Poichè il coraggio di spendere, e l'attività del fabbricare non son nate da jeri nei Milanesi, avevano essi coll'animosa lautezza che dava la libertà, comperato le case e l'area di quel centro della città, per radunarvi i principali uffizj; e nel 1228 fecero la piazza quadrata, con cinque porte, alle quali dai quartieri principali capitavano cinque vie acciottolate, una dal Duomo, una da Porta Nuova, una dalla Comasina, una dalla Vercellina; l'ultima usciva verso gli Orefici, e chiamavasi delle Carceri, perchè colà appunto erano le carceri dette Malastalla, ove si chiudevano i debitori fraudolenti e i giovani indisciplinati; ottimo rimedio per spegnere i debiti di quelli e rimettere a questi il senno in capo. Nel bel mezzo di quella piazza, essendo podestà quell'Oldrado de Grassi da Tresseno, il quale, pel suo zelo nel bruciare gli Eretici si meritò una statua a cavallo che ancora si vede colà incastrata nel muro, si eresse nel 1233 dalle fondamenta il palazzo della Ragione, nella cui parte superiore stava una capacissima sala pei tribunali, e nella inferiore, fra triplice corso di sette archi, uno spazzo coperto, qual si conveniva ai comodi del popolo in tempo che a popolo si governava la città.

Tutt'in giro erano fabbriche, con archi, colonne e porticali, ove potere i negozianti ripararsi dal mal tempo, e donde si aveva accesso alle varie magistrature. Quivi, attigua al palazzo della Ragione, avea casa il podestà, colle carceri: quivi, il palazzo di città, segnato di fuori colla croce rossa in campo bianco, ornata di palme ed ulivi, per far intendere che Milano era glorioso non meno in pace che in guerra; e dentro il quale sedevano i padri della patria a deliberare il meglio, cioè quello che i forti comandavano o che insinuavano gli scaltriti; quivi era il collegio dei nobili giureconsulti, che portavano un vestone di porpora, coi cappucci e i baveri foderati di vajo; quivi il collegio dei notari e dei fisici, gente che impinguava sui morbi corporei e sui morali della povera umanità: quivi ancora l'uffizio del Panigarola, ove i mercadanti, colla solita sincerità, notificavano tutte le vendite e i contratti, ed ove si conservavano ricavate nel sasso, le precise misure dello stajo, delle tegole, dei mattoni, per risolvere le differenze, ed inoltre una rozza pietra, la quale si faceva, come diceano, acculacciare dai mercanti che rompessero il banco, cioè fallissero di pagare, se col sacco o per mera disgrazia i giudici non guardavano poi tanto pel sottile. Quivi pure Azone Visconti aveva, nel 1336, eretta la badia dei mercanti, con banchieri e cambiatori là dove ora è l'uffizio dei telegrafi, e di rimpetto la badia dei mercanti d'oro, d'argento, di seta: quivi i tribunali civili, ove salivasi per una scala, presso cui è ancora esposta al pubblico una lapide, la quale insegna come dal litigare nascono inimicizie, si getti denaro, si turbi l'animo, si sciupi il corpo, si lasci l'onesto per l'inonesto, non s'ingrassino che i procuratori; quei che sperano rimangono con un pugno di mosche, e quando pure riescano, al tirar delle tende si trovano avere, in spese e in mangerie legali, buttato tanto o più che l'acquistato.

Così la lapide: ma le cronache soggiungono che pochi facessero pro dell'avvertimento, perchè quelli che andavano colà a muover liti aveano sugli occhi una benda postavi dall'amor proprio, sicchè da una parte si davano a intendere d'aver ciascuno la ragione dalla sua, dall'altra credevano che al mondo vi fosse giustizia. Noi però, meno maliziosi delle cronache, pensiamo che al consiglio non si desse nè si dia ascolto, perchè scritto con caratteri gotici e in latino.

Questo pezzo d'anticaglia è dei pochi scampati a quella, per non dir altro, benedetta smania di rinnovare:[15] mercè la quale, della badia dei mercanti più non rimane vestigio; il portico del collegio dei dottori e dei fisici fu ridotto a più recente architettura, ed abbellito il campanile che a mezzo di quelli era stato eretto nel 1272 da Napoleone della Torre per dar i tocchi al mezzodì, alle due di sera, e quando alcuno veniva condotto al supplizio: il palazzo della Ragione convertito in archivio è chiuso e intonacato, sicchè a pena disotto a un erto strato di calcina si discerne la forma delle antiche arcate, come un pensiero maschio di sotto all'inviluppo d'un parlare artifizioso e cortigiano. Anche le logge sono abbattute, ma per fortuna non potè, nel Seicento, venir condotta a termine la fabbrica delle Scuole Palatine verso gli Orefici, onde sussiste ancora parte della loggia degli Osj, cominciata nel 1316 da Matteo Magno.

