Ultimi arrivarono i fratelli Pinalla e Martino Aliprandi, d'origine monzesi; il primo gran mastro di guerra, l'altro rinomato giurisperito. Avevano acquistato la grazia del signor Azone coll'aprirgli, nel 1329, Monza, che poi Martino, essendone podestà, cinse di mura; Pinalla la difese contro l'imperatore Lodovico il Bavaro, indi a capo dell'esercito visconteo, campò Bergamo dal re di Boemia; per le quali prodezze, la pasqua del 1338, era stato in Sant'Ambrogio, armato cavaliere insieme col nostro Pusterla. In tal occasione fu a spese di questo aperta una corte bandita, e giuochi d'arme e solennità così sontuose, che a memoria d'uomo le maggiori non s'erano vedute. Ma da quell'auge era Pinalla scaduto allorchè, nell'invasione di Lodrisio, posto a difendere l'Adda a Rivolta, si vide dalle sue truppe vilmente abbandonato, e costretto a fuggire. Una nuova guerra, in cui vendicarsi della noncuranza di Luchino, od almeno con audaci imprese e ben riuscite, cancellare quell'onta, era il suo più vivo anelito.
Tra gente così fatta e in una simile occasione (ben ve lo potete figurare) tutt'altro che pacati avevano ad essere i ragionamenti, dove l'idea degli oltraggi che ciascuno aveva ricevuti in privato, dava risalto ai pubblici guaj. Uscivano dunque in propositi esagerati e violenti contro i dominatori del loro paese, tanto più franchi, quanto più sapevano fedele il circolo tra cui versavano.—Oh sì!» esclamava Franciscolo, allora appunto che la Margherita, coricato il suo bambino, entrava nella sala.—Cotesti vecchi ci van ricantando i mali del tempo della nostra libertà; ogni tratto battagliamenti; un continuo doversi esercitare alle armi tutti, sino i fanciulli: poi ad un tratto suona la martinella; traggono fuori il carroccio, e ognuno, voglia o non voglia, dee vestirsi di ferro, lasciare gli agi di sua casa, i guadagni del mestiere, correre negli aspri perigli della zuffa, o negli oscuri dell'agguato; poi ogni altro giorno rivolte cittadinesche, esigli, diroccamenti, uccisioni… Oh se avessimo un capo che con mano vigorosa ci frenasse!—Così la discorrevano cotesti timidi, a cui natura negò sangue generoso o l'età lo intepidì».
E Zurione interrompendolo:—Codesto è amor di patria! Or mangino di quello che si son preparato. La libertà finì, non finirono le guerre: morti, esigli abbondano, e non più pel bene della patria, ma per sodare costoro nel dominio, per ribadirci da noi le proprie catene. Allora le guerre le volevamo noi stessi, noi stessi le decretavamo: era il bollore di un momento, poi si racquetava, e i frutti maturavano a favor di tutti o dei più. Ora egli solo le comanda a suo talento, per particolari interessi, e noi bisogna farle: nostra la fatica e sua la gloria».
—Dite bene» esclamava Alpinolo: «Sua la gloria. A chi toccò il merito della vittoria di Parabiago? chi ne menò trionfo? chi ne profittò? Han detto: Luchino è valoroso, dunque esaltiamolo signore.—Sì, ma se non fossimo stati noi…
—Oh perchè (ripigliava Zurione) perchè lo ricoverasti tu dalla forca a Parabiago?
—Sarebbe stato certo il migliore a lasciarvelo (entrava a dire il dottore Aliprando): che non si vedrebbero oggi i privilegi dei nobili calpestati, non messi a fascio i Ghibellini coi più marci Guelfi: non aggravati di tributo i gran signori come gl'infimi della plebe, non trascurato chi fu…
—E noi si tace!» saltava su Alpinolo con occhi divampanti, e battendo la palma sulla tavola. «Perchè non possiamo vendicarci? Che? non v'ha più spade? non hanno più nervi le braccia lombarde? Basta voler essere liberi e saremo».
Ed alzava uno sguardo alla Margherita, quasi per cercarle in viso l'approvazione. Margherita era stata dalla prima fanciullezza abituata a udire in sua casa discutere delle pubbliche cose; onde erasi formato un modo proprio di vederle, di apprezzarle; e, rispetto a quei tempi di tanto vivere a comune, il suo favellare di politica non riusciva punto ridicolo, com'è in altre stagioni l'udire una donna decidere su quistioni, davanti a cui stanno dubbj gli uomini più saputi: decidere secondo le impressioni del momento, secondo le massime di chi più le avvicina. L'educazione datale dal padre suo le insegnava a discernere la ragione dalle esagerazioni di quegli infuriati, i torti veri dai pregiudizj della passione. Non potendo però nè calmare l'impeto di loro, nè insinuare i ragionamenti suoi, tenevasi in disparte, e attaccò discorso col dottore Aliprando.
Questo, come uom di lettere che egli era, andava fastoso d'avere ottenuto pel primo in Milano i Rimedj dell'una e dell'altra fortuna, dati fuori allor allora dal Petrarca, e si era fatto premura di recarli quella sera alla Margherita, sapendola amante delle belle novità. Essa interrogando, come si fa, il parere di lui, sfogliava il libriccino, fissando così di corsa gli occhi su questa o su quella carta; allorchè colla bella mano chiedendo un tratto silenzio, in voce soave, al cui suono tutti si tacquero attenti, come se nel baccano d'una taverna si ascolti all'improvviso una dolce melodia di flauto, così favellò:—Udite come ben discorre il libro che qui il dottore mi favorì. Li cittadini guardarono come ruina di nessuno quella ch'era ruina di tutti; onde conviene con pietà e paura cercare di placar gli animi; se non fai profitto presso gli uomini, pregar Dio pel ravvedimento dei cittadini.[9]
Intese l'indiretta risposta Alpinolo, e—Se ai cittadini manca l'impeto di una concorde volontà, un solo uomo che può fare? che non può il coltello d'un risoluto?…»