Allora l'Aliprando recatosi in mano il libricciuolo, soggiungeva:—Madonna è come l'ape: non liba dai fiori che il miele. Pure l'ape anch'essa ha il suo pungiglione per chi la offende; e volete udire quel che il divino poeta parli altrove? Avete (così leggeva dal libro stesso) avete il signore, a quella guisa che la scabbia avete e la tosse. Idee contraddicenti buono e padrone. Chiamar buono un signore è dir una lusinghiera bugia e manifesta adulazione. Pessimo egli è, da che toglie a' suoi concittadini la libertà, che è il massimo dei beni quaggiù, e per empier la voragine d'un solo insaziabile, rimira a occhi asciutti migliaja di soffrenti. Sia affabile, sia piacevole, sia largo in donare a pochi, le spoglie di molti: arti dei tiranni che il vulgo chiama signori e li prova manigoldi.

—Bene! Bravo! Ben pensato! ottimamente espresso!» scoppiava d'ogni parte fra i congregati. E il dottore contento di quell'applauso come se fosse dato a lui proprio, seguitava:

—Or attendete al più bello: Come laceri li tuoi fratelli, coi quali hai passato insieme la puerizia e l'adolescenza, coi quali usaste il medesimo cielo, i medesimi sagrifizj, i medesimi giochi, le medesime gioje, i medesimi pianti? Or con che faccia vivi laddove sai che la tua vita è odiata da tutti e la tua morte a tutti desiderosa?[10]. Che ne dite? Vi par egli ravvisar questo ritratto? non è scritto apposta per…

—Per Luchino: chi ne dubita? è tutto lui», ripigliavano a più insieme, e l'uno commentava, l'altro voleva vedere coi proprj occhi le parole sacrosante del grande Italiano, dell'Italiano veramente libero, com'essi chiamavano il Petrarca, senza far caso che egli allora stesse corteggiando i prelati ad Avignone, che lambisse Luchino, e che, misurando la bontà dei principi dalla liberalità, chiamasse il vescovo Giovanni il più grand'uomo d'Italia [11]; adulazione di cui doveva poi rimproverarlo un altro illustre di quei tempi, Giovanni Boccaccio, rinfacciandogli di vivere stretto in amicizia col maggiore e pessimo dei tiranni d'Italia, in Corte piena di strepito e corruzione, come era la viscontea.[12]

La Margherita, dolce per naturale e pei prudenti consigli paterni, frapponeva qualche parola per disapprovare gli esagerati spedienti, e mostrava come il lamentarsi a tal modo di un cattivo reggimento non faccia che peggiorare quello, ed invelenire i soffrenti: dover piuttosto, chi lo può, procurare legittimamente di mitigarlo, non mai attizzare fra gli oppressi un'ira impotente: in caso diverso, altro non restare che o soffrire in pace o mutare di cielo.—Mio padre (soggiungeva essa) l'ho inteso più volte replicare: Ai novatori la pazienza. Nessuna riforma può attecchire se non sia radicata nel popolo. E questo popolo non è come amano figurarselo diversi, nè tutto oro, nè tutto feccia. Costretto sempre alla fatica, non si abbandona gran fatto ai sentimenti, e piuttosto calcola i vantaggi immediati. Non ridetevi dei pareri di una donnicciuola. Io ve li do sull'esperienza di mio padre, il quale aveva anche in bocca questo proverbio: Il popolo è simile a san Tommaso: vuol vedere e toccare. Ma voi, come? voi parlate di libertà, e non interrogate il volere del popolo: di virtù, e pensate cominciare dall'assassinio?»

—No, no: dite bene», la sosteneva Maffino Besozzo. «Non a sì estremi partiti si vuol ricorrere. Uccidere un tiranno cos'è mai! domani la plebe se ne fa un altro. È un direzzolare, e non ispegnere il ragno. Miglior via conoscevano i padri nostri. La religione stabilì in terra uno, maggiore dei re, perpetuo custode della giustizia, tutela al debole contro del prepotente. Quando in lui si aveva fiducia e a lui si ricorreva, l'innocenza trovava ascolto e la spada dei tiranni perdeva il filo contro al manto dei papi che copriva l'umanità. Vi ricordi un imperatore, che scalzo domanda a Gregorio VII perdono delle ingiustizie commesse. Quando il Barbarossa voleva soffocare la libertà lombarda, chi si fe' capo della nostra lega? chi impedì che Italia cadesse tutta sotto alla tirannide sveva? chi represse l'immanissimo tiranno Ezelino? Oggi noi diffidiamo della potenza inerme, rimettendoci più volentieri a quella delle spade. Eccovi i frutti».

—Uh! il guelfo ipocrita!—il papista!—il frate!» pronunziavano tra sè gli altri: ma ragioni da opporre a quei fatti non suggerivano facilmente, e perciò rifuggivano nel sofisma. E il Pusterla ripigliava:—Il papa! che sperare da lui? Ligio alla Francia, vuol farsi un regno in terra, nè più nè meno di tutti costoro. Scampo non v'è proprio che nel popolo».

—E il popolo (l'interrompeva Martin Aliprando) il popolo non siamo noi? non è generalmente sentita la gravezza della dominazione dei Visconti? Perchè dunque non dovrà ogni buon cittadino avvisare al meglio della patria? Chi sono costoro? donde hanno il potere? donde se non dal popolo? e il popolo che gli elesse può ritirare da loro l'autorità che ha dato. Questo popolo però o guaisce oppresso, o tace spauroso. Per farne chiaro il voto, unico mezzo è la sommossa.

—E le armi?» soggiungeva Pinalla.

—Lo Stato (riprendeva Franciscolo) è cinto da potenti, o gelosi, od invidi della grandezza di Luchino. Qual più facile cosa che intendersi con loro? A Verona ho veduto quanto basti. Altro che sollecitare l'amicizia di costui! Lo Scaligero non vede quell'ora di mostrargli i denti. E il fatto stesso di Lodrisio attestò che a spegnere il biscione bastava una banda raccogliticcia. Che sarebbe se fosse un capo creduto dal popolo?