Gli Isacchi stavano coi Francesi, mentre i Sirtori favorivano gli Imperiali, e più volte si erano recati gravi danni, od almeno ne avevano recato agli innocenti terrieri, che, destino antico, scontavano coi propri guai i delirii dei padroni. Ma quelli di Barzago, fiancheggiati da una più grossa fazione, prevalevano nelle parti di Brianza; e don Giberto avo che fu del feudatario presente, a capo di forte banda teneva in soggezione gli avversari e in danno e sgomento tutti.

Però alla fine gli Spagnuoli prevalsero: il paese fu sgombro dai Francesi, e i loro fautori rimasero sbattuti, quanto rizzarono il capo gli altri. A governo della Lombardia fu destinato il duca d'Alba, severo, inflessibile, che senza guardar più in fronte a nobili che a plebei, faceva pagare col sangue ogni violazione degli ordini suoi. E che tale dovesse riuscire lo mostrò da' bei primi giorni del suo reggimento, quando non avendogli un gentiluomo milanese fatto di berretta mentre cavalcava per la trionfata città, egli senz'altro lo mandò a morte. Il Sirtori, cieco per furor di parte e per sete di vendetta, si giovò dell'opportunità per dipingere don Giberto come ostinato ribelle, e senza molta fatica ottenne dal governatore uno di quei decreti eccessivi, soliti emanarsi nell'ebbrezza dei trionfi, col quale si bandiva la taglia di dugento scudi d'oro sul capo di don Giberto.

Questi, che mai non aveva dimesso le armi, e conservavasi a capo d'un pugno di bravacci risoluti, quando intese la sentenza, sorrise, e battendo la mano sulla fondina delle pistole, esclamò: — Chi mi vorrà morto avrà a fare con queste.

Calcolava egli sulla forza aperta, non sul tradimento. La tentazione della taglia vinse uno tra i suoi affidati, che lo scannò, ed ottenne l'oro ed il disprezzo, — mercede perpetua dei traditori.

Il capo reciso dell'Isacchi, chiuso in gabbia di ferro, venne sospeso ad una pianta lungo la via che fendeva il bosco, dal quale soleva egli sbucare alla devastazione, all'incesto, all'assassinio, acciocchè ivi rimanesse a perpetuo spavento.

L'infamia e la pena de' genitori, secondo la giustizia d'allora, ricadevano anche sui figliuoli e sui parenti: onde non occorre vi dica quanto la famiglia Isacchi restasse di tanto oltraggio irritata. Ogni colpa, nè a torto, veniva attribuita al Sirtori, e il desiderio di vendetta con questo esacerbava le antiche inimicizie, quanto più era represso dallo stato politico d'allora. Poichè il duca governatore aveva bandito che cessasse ogni dissensione tra famiglie e famiglie, nè i privati esercitassero più la cieca ragione di guerra, che si erano usurpata fra i passati scompigli. Costretti dunque a ricorrere alle vie legali, gli Isacchi umiliarono alla corte di Madrid le discolpe di don Giberto.

Qualche valente appoggio e l'essere morto il duca di Alba fecero trovare colà ascolto favorevole ai loro richiami, e dopo cinque anni arrivò uno spaccio, che dichiarando innocente don Giberto, cassava il bando contro lui pronunziato. Gli Isacchi dovettero allora rinnovare le rimostranze alla corte facendole conoscere come l'assolto fosse già stato ucciso. E la corte, dopo non so quanti mesi, rescrisse che il padre era stato male ammazzato, riabilitò il figliuolo di esso ai titoli ed agli onori di prima, e gli rese i beni, che come roba di rubello, erano stati condannati a rimanere incolti; altro dei mezzi onde quel governo faceva prosperare l'agricoltura e crescere il buonmercato.

La testa dell'ucciso fu dunque levata di colà; e nel luogo dov'era stata sospesa, il figliuolo di lui, in memoria ed in espiazione, fece erigere un tabernacolo; il tabernacolo appunto d'Imbevera. Quella depravata religione, che pretesseva alle scelleratezze il nome di Dio, anche nella scelta dell'effigie da rappresentarsi fece all'Isacchi preferire quella che alla sua idea ricordava una vendetta; cioè la più pura delle donne che schiaccia il capo dell'antico avversario, col motto della Genesi sopra accennato che sonasse, non la promessa del riscatto, ma una minaccia di sangue.

Imperocchè, sebbene astretto a rodere il freno, l'Isacchi era ben lontano dall'avere dimentica la ingiuria del nemico. Avvezzo in quegli anni a vedere, secondo la sorte delle battaglie e gl'intrighi dei gabinetti, succedersi governi a governi, sperò lunga pezza che altri padroni caccerebbero questi, e tornerebbe il tempo d'esercitare micidiali rappresaglie a suon di trombe e a vessilli spiegati, il che fra i cristiani chiamavasi vendicarsi nobilmente.

Ma gli Spagnuoli si erano qui seduti per non levarsi che dopo un secolo e mezzo, e conservavano un ordine, qualunque si fosse. All'Isacchi parve allora più prudente consiglio l'amicarsi i nuovi dominatori, come ottenne col militare sotto le bandiere degli Spagnuoli, quando coi torrenti di sangue procuravano spegnere nelle Fiandre le dissensioni religiose, ed al contrario vi fecondavano il germoglio della libertà. Giovandosi poi delle strettezze di quel governo, che padrone delle miniere americane, pativa continua necessità di denaro, comperò in feudo per cinquantamila ducati il comune di Barzago, dove erano le sue possessioni avite, col diritto d'imporre tasse, imprigionare, torturare, appiccare, e tutto quello che chiamasi far giustizia.