Va tra gli uomini; scontra, la frode sotto al velo della lealtà, illusa la virtù, beffeggiata la generosità, caldi nemici e tepidi amici; freme e maledirebbe l'umana razza, ma si ricorda di quel Padre che è nei cieli.

Se, mai il mondo lo vince, se l'egoismo, la viltà germogliano nell'animo suo, vive però in fondo al suo cuore una voce amorevolmente austera, come quella della madre allorchè gl'insegnava la preghiera a quel Padre che è nei cieli.

Così traversa la vita, poi sul letto dell'agonia, deserto dagli uomini, non accompagnato che dalle opere sue, volge ancora il pensiero ai giovanili suoi giorni, a sua madre, e muore con una fiducia serena in quel Padre che è nei cieli.

E questa preghiera faceva ripetere la Margherita al devoto pargoletto: indi, spogliatolo ella stessa colle pietose cure che alle madri vere non sono un peso ma la soavissima delle dolcezze, lo coricava, il baciava, e coll'effusione della materna compiacenza, gli esclamava sopra,—Tu sarai buono!»

Non appena giù. Venturino aveva chiuse le pupille a quel caro sonno della fanciullezza, che in braccio agli angeli si addormenta senza un pensiero, senza un pensiero si desta…. Beati giorni! i più belli nella vita:—e non sono avvertiti.

Margherita contemplava l'accelerato anelito del bambino: il vivido incarnato, che il sonno gli diffondeva sulle guance, la invitò a baciarlo, e le brillava in volto quell'ineffabile contentezza, che non sa se non chi rimase assorto nell'osservare chiusi due occhi, che devono sorridergli amorevoli allo svegliarsi.

Staccatasi da lui, la Margherita si fece nella sala dove stavano quella sera accolti gli amici più fidati della casa, venuti a salutare il tornato Francesco. La gioja del rivederlo avea nella donna compensato i dispiaceri cagionatile, dalla sua lontananza; e fatta come era per sentire le dolcezze domestiche, le pareva che, al rivedersi dopo qualche tempo di assenza, dopo un pericolo, nulla dovesse piacer meglio al marito che starsene quieto colla moglie, col figlioletto, tre vite in una. Ma altri pensieri bollivano nell'anima di lui, e tutto il dì non sapeva che ragionar di vendette, e macchinarne.

A Verona non aveva dissimulato a Mastino l'oltraggio nuovo e l'antico rancore: del che profittando pei fini suoi, lo Scaligero il rinfocò, e gli promise che, qualunque risoluzione prendesse, non gli verrebbe egli meno di assistenza e protezione. A Matteo Visconti, per quel che mostrarono poi i dissolutissimi suoi portamenti, non dovevano fare schifo le scostumatezze dello zio: ma volenteroso di sommovere lo stagno per pescarvi, egli aggiunse nuovo ardore alla stizza del Pusterla, e gli diede lettere per Galeazzo e Barnabò suoi fratelli, dove gli esortava a ricordare chi erano, e profittare dell'occasione per finirla una volta di rimanere schiavi, com'egli si esprimeva, ad un prete e ad un manigoldo.

Tornato il Pusterla a Milano nascostamente, nè la bandiera sulla torre annunziò la venuta sua, nè la solita scolta d'uomini d'arme vegliava alla porta. Ma poichè tutto il giorno ebbe tempestato là entro, senza che la donna sua valesse a mitigarlo, abituato alla vita clamorosa, ai circoli, alla discussione, bisognoso di sempre nuove e forti emozioni, neppur quella prima sera egli seppe rimanersi tranquillo in famiglia: ma d'ordine suo, Alpinolo aveva recato l'avviso di sua venuta agli amici coi quali più si confidava, e questi la sera, un dietro l'altro, per una portella segreta verso la via segreta dei Piatti entravano a ritrovarlo e consolarlo.

L'esteriore del palazzo era muto, oscuro, talchè si sarebbe detto disabitato. Ma non appena Franzino Malcolzato, tristo arnese e fido portiere, aveva fatto passare gli amici dalla corte rustica in una seconda, venivano accolti da valletti eleganti in vesti aggheronate a giallo e nero, i quali, reggendo torcetti di cera, gl'introducevano ad una vasta sala terrena isolata nel mezzo dell'edifizio, e attorniata dal giardino. Arazzerie storiate coprivano le pareti; qui e qua scansie, con suvvi vasi e piatti di majolica a rilievo di frutte colorate, e due ampj finestroni, aperti a ciascun lato e incortinati di zendali a partite di vaghissimi colori, davano accesso all'aria della sera, temperando graziosamente la caldura del giugno. Quivi entro, chi attorno a Franciscolo, chi seduti sui capaci scanni di velluto, chi presso ad una tavola, su cui avevano gettato alla rinfusa guanti, mantelli, spade, berretti, discorrevano, narravano, chiedevano, udivano. Si discernevano dagli altri il bollente Zurione, fratello del Pusterla, il moderato Maffino da Besozzo, Calzino Torniello da Novara, Borolo da Castelletto ed altri arrabbiati ghibellini, cui ora veniva lezzo d'un principe che, per opera loro stabilito, non mostrava di averli in quel conto che s'erano ripromesso.