Questo edifizio era rivestito di lastre di marmo bianco e nero, diviso in due porticati di cinque archi, un sovra l'altro: nei parapetti superiori si vedono ancora scolpiti in altrettanti scudi le arme delle sei primarie regioni della città: e ne aggetta un pulpito, sulla cui spalletta un'aquila tiene fra gli artigli una scrofa, per segno dell'alto dominio dell'Impero sopra questa città, che, come sanno i ragazzi, deriva il suo nome dalla scrofa lanosa. Su quel pulpito, che il vulgo chiamava parlera, comparivano il podestà o i consoli ad annunziare al popolo convocato i bandi e le leggi ed a sentirne il parere; ora vi stanno sotto venditori di fusi e rocche a travagliare, e guardar la sentinella tedesca, che placidamente passeggia innanzi e indietro dei cannoni.

So bene che a coloro, ai quali piace veder le cose vecchie senza i moderni guasti, chiamati miglioramenti, gradirebbe non poco che, anche a costo della comodità, si fossero le fabbriche lasciate nell'antico assetto. Benchè tali allora durassero, potete ben credere che Alpinolo neppur d'un'occhiata le degnò, fissando invece la moltitudine ivi congregata di gente serva, e che, al dir suo, fra pochi giorni tornerebbe libera, magnanima, costumata:—fra pochi giorni.

Delle due piazze laterali, quella dov'è l'antico pozzo e la campana del Comune serviva ai mercanti che trattavano di cambj e di traffici; l'altra pel grano e il vino; era vietato, pena dieci soldi di terzoli, ingombrare con panche e con altro le volte, come pure a male donne e ai loro mezzani d'entrarvi, acciocchè a miglior agio vi potessero piazzeggiare i negozianti e i gentilomini, pei quali erano anche disposte pancacce da sedersi, e stanghe e traverse per potergli ponere sopra, dice il Corio, falconi, astori et suoi sparvieri o altri uccelli, al piacer et comodità di qualunque volea.

Stavano dunque colà chi cavillando un soldo, chi discorrendo di novità, chi asolando scioperato, e lodando e confrontando i falchi di Norvegia, d'Irlanda, di Danimarca; mentre alcuni ripetevano i miracoli, onde in quei due ultimi anni aveva cominciato a rendersi famosa la Madonna di San Celso, e così quelle di San Satiro, di San Simpliciano, di Sant'Ambrogio; altri stavano intenti ad un pellegrino che, col bordone e il sarrocchetto, montato sopra un tavolette, raccontava la meravigliosa storia di Paolozzo da Rimini, che in Venezia viveva molte quaresime senz'altro che bevere acqua calda, e che essendo dagli inquisitori tenuto prigione, non fece che confermare la verità del portento: o ad un cantimbanco, che sopra un cartellone segnava una folla di figure che chiamava uomini, e che spiegava essere le venticinquemila persone che, il 27 marzo passato, si erano raccolte a Corrigisior sul Cremonese, scalze e seminude, flagellandosi a sangue e facendo limosine, dirette da una bellissima giovane, avuta in concetto di santa; finchè scoperto che era raggirata da un mal arnese, la fu condannata al fuoco.

Chi s'immaginasse una festa da ballo, numerosa, allegra ove ciascuno pensa allo spasso, alla festività, allo spettacolo del momento: e in mezzo a quella folla un uomo, il quale ha disposto una mina, cui fra un momento vuol dare il volo e mandare in aria il festino, i sonatori, i danzanti, gli spettatori, potrebbe aver un'idea di ciò che sentisse Alpinolo in mezzo a quella turba. Sotto ai portici ove stanno coloro che rivendono usati i nostri libri, dopo che se ne annojarono coloro che o li comprarono nuovi a bottega, o gli ebbero per attestazione dell'ossequio e dell'amicizia degli autori, passeggiava bravamente Alpinolo, misurando e pesando coll'occhio quanti incontrava, come per dire—Tu sei con me, tu sei contro me».

Ed ecco, mal per lui, capitargli fra' piedi Menclozzo Basabelletta, quel desso, se vi ricorda, il quale un giorno lo proverbiò su le visite che la signora Pusterla riceveva da Luchino, e n'ebbe da Alpinolo quell'iroso rabbuffo. Al vederlo sentì questi risuscitar in cuore tutto il dispetto che aveva allora provato, aggiunta la vergogna che provò dappoi, quando, in apparenza almeno, lo trovò veritiero. E gli parve che uno sguardo maligno, un maligno sorriso del Basabelletta volessero dirgli:—Non avevo io ragione allora?» Accostatolo dunque siccome per rispondere a lingua al rimprovero che si credeva diretto a occhi,—Ebbene? (gli disse) con quanto ingiusti denti avevi allora morso la signora Margherita.