Il Malcolzato non rispose che facendo spalluccie. Ed Alpinolo imperversando e bestemmiando, corse alle scuderie, saltò sul cavallo più corridore, e lanciollo a tutta briglia per correre dove potesse immaginare che i Pusterla si fossero condotti; e l'ultima parola che ne intese il Malcolzato fu:—Maledetto Luchino e chi fa per lui!»
—E maledetto sia,» replicò egli guardando dietro al garzone, il quale se n'andava che nè anche il vento: poi, per incantare la noja del far la sentinella, sedutosi s'un muricciuolo daccanto alla porta, diede occhio alla serpe viscontea che era dipinta quivi sur uno stipite, e zufolando la guardò beffardamente. Già aveva mal sangue coi Visconti perchè gl'impedivano di esercitare liberamente le sue prepotenze; in quella casa era solito udir parlarne tutt'altro che col miele sulle labbra; ora, ispirato anche dalla sonora imprecazione di Alpinolo, così per celia raccolse un pezzo di carbone, e attorno a quell'arma disegnò, come sapeva, due pali ritti ed uno traverso, che dovevano significare una forca, dalla quale scendeva una soga che si attortigliava al collo del biscione. E guardando la sua fattura colla compiacenza onde Hayez può aver guardato la Giulietta o la Stuarda da lui create, sghignazzava, e ripeteva con una certa buffa intonazione:—Il biscione impiccato! impiccato il biscione! così vada il suo padrone».
Stava il tristo nella goffa estasi sua, quand'eccogli addosso il temporale. Perocchè all'ordine di Luchino, il connestabile Sfolcada Melik, con una grossa banda di quei mercenarj suoi compatriotti, che Luchino comprava per sua difesa perchè ignoravano il parlar nostro, non badavano alle scomuniche del papa, nè cedevano a lusinghe di novatori, mosse tosto per sorprendere in casa i gran ribelli. Allo scalpitare dei cavalli, al grave passo dei pedoni, uscivano dalle botteghe, facevansi alle finestre le persone;—Che è? Che non è?—È Sfolcada Melik, che Dio ce ne scampi!—Dove vanno? perchè vanno?—Guarda, guarda, hanno seco picconi, arieti, scale. Che vadano a pigliare una fortezza?»
I più quieti lavoratori si accontentavano di guardar dietro alla truppa, stando a sportello o sui balconi; altri, come facchini, carbonari, macellaj, correvanle dietro, e domandavansi un l'altro dove andassero, e nessuno sapeva soddisfarne la curiosità. Vedendoli drizzarsi alla Balla: —E che si che vanno a far la festa al signor Barnabo? o al bel Galeazzino? Già, dà ombra a Luchino—già ne è geloso».
Ma la sbirraglia volta.—Sta a vedere! si fermano al vicolo Pusterla;—appoggiano le scale al verone.—Vedi ve' colui come s'arrampica! e' par tutto un orso!—Come?—Chi?—I Pusterla?—O Madonna di San Celso! Son miei protettori. Scappa, scappa, che non mi credano del loro partito».
E i più scappavano: il che chiamasi prudenza; gli altri stavano a guardare, ma nella rispettosa distanza in cui li tenevano le labarde dei soldati di Sfolcada Melik: parte dei quali dava da qui l'assalto alla porta, alle finestre, fino al tetto; un'altra, alla guida di uno, che la buffa calata sul viso impediva di conoscere, svoltò nella via dei signori Piatti, e arrivò addosso a Franzino Malcolzato, intento a quel giuoco che dicemmo.
—Una forca! impiccato il biscione! minacciata la forca ai Visconti! Ecco: fin ai servi sono nell'intelligenza!» Così diceva alcuno, forbottando e legando il Malcolzato, a cui una sbarra cacciata in bocca impediva di gridare, come le corde gl'impedivano di rispondere ai molti pugni, onde valorosamente il percotevano i Tedeschi.
Per quell'usciuolo intanto, e giù per le finestre e dal tetto erasi versata nel palazzo la piena assalitrice, prendendo i pochi servi trovati; poi si diffuse per le stanze come assaltasse un castello nemico, cercando i gran malfattori, e tra via facendo profitto per sè col cambiar di padrone al buono e al bello che capitasse sotto le mani.
Ma innanzi a tutti davasi da fare quel tale dalla visiera calata, e che, mostrandosi pratico della casa, con vera passione frugava le camere, e pareva scontento a mano a mano che, entrando in una, la trovava deserta, od occupata da tutt'altri che da quelli che cercava. Quando in una galleria vide Venturino, il bel fanciullo della Margherita, che infantilmente trescava con uno sparviero, senza udire o temere il fracassìo che attorno al palazzo succedeva. Col labbro tremante nel più amaro sogghigno, si avventò contro lui quel malvagio, il ghermì, lo fissò quasi volesse sbranarlo cogli occhi; e mentre il meschinello strillava a tutta gola, e chiamava il babbo, la mamma sua, egli lo serrava ferocemente contro al petto, e gli chiedeva con istanza,—Dov'è tua madre?» Ma poichè egli non rispondeva se non con urli e lacrime, esso lo minacciava, il percoteva, e senza un istante abbandonarlo, continuava le indagini per ogni camera, per ogni ripostiglio più secreto. Che se non poteva trovare nè il Pusterla, nè la Margherita, raccoglieva però le armi, le valigie disposte, tutto ciò che potesse attestare o la presenza di Franciscolo in Milano, o i preparativi di una rivolta: singolarmente fu lieto al trovare la lettera che Matteo Visconti, per mezzo del Pusterla, avea da Verona inviata ai suoi fratelli. Fatti poscia incatenare i servi, già s'accingeva a partire non del tutto soddisfatto, quando, nel metter il piede sul ponte levatojo, vede affacciarsi la Margherita.
Nella carestia che allora dominava, molte donne, per vera fame, aveano fatto getto della loro onestà. Là verso Sant'Eufemia abitava una famigliuola, ridotta a tale necessità, che i genitori diedero ascolto alle sozze sollecitazioni di un ricco, promettendo alle voglie di esso una loro figliuola, purchè egli provvedesse ai loro bisogni. La fanciulla, allevata nelle massime dell'onestà e nel timor di Dio, non reggeva all'idea desolante d'un amore senza virtù e senza avvenire; supplicava il cavaliero, supplicava i parenti; ma quello al mal talento, questi alla fame più volentieri porgevano orecchio. Ridotta alle strette, la zitella ricorse alla Margherita, e non fu invano, che i soccorsi di lei risparmiarono un delitto. Ora, sopraggiunta a lei l'inaspettata partenza, volle dapprima compire l'opera sua, e sebbene affaccendata nell'allestirsi al viaggio, trovò un momento da correre a casa della meschina, nell'ora che sapea d'incontrarvi il nobil uomo. E quivi, non dandosi per intesa degli indegni patti ond'egli entrava colà, tolse a lodarlo della carità usata con quella gente; gli espose come ella avesse trovato un marito alla fanciulla, un onesto cardatore di pannilani, e che domani si farebbero le promesse; talchè egli era in tempo a mostrare la sua generosità.