E poichè la minacciosa fiacchezza delle leggi di allora lasciava il modo di sostituire alle spade i pugnali, al clamoroso attacco le insidie, alle sfide il veleno, colse egli ogni occasione di nuocere ai signori di Sirtori, e quanto gli bastò la vita, gravi danni ad essi recò; non però tanti che satollassero l'odio e la rabbia mortale che loro portava.

Trasmise adunque l'omicida voglia al figliuol suo Alfonso. Non appena fu questi tornato dalla corte di Madrid, ove l'educazione ricevuta in uno dei più rinomati collegi gesuitici aveva perfezionata vivendo secondo il costume dei nobili, come paggio fra gli ozii orgogliosi e dissoluti delle anticamere, e coll'esempio di quei cupi, inesorabili, devoti monarchi, suo padre lo tratteneva sovente col racconto di quel fatto, gli mostrava il teschio dell'ucciso, che con irosa venerazione serbava nella propria camera; e massimamente ogniqualvolta avvenisse loro di trovarsi nel bosco d'Imbevera, più al vivo dipingendogli quell'atrocità, gl'inculcava il sacro dovere che l'onore impone ai nobili di vendicare i parenti; più volte avevano insieme ruminato il modo di ridurlo ad effetto, e quanto sarebbe decoroso alla casa e a loro di consumare la vendetta colà appunto ove sorgeva il monumento dell'oltraggio.

Venuto poi in caso di morte, il padre chiamò a sè don Alfonso, e togliendosi di collo un medaglione d'oro su cui era improntata la madonna, — Vedi tu (gli disse) questa santa effigie? La portava di continuo in petto la buona memoria di don Giberto mio padre. Pensa se la serbai preziosa! Ed ora, sul punto di abbandonarla colla vita, a te la lascio, Alfonso mio; ma con essa ti lascio un dovere sacrosanto, di vendicare colui al quale dapprima appartenne. Di quante inimicizie esercitò la nostra famiglia, sempre, grazie a Dio, n'è uscita con onore, nè alcuno si potè mai vantare d'averle usato un sopruso che non ne patisse il centuplo di danno. Tu non degenerare dai padri tuoi; ma serba intatta questa gloria, figliuol mio. Poss'io morire consolato di tale fiducia?

Quando il figliuolo tra i singhiozzi glielo ebbe promesso, tutto egli rasserenossi, e poco dopo spirò.

Lui sventurato se migliori sentimenti non concepì avanti di presentarsi al giudizio, ove i debiti nostri saranno rimessi secondo gli avremo rimessi noi ai nostri offensori!

Nel giovinetto Alfonso rimasero pertanto associate le idee di religione e di vendetta, l'effigie della Madre della misericordia, le sacre parole, gli affettuosi ricordi di un agonizzante, colla promessa d'un assassinio. Se tanto ancora non fosse bastato, rinasprì le ire il matrimonio che il signor Sirtori, padre di don Alessandro, strinse con una ricca dama dei conti Perego, sulla quale, o, a dir meglio, sulle ricchezze, sui titoli, sulle parentele della quale aveva messo gli occhi don Alfonso.

Per questa rivalità stavano l'uno in sospetto dell'altro, nè andavano in volta per Milano se non con buona scorta d'amici e un codazzo di bravi.

Accadde (e fu il giorno della Pentecoste) che don Alfonso, con una dozzina de' suoi appoggiati, entrò in Duomo, nel mentre quel Carlo Borromeo che operò ogni poter suo per sostituire in mano dei nostri patrizii il rosario alla spada, faceva un'omelia sopra quel testo, Se alcuno ti percuote la guancia destra, e tu porgigli anche la sinistra. L'Isacchi, avanzatosi in mezzo alla devota ciurmaglia, che gli dava il passo, si fermò accanto ai panconi, su cui stava seduto il Sirtori cogli aderenti suoi. Questi e quelli cominciarono, come si dice, a rizzar il pelo e guardarsi a squarciasacco: uno fra' seguaci dell'Isacchi, fosse caso o prurigine d'aizzare, striscia col gomito e scompone il collare al più vicino fra quegli altri: costui si rivolta con un mal piglio; con un peggiore lo fissa l'altro: comincia un brontolar sordo, fra il quale una voce abbastanza chiara proruppe: — Qui c'è alcuno che vuol farsi mettere in gabbia.

Voleva secondo l'espressione del nostro volgo, indicare in prigione: ma quella parola gabbia ravvivò in don Alfonso l'idea del supplizio dell'avo, gli sonò come un insulto insieme e come una minaccia; la credette senz'altro proferita dal Sirtori.

In quell'impeto, dimentico del dove si trovasse, caccia mano allo stocco; i suoi l'imitano: nè gli avversari dormono, ma balzati in piedi, avvoltolate al braccio le cappe, sguainati i ferri, rizzate le panche a modo di barricata, di qua e di là si comincia a far sangue: — a far sangue in chiesa! mentre si spiegava il Vangelo! E l'affare diveniva serio di più in più, se il governatore duca d'Albuquerque, ivi presente, non fosse accorso cogli alabardieri a por fine alla sacrilega zuffa, ed intimare a don Alfonso che uscisse dalla chiesa.