Al domani i cacciatori di novità lessero affissa sui cantoni di Milano una grida, nella quale si diceva qualmente insoffribile era divenuta l'irreverentia d'alchune persone etiam qualificate, che portando l'abominatione nella casa del Signore, non altrimenti che nelle pubbliche et più licentiose piazze, senza timore delle vendette divine, et quasi anzi avessero a godervi maggiore franchigia, ardivano cicalare, passeggiar in lungo ed in largo, amoreggiare, sollevar clamori et perfino metter mano alle armi. Di questi eccessi disgustata, l'eccellenza del duca governatore, intenta all'onor di Dio, et salue le giurisditioni del foro ecclesiastico, non che le pene prestabilite per la costituzione di N. S. Pio V. contro li profanatori delle chiese, ordina e vuole che nessuno da hoggi inante ardisca con parole licenziose, atti inhonesti, contentioni e risse turbare la devozione in tempo dei divini uffizi. Ed ai contravventori, sotto qualunque pretesto si mantellassero, vuole sia inflitta la pena di cinquanta scudi e cinque tratti di corda, et più allo arbitrio della medema Eccellenza sua.

Chi fa colpa a quel governo perchè, dopo buttate fuori spaventose gride, non curasse più che tanto di mandarle ad effetto, non avrebbe una riprova in cotesta; poichè in una cronaca trovo notato che dalle pene ivi minacciate fu poco di poi colpito un pizzicaruolo, perchè disturbò la devozione della gente affollata a sentir messa in Santo Stefano col correre tra quella a cercare ansiosamente un chirurgo affinchè tosto uscisse a medicare un fruttajuolo, il quale sul Verzajo, aveva tocche due coltellate da un macellaro.

Benchè da queste pene potesse don Alfonso tenersi sicuro pei riguardi dovuti ad un'illustre famiglia, come provocatore avrebbe potuto essere ricercato; laonde per cansare ogni disturbo, abbandonò la città e si ritrasse nel palazzotto di Barzago, ed ivi trovò opportuno fermare sua stanza. Si mise attorno una mano di bravacci, disposti a fare ogni suo cenno e peggio, e così indipendente esercitava le sue volontà. Nei primi giorni che fu uscito di Milano, invelenite le vecchie piaghe colla recente, scese dal castello nel bosco di sanguinose rimembranze, e venuto al tabernacolo d'Imbevera, vi si inginocchiò e fece una scellerata preghiera, ove prometteva alla Madonna, se, col patrocinio di essa arrivasse a sterminare la razza di colui per cui colpa gli fu l'avo trucidato, le innalzerebbe nel luogo medesimo un tempio sontuoso, ove d'ogni parte accorrerebbe gente a tributarle onori ed oblazioni.

Pochi anni dopo, il conte Sirtori morì giovane freschissimo, di una malattia così bisbetica che i medici di campagna la giudicarono causata da acquetta, sebbene quelli di città inclinassero piuttosto a crederla effetto di stregamento. Ancora in gramaglie era la vedova di lui, quando rivenendo, non so d'onde, alle sue terre in Sirtori pel cammino del bosco, coll'unico suo figlioletto, e sorpresa da un turbine, essendosi riparata sotto un gran noce che faceva ombrello al tabernacolo d'Imbevera, fu assalita da alcuni sicari, i quali uccisero i lettighieri suoi ed un servo che la scortava: un altro servo, col favore del bujo, riuscì a trafugare il fanciullo, che era appunto il nostro don Alessandro; la dama non fu trovata più nè viva nè morta. Fatto misterioso anche questo, non meno del precedente.

Era in quel tempo sindaco di Barzago un benedetto omicciuolo, che per le cento lire di suo stipendio credevasi in dovere di tutelare i diritti del comune fin contro del feudatario, e che, ignorante affatto del vivere del mondo, mai non si era avvezzo a quella che, e in quei tempi ed in altri, era la prima e somma delle virtù, cioè chiudere coi padroni un occhio, e se occorra tutt'e due, chinare il capo, e dire di sì. Costui, avendo osato commentare quell'avvenimento e soggiungere che la non gli pareva farina netta, la sera seguente si trovò appoggiato un fiacco di mazzate, non sapeva da chi; solo ricordava che gli avevano detto essere queste un tientamente per lui e per gli altri villani, di non frugare troppo nel sacco de' padroni.

Circostanza minuta, che però non volli lasciarla nella penna, affinchè i lettori miei abbiano occasione di comprendere a loro pro, come con una certa razza di gente, sia un torto l'aver ragione.

A don Alessandro, che poteva contare allora fra gli otto e i dieci anni, non restava che una confusa rimembranza di quel fatto; un temporale, un'aggressione, qualcuno che lo levò sotto il braccio, e turandogli la bocca, lo recò lontano, sotto un diluvio d'acqua, erano idee che gli soccorrevano alla rinfusa. Ricondotto poi a casa sua, si sovveniva gli erano state fatte molte interrogazioni, cui mal sapeva rispondere; e come tra quelle udiva sovente esclamare: Ah! non se ne può dubitare: ma è un cane troppo grosso.

Più oltre non lo ajutava la sua memoria, nè gli altri fatti per noi riferiti erano ad esso conosciuti. Perocchè, non avendo qui alcun prossimo parente, e d'altra parte bramando allontanarlo dal pericolo troppo vicino, lo chiamò presso di sè uno zio, monaco del più rinomato convento di Padova. Su quella Università fu messo a studio, dove gli avevano insegnato il latino, il greco, e far versi, e quelle altre istituzioni così importanti al viver bene. Egli le apprendeva e se ne faceva onore; poi, come fanno tutti, le disimparava via via che a qualche cosa nuova era applicato. Per altro in quell'educazione più sciolta egli acquistò idee meno servili: nessuno rammentandogliene, dimenticò le nimistà ereditarie in sua famiglia: il ricordo d'una grave sventura patita in fanciullezza, i soprusi che più d'una volta avea dovuti tollerare dai camerata, orgogliosi nella protezione de' nobili uomini di colà, avevano giovato a formargli, o, dirò più bene, a conservargli un animo, quale da bambini sortiamo, tutto aperto alla compassione per chi patisce, al dispetto per chi soperchia, a quei dolci sentimenti che non istrappa se non una lunga serie di torti, fattici — dirò dalla fortuna per non offendere gli uomini.

Non istà qui tutta la virtù, lo so; ma ne è gran parte e gran segno.

I tutori suoi, bramosi di ravviare al più presto la casa, lo richiamarono che appena finiva i vent'anni e gli avevano predisposta una moglie, nella cui scelta, sebbene avessero consultato tutt'altre convenienze che quelle che importano acciocchè due conjugi sieno un all'altro sostegno, consolazione, conforto; dovea però, per una vera fortuna, riuscire quel meglio che potesse desiderarsi, accoppiando ricchezze, beltà, squisito intendimento e quella soavità di carattere che tanto contribuisce alla felicità propria ed all'altrui.