UN'IMPRUDENZA.

Quell'adunanza erasi tenuta la sera del 18 giugno 1340: e i più dei convenuti, col dormirvi sopra, ne avranno dimenticato i discorsi; probabimente gli avrà dimenticati lo stesso Pusterla.

Ma bollivano per entro la fantasia del giovane Alpinolo, il quale, a forza di rimestarli, e volgerli, e interpretarli, vi diede corpo; dove non erano che parole, immaginò fatti: le minacce scambiò per disegni, i desideri per macchinazioni; e da una parte coll'impeto a lui naturale, dall'altra colla insana passione di certi pari suoi di tenersi alcunchè qualvolta si trovino avviluppati in qualche caso di criminale, si credette depositario del segreto di una trama, la quale potesse, a vedere e non vedere, dare il tracollo ai presenti tiranni—Certo (egli ragionava tra sè e sè) il Pusterla intendeva più che non sonassero le parole. Un uomo di quella levatura vorrebbe nodrire speranze e passare a minacce quando non si sentisse le spalle al muro? A me non apersero tutta la cosa, e in ciò li lodo. Qual merito ho io per entrare a parte di trattati, ove ne va la sorte di tutta la Lombardia? Ma lascia fare; saprò ben io mostrare quel che vaglio: saprò ben io fare acquisto di loro confidenza col guadagnare un mondo di proseliti a causa così santa».

Per tale argomento, fu coi suoi più fidati amici, con quelli di più nerbo e di più cuore, e che in particolare si mostravano sviscerati della libertà, famelici di cose nuove, invogliati di menar le mani, e gl'infervorò, ed ingegnossi di diffondere la sua fanatica persuasione, facendo intendere che si tenessero per avvertiti, che il cielo si caricava, che il tumore stava per venire a capo. Alcuni l'ascoltarono cupidi e volentieri, perchè v'è un gran numero, non meno allora d'adesso, ai quali ogni cambiamento, ogni soqquadro suona fortuna o miglioramento; altri si stringevano nelle spalle dicendo,—Se saranno rose fioriranno». Vi fu chi lo trattò da delirante o millantatore, quasi o sognasse, o volesse farsi tenere un pezzo grosso; e costoro riuscivano i più funesti; giacchè, piccato dall'incredulità o dall'insulto, smaniavasi a due braccia per acquistar fede alle sue parole; e tra il fervore della sua disputa, lasciavasi uscire il nome del Pusterla e degli Aliprandi e del signor Galeazzino e di Bernabò, e del terzo e del quarto, che parte ci avevano mano, parte, al modo suo di ragionare, doveano avervela indubbiamente. Così il secreto suo, secreto d'un affare che era, si può dire, tutto nella sua immaginativa, divenne il segreto di molti giovinotti di poco cervello e di molta lingua, che lo propagarono ciascuno nel circolo de' suoi amici: sempre, come avviene al passar di bocca in bocca, dando per assoluto il probabile, per certo l'accennato; e ciascuno, per dimenticanza, per vanità, per millanteria aggiungendovi qualche cosa del suo.

Ad Alpinolo poi bastava che uno gli gettasse gli occhi addosso per comprendere come un vivo pensiero l'agitava dentro. Che, a furia di ripetere una falsità, alcuno finisca a persuaderla a sè stesso, non è osservazione nuova. D'altra parte Alpinolo, se la congiura non v'era, egli stesso l'aveva fatta davvero; aveva parlottato, aveva concertato tutto un dì, e col discorrerne rinfocata la passione e la persuasione, aveva ai suoi amici stretta la mano in segno di dire:—Ci rivedremo; faremo; diremo»; con alcuni avea giurato odio ai Visconti e morte ai tiranni, per Dio, per la sua porzione di paradiso; aveva forbito le armi sue, calcolato su quelle degli amici, sulle più che stavano nelle botteghe.

