Alpinolo, vedendolo stare soletto in bottega a tirar con pace il mantice, e con pace rivoltare un ferro nei carboni, non temendo scioperarlo, attaccò più lungo discorso con esso, e lamentate le miserie dei tempi, gli accennò che potrebbero anche mutarsi.

—Così fosse!» sospirava Malfiglioccio. «Vi so dire che non si guadagna neppur l'acqua da lavare le mani. Chi ha famiglia bisogna stia a stecchetto, e rosichi pan e pane: e la è bazza quando la festa possiamo fare il miglio in vino. Uh, a rispetto di tempo fa! di quando la buon'anima di mio padre era abbate della nostra maestranza! Che lavorare! che coccagna! I fiorini fioccavano a casa nostra. Qua un palvese, là una manopola, poi un frontale, poi schinieri: tre soprastanti e cinquanta garzoni noi si aveva a servigio, e avessero avuto cento braccia, per tutti v'era da lavorare accaniti notte e dì, che appena se avanzava tempo da mangiare un boccone strozzato. Ora tutto pace, tutt'acque morte; pare non si sentano più sangue nelle vene. Questi frati non sanno se non predicar pace. Cosa credono, che Domeneddio ci abbia fatto le braccia per tenerle spenzolone? Se la dura di questo piede, si può chiuder bottega e metter baracca di ferravecchio.

—Vi piacerebbe dunque che tornassero quei tempi?» domandava Alpinolo.

—Se mi piacerebbe! Darei la metà del poco che ho per vedere ancora una brava guerra. E ce n'ha di molti, sapete, in un Milano, ce n'ha di molti cui pizzicano le mani. E, viva Dio, la guerra a chi non piacerebbe? Là si vede quel che un uomo vale: si acquista onore, si acquistano stipendj; un po' si guadagna, un po' si ruba, e tutto il mondo ne ha».

Alpinolo, straccontento d'aver anche il voto degli artigiani,—Ebbene (soggiungeva) state di buon cuore: il rimedio non è lontano. Mettete ordine ai ferri del vostro mestiere, che avrete a lavorare di buon polso: ve lo prometto.

—Sì? davvero? (insisteva l'armajuolo). Bene! Il mio negozio godette sempre credito assai, e non v'è arma colla lupa che regga al paragone delle mie. E quanto ai prezzi, cortesia con tutti, e più con voi che siete degli avventori».

Indi salutando Alpinolo che partiva, e ripetendogli,—Mi raccomando», gli faceva di berretta, poi mettevasi a sportello colle mani in mano a disapprovare le novità, e masticarsi le speranze.

Non mi sarei arrischiato di degradare la dignità della storia con queste trivialità, se fossero state per Alpinolo nulla più di quel che siano per la maggior parte un mezzo di incantare la noja che strascinano da un conoscente all'altro. Per esso al contrario erano un interrogare il pubblico voto; erano nuovi fili di speranze, dietro ai quali più sempre certo si rendeva che la cospirazione esistesse, che stava per sovvertirsi da capo a fondo lo Stato.

Nei quali sogni pensate come egli mescolasse le affezioni sue private! Abbatter quel giudice e surrogargli quell'altro: a quel podestà tutto Visconti serbare la fine di Beno dei Gozzadini, cioè trascinarlo per la città, poi buttarlo nel canale; Luchino, quel maledetto Luchino, metterlo a brani, e al posto suo collocare (già ve lo immaginate) collocare il Pusterla e quell'angelo della Margherita. Allora, giustizia in ogni cosa; non più tributi, non più impacci; allora i buoni in alto e i malvagi sotto; allora… Che bei tempi! che viver d'oro! quante nuove glorie! quanta universale felicità!

Caldo, briaco di questi pensieri, e già parendogli trovarsi al fatto, Alpinolo entrò nel Broletto Nuovo, quello che oggi chiamiamo Piazza dei Mercanti. Credo che molti al pari di me si saranno fermati delle mezz'ore a contemplare, in quel grandioso edifizio, la mescolanza degli stili, e a leggere disegnata in essi la storia delle arti e delle variate dominazioni di questa città. Siffatta mescolanza per altro non si vedeva quando Alpinolo vi capitò.