Ma la Nena, moglie di lui, forse che avesse in astratto sentito parlare dei guaj del mondo e delle bisbeticherie dei signori, cagliava, e al garzone diceva:—Non badargli! rimani qui. Pane non te ne verrà meno se vorrai lavorare: e sarai quieto e dabbene e timorato di Dio».

Maso invece (così chiamavasi il mugnajo), uomo che aveva girato il mondo, cioè era andato a prendere grano e riportar farina sino a Cremona e a Casalmaggiore, e che davasi a intendere d'aver conosciuto gli uomini perchè aveva conosciuto molti gastaldi e molti granaj, le dava sulla voce, e—Come? vorresti tu rubargli questa fortuna? Non vedi? egli è un diavoletto. Gran salute, gran coraggio, grande appetito; ha tutte le condizioni per diventare un grand'omo. Lascia pure che sua signoria se lo conduca, e vedrai, farà passata. Già non è nato mugnajo, nè il deve diventare».

Le ragioni del marito, come succede, prevalsero: la Nena, sul congedarlo, mentre rassettava indosso quel po' di cenci al fanciulletto che balzava tant'alto dalla contentezza, gli diceva:—Guardati dai pericoli, fuggi le cattive compagnie, le donne e le bettole», come dicono tutte le madri nel licenziar i figliuoli, Maso gli soggiungeva:—Rispetta sua signoria e fa fortuna»: e Ottorino si menò seco il ragazzetto.

Quest'era appunto il nostro Alpinòlo, e Ottorino destinava farsene uno scudiero; e intanto che venissero gli anni, lasciarlo per paggio a Bice sua moglie. Ma ohimè! tornando in patria scoperse che Bice l'avea tradito, ed erasi fuggita a viver male nel castello di Rosate con Marco Visconti suo cugino; il quale poi, sazio o insospettito, un giorno la trabalzò dalla finestra nella fossa, salvo a piangerla dirottamente dopo morta.

Ottorino ne patì come uomo di sentir generoso che vedesi ingannato da persona carissima; andò cercando distrazione fra le imprese e nei viaggi, ed il cordoglio lo trasse a morte sul meglio del vivere: e nel 1336 fu sepolto in Sant'Eustorgio di Milano, presso suo padre Uberto.

Lasciò egli raccomandato Alpinòlo specialmente alla Margherita, consolatrice sua in quel crepacuore; onde il garzone attaccassimo a lei, con essa passò nella casa Pusterla, ove serviva a Franciscòlo in uffizio di scudiere. Animo esuberante di affetto, non trovandosi al mondo persona su cui per naturale legame potesse rivolgerlo, tutto l'aveva diretto, dirò meglio, avventato sulla famiglia in cui era aggrandito: e ne amava le persone e gli interessi coll'impeto di una passione, qual poteva essere in un giovane che, non disciplinato da consigli di superiori, conservava in tutto il vergine loro vigore la foga, l'irriflessione, quell'estremo bisogno di sensazioni e di felicità, che sono pregio e difetto della giovinezza. Un desiderio, anzi una vera mania di libertà avevano ispirato in esso i bollenti discorsi del suo giovane signore, e le compagnie che in Milano frequentava di giovani acuti alle novità, e di veterani memori delle franchigie antiche e dispettosi della presente servitù. Si sarebbe detto che, al modo onde gli uomini sollevati da bassa fortuna s'ingegnano di farla dimenticare, così egli volesse far dimenticare altrui, dimenticare egli stesso di non avere nè parenti nè patria di nascita, coll'amare oltre misura quelli di adozione. Alla sua balda imperturbabile volontà non era sacrifizio che paresse grave per servire la repubblica milanese o i figli di Uberto Visconti e il Pusterla: mettere per essi la vita gli saria parso ben poca cosa.

Tali caratteri che, qualora si fissino sopra un'idea o sopra una persona, hanno per nulla tutto il resto del mondo, scarsissimi s'incontrano nelle odierne società, il cui attrito, come fa coi ciottoli il torrente, leviga e pareggia tutte le disuguaglianze della superficie. È un bene? è un male? Chiedete se è bene o male la polvere di cannone, la quale, ove saviamente si diriga, serve di potenza e di difesa; sregolata, diviene micidiale.

Se a questo fare di violenza, mai non iscompagnata da generosità, accoppiate la freschezza dei diciassette anni, una schiettezza ardita, eppure educata alquanto dal conversare coi signori, una melanconia su tutti i suoi sentimenti diffusa dall'ignorare i parenti suoi, comprenderete come dovesse venir caro ai Milanesi, gente per natura d'ottimo sangue; nè dico solo agli umili, ma a quelli ancora di alto grado. La stessa incertezza dei natali, che il mondo, per una delle mille sue ingiustizie, suole ascrivere a colpa, o almeno guardare colla superba compassione che tanto si avvicina all'insulto, non che nuocere ad Alpinòlo, il rendeva anzi più interessante a chi lo conoscesse, per la smania perpetua ch'esso mostrava di trovare, di ricuperar suo padre, di togliersi dal volto questa, ch'egli chiamava infamia, del non avere genitori. Se volta avveniva che udisse narrare le angustie di qualche malarrivato,—Ma egli almeno ha padre o madre», esclamava. Qualora mirasse un fanciulletto a mano o fra le braccia dei genitori, struggevasi di pietà, di desiderio. Quante fiate la Margherita il sorprese, che contemplando il suo Venturino e blandendolo con melanconiche carezze, frenava le lagrime a stento!

Come la Margherita fosse opportuna a ispirar amore in chiunque le si accostasse, già deve il lettore averlo compreso: e deve il lettore, per poca esperienza che abbia del mondo, avere osservato come coloro che poco hanno a lodarsi degli uomini, si volgano con entusiasmo di devozione alle donne, in cui trovano la compassione, il disinteresse, l'affettuosità, per così dire, che negli uomini rimangono o spente o soffocate dai calcoli dell'amor proprio e dal tumulto delle faccende.

Perciò sopra la Margherita aveva Alpinòlo concentrato tutto l'affetto che dapprima portava ad Uberto e ad Ottorino estinti, e ad altri due fratelli di essa che allora combattevano in Palestina; non affetto qual suole intendersi da uomo a donna; una specie di culto, tale da distruggere tutti i computi della vanità, tutte le speranze della passione: e considerandola come un punto lucente fra l'universale tenebria della società, non avrebbe tampoco saputo pensarla capace d'azione men che generosa e santa.