenarj[7]; e in memoria della quale si fabbricò un insigne tempio sul luogo dove Luchino fu liberato, con ordine che ogni anno, nel dì stesso, considerato come festivo, i dodici signori della Provvisione vi tornassero in grande solennità a far un'offerta in comune, per assistere ad una messa speciale, nel cui prefazio si scagliavano imprecazioni contro quelle masnade: rito che seguitò fin quando san Carlo Borromeo lo restrinse a una visita alla basilica ambrosiana in città.
Per allora grandi feste, grandi falò si fecero in Milano, e Azone con pomposo corteggio recatosi a Parabiago, vestì cavalieri quelli che più si fossero nella battaglia segnalati. Un araldo d'arme chiamava un dopo uno i prodi, coi nomi e i titoli della famiglia e dei genitori: e non trovandosi macchie, gli diceva:—Vieni, e t'accosta a ricevere il cingolo militare, di cui la patria e gli altri cavalieri ti credono meritevole». In questa guisa furono da esso araldo nominati ed esaminati Ambrogio Cotica, Protaso Caimi, Giovanni Scaccabarozzo milanesi, Lucio Vestarini lodigiano, Inviziato di Alessandria, Lanzarotto Anguissola e Dondazio Malvicino della Fontana piacentini, Rainaldo degli Alessandri mantovano, Giovannolo da Monza, Sfolcada Melik tedesco: i quali un dietro all'altro si presentavano ad Azone, che ricevendone il ligio omaggio, dava ad essi una leggiera gotata, presentava la spada, e ne circondava i lombi colla cintura cavalieresca; mentre due altri cavalieri allacciavano ai loro talloni gli sproni d'oro. Fu poi chiamato Giovanni del Fiesco genovese, fratello della signora Isabella moglie di Luchino, ma gli onori non poterono esser renduti che al suo cadavere, là recato sopra ricca bara, accinto di tutte le armi come quando, ai fianchi del cognato combattendo, era rimasto ucciso.
Ultimo si proclamò il nome di Alpinolo, ma quando fu chiesto chi fosse il padre suo e quale la schiatta, nessuno potè renderne conto; egli stesso ammutolì confuso, come al rimembrare d'una vergogna; e non potendo provare di non uscire di stirpe non infamata, non venne ammesso all'onore dei prodi. Se la cosa il pungesse nell'anima, consideratelo. Solo la tirannia più sozza e sconsigliata parevagli che potesse badare alla razza, anzichè alla personale virtù: paragonava sè a questo, a quello, singolarmente al Melik, tedesco prezzolato, e da quell'ora si fece più astioso contro i Visconti, più sempre smaniato di conoscer suo padre; e somigliante a certe vergini involontarie dopo una serie di desiderj delusi, era divenuto irritabile, stizzito colla società, a dir suo, così mal regolata: e sempre più entusiasta per coloro che vi formavano eccezione, sempre più bisognoso di nuovi sogni, di pericoli, di prove rinascenti.
I Milanesi davanti a quasi tutte le case nobili costumavano un porticale, dove poter accogliersi ad asolare, a discorrerla cogli amici, a carattarsi l'un l'altro, così portando la vita pubblica e comune d'allora, come il rinchiudersi e isolarsi è portato in altri tempi dal non vivere ciascuno che per sè, dal non far più che sè stesso centro e periferia di ogni azione. Di sessanta che erano questi luoghi di ritrovo, che chiamavano Coperti, ora appena sussiste quello dei Figini, fabbricato poco dopo in piazza del Duomo[8].
Appunto sotto uno di questi Alpinolo, in sul mangiare, barattava parole, col fuoco che egli in ogni cosa poneva, allorchè se gli avvicinò un tal Menclozzo Basabelletta, umore satirico, beffardo, e caldo popolano, come quei tanti in cui lo sprezzo tiene luogo di libertà. Non so se per amore di bene, o per dispettosa invidia, o per piaggiare la plebe, che anch'essa ha i suoi adulatori, si faceva indagatore maligno, e sarcastico detrattore dei nobili, dei ricchi, dei magistrati.
Salutato egli il giovane, e battendogli sulla spalla,—Oh! (gli disse) quella cima di tutte le donne, quella coppa d'oro di cui non rifini di contar miracoli, scusa assai bene la lontananza del marito col ricevere il magnifico signor Luchino. L'ho visto io più volte uscire verso la villa di lei».