—Milanesi! (esclamava l'altro scotendo il capo). Buona gente; di cuore; ma per darsi moto, per voler risolutamente, è inutile, bisogna ricorrere a quei di provincia.
—E per questo (seguitava il garzone) v'è il Torniello da Novara: e stamattina l'ho già veduto parlare con…
Così rinvesciava e ciò che sapeva, e ciò che immaginavasi; ed esponeva come fatti veri e successi quei che erano sogni di sua fantasia. Poi, contento di aver conosciuto un nuovo apostolo, abbracciatolo con un movimento generoso e cordiale, voltava via per cercarne altri, mentre Ramengo si difilava al palazzo, e faceva dire al Signor Luchino d'avere a comunicargli cosa della più grave urgenza. Luchino comandava che entrasse.
Ma gli è tempo che diamo a conoscere ai nostri lettori questo malnato.
Ramengo era detto da Casale appunto dal luogo donde nasceva nel Monferrato, e donde, bambino in fasce, era stato portato via nel 1209, quando quella terra si era ribellata a Matteo Visconti per darsi a Giovanni marchese di Monferrato ed ai Pavesi. Il padre di lui, soldato di ventura, senz'altra ricchezza che la spada, era venuto a Milano a procacciare sua ventura al soldo dei Visconti. Morto poi nelle battaglie, sulla stessa via lo avea seguito Ramengo, siccome l'unica nella quale sperasse acquistar nome e ricchezze, e contentare l'avara ambizione che lo struggeva. Nè il sollevarsi era difficile cosa in quei tempi agitati, quando Dante si lamentava che diventasse un Marcello ogni villano, il quale venisse parteggiando. Che se ognuno non avesse in pronto esempj di subite fortune, potrei ricordare Giovanni Visconte da Oleggio, povero fanciullo, raccolto di quei di appunto dai Visconti, e messo chierichetto in Duomo, poi fatto cimiliarca, poi podestà di Novara, poi generale di tutte le armi di Luchino, e suo logotenente e capitano per tutto il Piemonte: ovvero la bizzarra storia di Pietro Tremacoldo, detto il vecchio, mugnajo lodigiano, che divenuto famiglio dei Vestarini che colà dominavano, ottenuta da essi in custodia una porta della città, una bella notte v'introdusse certi suoi assoldati, levò Lodi a rumore, prese i Vestarini, e chiusi in un vestaro, come il vulgo chiama l'armadio, ve li fece morir di fame, proclamando sè stesso signore di Lodi.
—Se questi e quelli, perchè non anch'io?» diceva Ramengo tra il suo cuore, ogni qualvolta udisse tali o siffatti racconti: e poichè si sentiva incapace di salire con arti buone, disponevasi a quelle qualunque fossero che il potessero giovare, adulazioni, viltà, tradimenti.
I Pusterla, che avevano lauti poderi nel Monferrato, ed erano per alcun tempo stati feudatarj di Asti, aveano tolto in protezione il padre di Ramengo, acquistandogli credito e posto nelle milizie. Ma persone, la cui vista rammenti il dovere di una gratitudine che non si ha, divengono esecrate al malvagio. Ramengo, cresciuto con cuor tristo, se al mondo un n'era, uno di quei cuori per cui è necessità l'odiare, abborriva svisceratamente la famiglia Pusterla, perchè n'era stato beneficato; ma avendone tratti molti vantaggi, e molti altri sperandone, dissimulava; e fattasi una fronte inesplorabile, mostravasi coi Pusterla devoto sino alla viltà e piaggiatore, mentre con inquieta scontentezza procurava alzarsi sulle loro rovine.
Ruppesi intanto la guerra fra Ghibellini e Guelfi, e il papa, scomunicato Matteo Visconti, mandò l'esercito a sostenere gli anatemi, tanto che Matteo, atterritone, rinunziò il potere a Galeazzo suo figliuolo; e datosi a vita devota, morì poi nella canonica di Crescenzago. Allora Galeazzo spinse vivamente le ostilità; e fattosi confermare signore di Milano, chiese sussidj a tutte le città vicine. E poichè i Guelfi fautori dei Torriani, guidati da Simone Crivelli, da Francesco di Garbagnate e dal cardinal legato, tentavano passare l'Adda per entrare su quello di Milano, tutto al lungo di quel fiume dispose corpi d'osservazione, e rinforzò le rôcche. A Trezzo stava quel Marco Visconti di cui un amico mio sì bene vi espose le bravure e i patimenti: il castello di Brivio, un forte eretto a Olginate e la rocchetta di Lecco erano governati dal padre di Franciscolo Pusterla: il quale, volendo che suo figlio facesse il noviziato delle armi, gli affidò quest'ultima, ponendogli però ad ajutante Ramengo. Ciò avveniva nel 1322.
Lecco in quel tempo era poco meglio che un mucchio di rovine. Imperocchè essendosi esso ammutinato contro i Visconti nel luglio del 1296, Giavazzo Salimbene podestà di Milano, coi collaterali del capitano e tutti gli stipendiati della repubblica, cavalcò a Merate, e quivi congregati molti fanti della Martesana, mosse sopra Lecco, ne levò dugencinquanta ostaggi, che spedì a Milano, poi ordinò che fra tre giorni tutti i terrieri uscissero dal luogo, e a Valmadrera si collocassero colle loro robe a cielo scoperto, e guai a chi si movesse. Infelici! dovettero obbedire, e di là dal lago videro bruciare la patria loro, non conservata che la rocchetta per tenerli in soggezione; poi intesero pubblicarsi un bando, che mai più quel borgo non fosse rifabbricato.
Simili vendette erano a tutt'altro opportune che a far amare il dominio: e in quelle parti più sempre si infervorò l'animosità contro dei Visconti, alimentata dalla intelligenza che manteneano colà i Torriani, oriondi della vicina Valsassina. E sebbene le replicate vittorie dei Visconti avessero fiaccato la potenza di questi, ogni qualvolta però riuscissero a sollevare il capo, i Torriani trovavano appoggio in questi terrieri. Devotissimi a loro v'erano i Ticozzi, i Manzoni, gli Invernizzi e principalmente Gualdo della Maddalena. Col volgere dei casi, la famiglia di questo era stata disfatta, egli ucciso in battaglia; l'unico figlio Giroldello, menato ostaggio, era riuscito a camparsi, e aveva ultimamente preso servigio nelle truppe guelfe: nè rimaneva in Lecco che una sorella sua Rosalia, teneramente amata da Giroldello, più amata ancora dopo che da lei lo distaccava la sventura.