Galvano Fiamma, allora professore di teologia nei Domenicani a Sant'Eustorgio, poi capellano e cancelliere di Giovanni Visconti, nella sua Storia Milanese ci lasciò memoria come qui si contassero ben cento fabbriche d'armi, oltre i lavorieri subalterni di ferrareccia; in cui si occupavano da diecimila persone; se ne facevano, soggiunge egli, di lustranti come specchi, le quali spedivansi fino a' Tartari e Saracini. Per potere esser meglio sopravvegliate dai loro abbati e consoli, e da chi doveva far osservare le minute prammatiche, credute necessario al buon andamento, le varie arti stavano distribuite in appositi quartieri, come accennano i nomi tuttora conservati alle vie degli Orefici, dei Mercanti d'Oro, dei Fustagnari: e in quelle che oggi pure diciamo degli Armorari, degli Spadari, degli Speronari, aprivano le botteghe e le fucine tutti gli armajuoli.

Su e giù per queste vie, non vi saprei contare quante volte passeggiasse, o dirò più giusto, camminasse Alpinolo, occhieggiando per entro, e facendo il computo di quanti uomini se ne potrebbero guarnire. Da per tutto era un picchiar di martelli, uno stridere di lime, un soffiar di mantici, un cigolare di mole d'arrotini, un friggere di ferri roventi tuffati nell'acqua o nell'olio; e fra ciò un bociar di padroni, un fischiare e canticchiar degli opranti; suono che ad Alpinolo facea miglior sentire, che non l'accordo di scelta orchestra ad una fanciulla di quindici anni, condotta la prima volta ad un festino. Al vedere poi dentro e di fuori appiccate agli arpioni alla rinfusa, o disposte a guisa di trofei, ronche, partigiane, daghe, stocchi, palosci, balestre, spadoni a due mani, zagaglie, corazze di lamina, di maglie, di squame, buffe, morioni, e scudi rotondi, a cuore, a doccia, di frassino, di cuojo, di metallo, ne veniva al giovane un sollucheramento, quale ad un avaro in contemplando mucchi di zecchini in bisca; o più innocentemente ad un letterato, allorchè traversa per una via dove siano libri di qua, libri di là e in fantasia li compra, li legge, li studia, li adopera per far altri libri e immortalarsi.

In alcune di quelle ferrarie entrava Alpinolo, e domandava quanto potesse comprarsi un petto, quanto una cervelliera, quanto valesse un uomo arnesato a piastra e maglia dal cimiero agli sproni: non comprava nulla, ma lasciava intendere così in nube, che potrebbero venir a taglio e presto. I fabbri l'ascoltavano e rispondevano:—Magari! Già noi braccianti, che cosa si desidera? non già che ci diano i quattrini a ufo, ma che ce li facciano guadagnare»; nè interrompevano il lavorìo per la ciarla.

Singolarmente sulla cantonata degli Spadari, per voltare dove allora era l'unico forno del pan bianco, famoso sotto il nome di prestiti della Rosa, e dove stette fino ai dì nostri un'effigie di sant'Ambrogio, cui toccò, tempo fa, di andare prigione per aver voluto fare un miracolo che ai Giacobini non garbava, stava casa e bottega un tale Malfiglioccio della Cochirola, il cui padre lavorando s'era acquistato assai credito e dei buoni denari. Il Malfiglioccio subentratogli, argomentando che, se il padre suo avea fatto bene, anche egli dovea continuare sulle orme di esso senza scattare d'un pelo, si guardò bene dal voler ammettere nella sua fucina nessuno dei miglioramenti che, secondo va il tempo e la pratica, aveano gli altri introdotto; anzi li derideva come novità, bizzarrie della moda, che domani cascherebbero.

—Sempre s'è fatto così (diceva) e di ragione la sapevano più lunga i padri nostri, i quali tornavano già di scuola quando codesti guastamestieri non vi andavano ancora». Che ne avvenne? il solito effetto. Le sue pratiche si sviarono, e mentre cresceva il da fare agli altri, a lui non capitava più che da raccomodare qualche vecchia armadura di qualche ambrosiano tagliato all'antica, e delle antiche usanze tenace.