—Eh! tu il devi sapere meglio di me», riprese l'altro con fredda ironia.

Ed Alpinolo, frenando a stento la rabbia,—Guarda! vorrei cacciarti in gola codesti insulti a furia di sergozzoni, se non sovrastasse il momento, che tu stesso hai da veder chiaro più che per le mie parole.

—Bravo ragazzo! (ripigliava il Basabelletta) ora profitti nel viver del mondo. Bada a me: prometti sempre sulle generali; altrimenti col venire a precise particolarità, ti toccherebbe poi a trovarti di nuovo smentito, e deriso dei tuoi millanti.

«—Eh no!» replicava Alpinolo, sempre più infervorandosi.—Non sono millanti: derisioni non temo: ti so dire che questa condizione di cose tentenna: che costoro hanno a regnarci per poco.»

E il Basabelletta:—Ci regneranno, perchè il diavolo ajuta i suoi e perchè son troppi quelli che sanno cianciare come te, e poi all'opera non valgono la metà di quel che mostrano a parole».

Considerate se Alpinolo sentisse pizzicarsi le dita! ma parendogli in quelle espressioni ravvisare uno, su cui fare fondamento per l'ideata rivoluzione, mandò giù, e stringendogli convulsivamente la mano, il trasse verso un canto ove fosse men gente, e guardandosi intorno e abbassato la voce,—Quel che è stato è stato (gli diceva): ma poichè tu pensi diritto, sappi che le ciancie prenderanno corpo, che le speranze non sono in aria questa volta: che dove il popolo tutto è malcontento, dove il principe esecrato, basta una favilla a destare un incendio maledetto. E la favilla, ti assicuro, v'è già chi batte la pietra per suscitarla.

—Sai che?» ripigliava il Menclozzo.—Si vorrebbe che men pieghevoli avessero le schiene cotesti nobili; men ligi al padrone fossero e più amorosi alla plebe. Credilo: gli uomini sono come le nespole: per maturare vogliono la paglia. Sulla paglia dei casolari troveresti ancora dei cuori generosi: ma mentre il popolo s'invigorisce sulle glebe e nelle officine, i ricchi si smaschiano in giuochi e tornei, a caccie, a balli, a far tavolacci, e a cercar gloria nell'ostentare codardia alla Corte. I nostri buoni vecchi era loro vanto il sostenere la plebe nella Credenza di sant'Ambrogio, francheggiarne i diritti contro chi voleva soperchiarla… Ma il mondo invecchia peggiorando e di quella santa razza più neppur uno ce n'è: neppur uno.

—E tu sempre (così soggiungeva Alpinolo, sentendosi brillar dentro il cuore a quel parlare), sempre tu pigli san Michele pel diavolo. La razza dei buoni vive, ed io la conosco; e pensano al popolo più che tu non credi, e se l'intendono, e frappoco… e sapranno rendere giustizia a chi sente come te generosamente. Credimi e spera.

—Ch'io speri? Da senno me ne dà cagione il veder anche quelli che meno dovrebbero lasciarsi pigliar per la gola. Il tuo Pusterla per uno. Che non otterrebbe se egli stesse con noi? Invece, appena Luchino gli gettò quell'osso dell'ambasceria, accomodò l'anima alla servitù, e fatto dolce come un miele, se la campa a Verona senza un pensiero nè di sè, nè della patria, nè di qualche altra cosa che gli stringe più sulla pelle.

—Sta colà, non ci pensa eh!» saltò Alpinòlo tutto fuoco. Or —sappi invece… ma stia in te, sappi che il mio signore non è —altrimenti a Verona: se v'andò fu solo per intendersela con Mastino; —ed ora è qui in Milano, in petto ed in persona: e… Insomma, ti —basta? sei ora convinto?