—Belle fandonie!» esclamava ridendo il Menclozzo—Povero ragazzo! tu sei buono, e ti fanno bevere grosso. Qualche servitore te l'avrà dato a intendere: forse qualcuno avrà cantato per farti cantare…
—A chi farla bere?» interrompeva Alpinolo, rosso come bragia.—Ma per chi m'hai tolto? Non ho io a credere a questo par d'occhi? Sappi dunque che jer sera, in casa i Pusterla, io persona prima, ho parlato con lui, con Zurione, con una mano di persone tutte di primo conto, e han detto quel che basta: e già dispongono: e non s'andrà all'altro sabbato a pagar le partite…» e seguitò via contando tra quel ch'era vero, e quel ch'egli si era immaginato. Ma l'altro, o incredulo davvero, o per quell'umore suo di contraddizione,—Va là, va là (replicava); c'è chi lo terrà indietro: e quell'acqua cheta della signora Margherita…
—Chi? Margherita? che celii?» continuò l'improvvido.—Essa non vede anzi quella sant'ora di nettar il paese da queste sozzure. Ella ci narrò la storia di Galvagno Visconti suo antenato, il quale, al tempo del Barbarossa, andava attorno vestito da buffone, colla cerbottana in mano, fingendo strologare: e intanto macchinava, e conduceva maneggi per la liberazione della patria. Ha fino soggiunto: «Allora i savj facean da matti; oggi i matti si credono troppo savj.»
Qui è da sapere che, fosse arte o piuttosto accidente, gli archi del portico, sotto al quale discorrevano Alpinòlo e il Menclozzo, sono combinati in maniera da produrre il fenomeno delle così dette sale parlanti; fenomeno che alcuno de' miei lettori avrà potuto osservare in san Paolo di Londra, nella galleria di Glocester, nella cattedrale di Girgenti, e più vicino, nel palazzo ducale di Piacenza, nella sala dei Giganti a Mantova, e fin in una volta del parco di Monza. Consiste in ciò, che uomo non può dire paroluzza sì cheta presso ad uno dei quattro angoli estremi di esso portico, che non sia inteso da chi si collochi al pilone diagonalmente opposto all'arco. I fisici ne diano la non difficile spiegazione; la storia nostra si contenta di dire che v'era chi ne traeva profitto. Queto come non fosse fatto suo, mentre i due disputavano, gli ascoltava a quel modo Ramengo da Casale, di cui più di una volta ci occorse di far menzione. Adulatore di Luchino, come abbiam detto, però sapeva anguillare in modo da non inimicarsi i nemici di questo; blande erano le sue parole, ambigui i fatti: mai non sarebbesi posto colle une e cogli altri in manifesta contraddizione con veruna parte, cercando anzi andare a versi a tutti, e riusciva ad illudere molti. Fra quei molti che non penetravano entro la scellerata anima di Ramengo, era Alpinolo, al quale la cieca persuasione della bontà di sua causa faceva credere che ogni uomo dovesse parteggiare colle sue opinioni. Quindi nè ombra di sospetto gli nacque allora quando Ramengo, come lo vide scostarsi dal Menclozzo, se gli avvicinò, ed avendo già inteso quanto bastasse per iscalzarne il resto,—Imprudente! (gli disse) tu parlavi or ora col Menclozzo… gli avresti mai detto!…» e ammicava con aria d'intelligenza.—Sei ben certo ch'egli sia dei nostri? Non t'ha dato Franciscolo il segno per riconoscerci?
—No», rispose Alpinolo.
E l'altro continuava:—A me l'ha dato Zurione, e non credo aver buttato il giorno invano, ma spero con maggiore prudenza di te. Tu a chi n'hai parlato?»
Qui Alpinolo nominò parecchi di coloro cui n'avea fatto motto, e degli altri cui volea farlo: e Ramengo, che non ne perdeva parola, gli chiese:—Ma non ti sei tu inteso con Galeazzo e Bernabò?
—Non io: ma l'avranno fatto gli altri che c'erano jer sera.
—Eh! non so chi tra loro abbia con essi bastante entratura, o chi voglia avventarsi a corpo perduto come te e me.
—Come? dite poco? (seguitava l'imprudente). I due Liprandi non son tutta cosa con loro? dove trovar gente più animosa che il Besozzo e quel da Castelletto?