—Lodrisio stesso non si potrebbe trarre dalla sua prigione di San
Colombano?» addimandava Zurione.

Ma Pinalla in tono di dispetto:—O che? non c'è altri che sappia reggere la spada quanto e meglio di lui?»

—Non c'è (soggiungeva Borolo) altri capi di miglior nome? Bernabò e Galeazzo son pure in urto collo zio: alzerebbero tosto la bandiera se fossero certi di trovare seguaci.

—A proposito, che conto si può fare su costoro?» chiedeva il Pusterla, mezzo indispettito dal non sentire proposto sè stesso.—Io tengo per essi lettere del loro fratello Matteo: ma non so per quanto spenderli.

—Spiriti liberi son essi, innamorati del pubblico bene e della libertà», gridava Alpinolo, facile a supporre in altrui i sensi suoi proprj. Ma il Besozzo, più esperto e penetrante, replicava:—Della libertà? Aspettiamo a dirlo quando sederanno in potere. Vedete quando altri assedia una città? è tutto cura a demolirne le difese, aprir la breccia, diroccare le mura. Fate che se ne impadronisca; ogni suo studio sarà di rinfrancare i bastioni, raccomodare, saldar le muraglie. Così costoro che aspirano alla potenza.

—E per questo (aggiungeva Ottorino Borro) Luchino gli ha in uggia. Bernabò per altro fa il sornione, e si mostra con noi voglioso di libertà, con lui spensierato del dominare. Il bel Galeazzino poi se la passa pompeggiando in comparse, e dividendo con Luchino il talamo giacchè non può il trono».

Un'ilarità universale destavasi a quello scherzo, di mezzo alla quale Zurione tornava su:—Ma che mestieri di rivenir sempre a cotesta famiglia, che Dio perda? Ci hanno bistrattato i loro padri, dunque assumiamo capi i figli: bell'argomentare davvero! Mancano cittadini generosi e potenti in città? Manca fuori chi ne darà mano? Qualche nemico si muova, noi lo assecondiamo…

—E una folla di persone innocenti si precipita sotto le spade per l'acquisto di un bene che non conoscono, che forse non vogliono, e si trae sulla patria la guerra, e guasti, e ammazzamenti, e prepotenze, e un esito incerto, o forse una vittoria, cui unico frutto sia mutar padrone».

Così aveva la Margherita interrotto il cognato, esponendo coll'aria di calmo convincimento che è proprio della ragione. Ma non è questo il tono che faccia colpo sopra animi concitati e:—Con queste dottrine di nulla mai si verrà a capo. Il ben pubblico deve preferirsi al particolare.—Nessuna impresa più santa che liberar la patria», esclamavano gli uni a gara degli altri: e Franciscolo con guizzo di dispetto proruppe:—Ebbene; si stia colle mani in mano: facciamoci pecore, perchè il lupo ci mangi: taciamo, e colui conculchi i nostri privilegi, contamini le nostre donne…»

Appena questa parola gli fu uscita dalla gola, accorgendosi che fitta dovesse dare alla moglie sua, se ne pentì: ma era detta. Facendosi appresso a lei la accarezzava, le dava ragione, le ripeteva il titolo di cui ella mostrava più compiacersi; quello di «mia buona Margherita»; però quella sua parola era stata accolta con un bisbiglio di approvazione, e aveva drizzati i discorsi sopra l'insulto tentato da Luchino, e sopra altre dissolutezze e sue e dei suoi. Chi ricordava il fatto del Lando di Piacenza: chi quello di Umbertino da Carrara, il quale, oltraggiato nella moglie da Alberto della Scala, alla testa di moro che portava per cimiero fece aggiungere corna d'oro, e poco andò che, per suo maneggio Padova fu tolta agli Scaligeri.—Non è la prima volta che uno perde una bella città per aver tentato una bella donna.—Gloria immortale ai liberatori della patria!—Gloria a Bruto ed a' suoi imitatori!—Oh la libertà! Viva la repubblica! Viva Sant'Ambrogio!» erano voci che facevano echeggiare la sala; e siccome allo scaricarsi della bottiglia elettrica, tutti rimangono scossi quelli che stanno entro la sua atmosfera, così quei Lombardi venivano agitati tutti dal parlare d'un solo; alla guisa che avviene nelle moltitudini, l'ardor dell'uno trasfondevasi in tutti; tutti parlavano, ognuno rincalzava le ragioni dell'altro e ne aggiungeva di proprie; i più seguitavano a ripetere ciò che essi ed altri già prima avevano detto: era quel vortice che trascina, quell'ebbrezza che non lascia luogo a peso e misura. Tanto più allorquando in mezzo all'adunata comparve un moretto, vestito di bianco alla orientale, con grosse perle agli orecchi, al collo: il quale, con alzate le braccia al modo di certe anfore antiche, reggeva sopra il lanoso capo un vassojo d'argento in forma di paniere, nel quale erano disposti d'ogni sorta rinfreschi e confetture. Insieme un paggio recava una sottocoppa d'oro cesellato, sulla quale una capacissima tazza, del metallo istesso e di fino artifizio, entro cui un altro paggio, da una brocca d'argento, versò vino prelibato. Primo Franciscolo, a cui fu offerto in ginocchi, l'accostò alle labbra, indi mandò in giro fra gli amici la coppa che più volte venne ricolma, talchè l'amor di patria fu riscaldato dal generoso liquore.