— E poi? soggiunsero i parenti.
— E poi, e poi, sarà quel che sarà. Quante paure! Quando vado a fin di bene, mi sento un cuor di leone.
— Ma! fa quel che il Signore t'inspira.
In quanto si dice un amen, egli levò il cappello disotto una seggiola; tolse di dietro l'uscio un saporito randello, non senza cacciare, per ogni buon fine, nel taschino dei calzoni un buon coltellaccio da serrare, poichè del coltello e del rosario non andava mai sprovvisto un galantuomo di quei tempi. E mentre la madre, fattasi sulla porta, e vedendo volentieri infatti quel coraggio che dianzi aveva con parole disapprovato, gli augurava che il Signore gli tenesse la sua santa mano in capo, egli si metteva la via tra le gambe allegramente.
Passò avanti al tabernacolo d'Imbevera, dove, men rozzamente dell'ordinario, stava dipinto a guazzo l'immagine di Colei che, madre di Dio e nostra, ci inspira confidenza di volgerci, colla sua intercessione, ad esporre al Signore i nostri bisogni. Era effigiata in atto di schiacciare il serpente: di sopra si leggevano le parole della Genesi Conteram caput tuum[1]; sugli stipiti erano foggiati due nastri azzurri, che sorreggevano stinchi da morto incrociati; al piede un ceppo riceveva il soldo che vi offeriva in limosina il viandante o devoto o pauroso.
E devoto o pauroso, non era chi le passasse dinanzi senza far di cappello, e ripetere almeno tre volte la salutazione angelica. Singolarmente i contadini del contorno l'avevano in gran venerazione, ricordando una quantità di miracoli, come essi li chiamavano, impetrati per mezzo di essa, e dei quali rendevano testimonianza grucce, bende, cenci che spenzolavano, bizzarro ornamento, attorno all'effigie invocata. Le vecchie poi sapevano che, per virtù di questa, erano impedite le streghe dal congregarsi, come a loro memoria facevano, la notte d'ogni sabato a celebrare su per quei noci la tregenda. Le fanciulle venivano ad esporvi una preghiera, il cui oggetto non ardivano confessare e spiegare a sè stesse; gli uomini vi facevano l'invocazione che a ciascuno dettava il proprio momentaneo interesse: talchè spesso nel medesimo istante vi si trovavano inginocchiati un contadino ad implorare la pioggia ed un viaggiatore il bel tempo, nè l'uno nè l'altro ricordandosi di quel precetto, Chiedete il regno de' cieli, il resto verrà in aggiunta.
Cipriano, in men tempo che noi ne consumammo a descriverla, recitò al tabernacolo la sua preghiera di cuore, offrì un soldo pei poveri morti, e tirò innanzi cantacchiando.
Non erano molti anni che colà era stata dipinta quella immagine, e l'origine di essa si congiunge alla storia dei signori che qui sopra trovammo intesi alla caccia pel bosco: storia di sangue e di atrocità, come sono troppe fra le avventure ricordate di quei tempi.
Le inimicizie tra i signori Isacchi di Barzago e i conti Sirtori di Sirtori, de' quali era il nominato don Alessandro, rimontavano sino ai tempi quando sul suolo d'Italia, destinato a bevere il sangue di tutte le nazioni, versavano il loro Spagnuoli e Francesi per disputarsi il possesso della Lombardia, ceduta dai suoi antichi padroni o piuttosto a loro rapita. I nobili lombardi parteggiavano chi per questi chi per quelli; secondo pareva loro che la lontananza dei primi o le promesse dei secondi, sempre larghe e sempre bugiarde, meglio potessero salvare l'indipendenza del paese, la quale trovavasi in gran punto, e di cui queste fraterne dissensioni non fecero che accelerare la ruina.
Allora le gare mandarono a fascio ogni sociale armonia; tornò il diritto della forza, e ciascun potente mascherandosi col nome d'una fazione, e così dichiarando guerra e sostenendola a visiera alzata, esercitava gli odii e le vendette private. Qualche volta al castello d'un barone presentavasi un araldo, ed affiggeva alla porta un cartello che diceva: — Io tale de' tali, da oggi innanzi sarò tuo nemico a morte, e nocerò il più che mi sarà possibile a te, ai sudditi, agli attenenti tuoi, nella persona e nell'avere. Talvolta chi riceveva tali disfide o chi le mandava era una corporazione, una comunità: e da quel punto credevasi legittimata qualunque scelleratezza, come in guerra rotta.