—È lui: è Omobono: entra: tu devi essere lavato come un….

Interruppe il paragone al vedere, invece del somaro, un puledro che ansava e fumava, e invece del figliuolo ch'ella aspettava, uno sconosciuto; però men dispiacente che maravigliata, con rusticale cortesia l'invitò ad entrare. Entrò di fatto Ramengo in una cucina bassa, tuffata, fumicosa, col pavimento di terra battuta e disuguale; nel mezzo quattro sassi fermavano il focolare, dove ardeva una fiammetta, e sebbene fosse appena di settembre, la famiglia stava a godersela come di gennajo, mentre recitava il rosario. La vampa che se ne diffondeva mostrava gli utensili più necessari a preparare i cibi grossolani; la madia, una cassapanca, un par di scannelli; poi appiccati agli arpioni, alle rastrelliere, nasse, fiocine, bertovelli, lenze, e insieme vagli e sacchi d'un bianco polveroso come il vestire di quegli abitatori.

Al comparire dell'ignoto, un ragazzo ed un vecchio si levarono da sedere; Ramengo senza tampoco salutarli si fece al fuoco, dicendo:—Che tempo del diavolo! Ho dovuto ritirarmi qua entro per non annegare.»

Il vecchio, riponendo la coroncina e racchetando il cagnuolo, soggiungeva:—Se vossignoria si contenta di ciò che v'è, è a suo piacere.»

Egli, accomodandosi al fuoco, donde quelli con rispettosa cordialità s'erano ritirati,—Sopratutto (disse) vorrei riparato bene il mio cavallo.

—Oh per questo (replicò il sere di casa) vossignoria non si dia pena: ci abbiamo uno stallino pel nostro giumento, con riverenza parlando, e dove i bardotti stabbiano qualche volta i rozzi che tirano l'alzaia. Vi troverà anche la compagnia di un puledro, che le so dire vale il suo. Ehi! Dondino, va a riporlo.»

—Un altro puledro? (chiese sbadatamente Ramengo) e di chi? Vostro?

—Mi corbella, signoria? nostra una bestia di quella fatta? È d'un cavaliere nostro amico.

—Un cavaliere vostro amico? (ripetè Ramengo con un certo sogghigno beffardo). E come si chiama?

—Si chiama… Oh vossignoria deve conoscerlo… è tanto nominato! Si chiama il signor Alpinolo».