Finalmente la corda le rasentò la persona, onde la Rosalia, sicura omai di poterla tenere, lasciò il ramo per ghermirla.
Ahi lassa! non appena sciolse la mano, l'acqua respinse la barchetta; la fune tutta molle le sguisciò fra le mani, che intormentite non avevano forza di fermarla; essa vide un'altra volta fuggir la riva; vide le persone che dall'alto del sasso la stavano additando, compiangendo, gridando accorr'uomo. Protese le braccia esclamando—Ajuto»; sollevò verso di loro il suo bambino; li commosse a tenerezza, ma essi più non sapeano via di soccorrerla; il fiume già l'aveva tratta lontano, già la portava impetuoso.
L'ultima occhiata che la Rosalia volse al lido, le mostrò un pio sacerdote, che, a vederlo, pareva le gridasse a gran voce la formola dell'assoluzione dei peccati, alzando la destra in atto di benedirla: mentre tutti i circostanti, piegate le ginocchia, oravano per lei, come si ora per l'uomo in agonia.
Essa ricoricò il suo bambino, poi lasciossi in abbandono cader sul fondo del perduto barchetto. Fra tanti e sì variati patimenti, fra il digiuno, fra la nausea, fra la speranza tante volte nata e tante sparita, solo l'amor materno l'aveva tenuta in vita; ora prevaleva l'ambascia; le si offuscarono gli occhi, più non vide, più non udì…
Possa il suo pensiero in quegli ultimi istanti essersi affratellato a quel dei fedeli, pietosamente preganti in sulla riva, per domandare con essi dal Cielo quel rimedio, che più dalla terra non poteva aspettare!
CAPITOLO VIII.
I DISASTRI.
L'uccisore di Rosalia frattanto, guadagnata la riva, traversò le rovine di Lecco, monumento di vendetta pubblica: rivide la macchia, fra cui esso aveva concepito la vendetta privata, che ora tornava d'aver compiuta; entrò nella rôcca, nella camera sua, e respirando come persona giunta al termine di un difficile cammino, buttandosi sui letto esclamò:—Alla fine son contento.»
Ma contentezza non segue al delitto, neppure in chi vi ha fatto il callo: le gioje che esso procura sono tempestose, come l'inferno da cui procedono. Quelle coltri, quel materasso riuscivano ispidi, pesanti per Ramengo; voltavasi, contorcevasi, volendo pure a sè medesimo simulare tranquillità, chiudeva gli occhi, si provava di dormire, ma rivenendo in sè, trovavasi averli spalancati, fisi, incantati sopra i fantasmi che l'immaginazione gli presentava. Non erano fantasmi di paura, ma quei della donna sua, del figliuolo, delle loro ambasce; e lì immobili, confitti alla proda del suo letto, al capezzale, alla porta: sicchè non potendo stornarli, procurava mutar lo spavento in un'atroce dilettazione. Balzò di su la coltrice, salì sulla vedetta: e quivi fermi gli sguardi lampeggianti sopra il lago, col fosco crine spartito sulle due tempia convulse, il pugno sopra la spada, l'altra mano aggrappata ad un merlo, si sarebbe detto una statua posta colà ad ornamento o a spauracchio. Tentennò poi risolutamente il capo, e proferì:—Sei là! là in mezzo. Maledetta! perchè non dura eterna questa notte? perchè non può colei sentir in essa tanti affanni, quanti da due mesi a me ne ha fatti soffrire!»
Poi mirò farsi bujo verso tramontana, e un nebbione, quasi densa fumea di fornace, avanzarsi radendo il lago: previde la burrasca, e ne tripudiò: tripudiò quando la vide scoppiare: ogni groppo di vento che rompesse, ogni fulmine che cascasse, egli trasaliva d'infernale piacere, nella frenesia della rabbia figurandosi quel che ne patirebbe la donna. L'acquazzone tutto il lavava; gli strideva tra le chiome il vento;—e' non lo sentiva; non sentiva altro che l'ardore della vendetta.