E scaraventava in aria il cappello; e gli altri facevano il somigliante, gridando: — Viva la libertà, senza conoscere tampoco che cosa la si fosse, come è il solito della moltitudine, e sovente di quelli che guidano la moltitudine, benchè si diano a intendere di saperla tanto più lunga del povero Isidoro, e quel che è più, senza avere la probità, il disinteresse e le rette intenzioni di quel galantuomo di Brianzuolo.

A mezza l'erta incontrarono il convoglio. Il popolo si affollò intorno alla bara, quasi per accertarsi che veramente fosse morto, e vistolo proprio spacciato, se prima ne dissimulavano i veri delitti, ora ne mettevano fuori anche di falsi: que' timorati, che a dirne male mentr'era forte avrebber creduto offendere Dio, tiravano giù a refe doppio ora che Dio l'aveva raggiunto: quei che più lo avevano piaggiato potente, più sfoggiavano la bravura del vile insultandolo caduto; scene non nuove a chi si ricorda di vent'anni fa. I più dabbene gli recitavano dei suffragi; ed il signor vicario, ch'era pur dovuto accorrere se mai fosse bisogno del suo ministero, esclamava: — Intendete, figliuoli? imparate, Vidi impium super exaltatum et elevatum super cedros Libani: transivi, et ecce non erat[4].

Il popolo non capi niente; pure dissero con suffragio universale: — Ha ragione; questo si chiama un parlare! Già è un pezzo che la bolliva! L'ho sempre detto anche io che finirebbe così.

Ma la calca fattasi intorno ritardava don Alessandro, cui le ultime parole del moribondo avevano messo pensate di che cuore. L'ansietà d'un contadino, quando in agosto invocò un pezzo e un pezzo la pioggia sull'inaridita campagna, e che vede finalmente sorgere delle nubi, ma insieme farsi un tempaccio cupo, un cielo nero, con certi lampi lunghi, continui, certo brontolar sordo del tuono, onde tremante aspetta se sarà acqua che ristori o grandine che finisca di desolare, è uno scarso confronto con quella di don Alessandro. Si trattava di sapere se vivesse ancora una madre, cui tant'anni egli aveva pianta per morta; se quello dev'essere il giorno più bello di sua vita, o se andasse a discoprire chi sa qual tremendo arcano, che inconsolabilmente lo desolasse. Non cessava dunque di gridare: — Avanti, avanti, figliuoli.

E questi poggiavano verso Barzago, ingrossando più sempre come un torrente in suo cammino, perchè non le donne, non i vecchi, non i fanciulli rimasero in casa; e come, allorchè fu ucciso il lupo di cui tutti tremavano, tutti accorrono a vederlo, a toccarlo, così facevano là intorno una pressa, un sospingersi, un narrare, un minacciare. Giunti alla forca, la quale sorgeva non inoperosa, sulla spianata del castello, a furia la distrussero, perchè era costume (allora) de' sollevati d'abbattere ciò che loro dispiaceva del reggimento precedente, per dare al successivo la fatica di rifabbricarlo.

Nel castello era già prima entrato il guardacaccia cogli altri: ove raccoltisi intorno i famigli, annunziata la fine del padrone, e parte colle buone, parte colle brusche trattili dal suo parere, si accingeva a frugare la casa per trovare il denaro. Ben presto intende da prima un sordo mormorio lontano, poi alte grida farsi più e più vicine; infine i villani tutti che ormai giungevano alla cima urlando: — Evviva! al castello! abbasso le torri! viva noi, morte ai padroni.

Un popolo, non fosse che il popolo di Barzago, non fosse armato che di ciottoli e di bastoni, mette paura a musi troppo più bravi che i bravi di don Alfonso. I quali, trovandosi circondati, nè vedendo a che la cosa riuscirebbe, ma persuasi che l'audacia raddoppia gli uomini, levarono il ponte, calarono le saracinesche, poi, affacciati tra i merli, spianando i fucili, intimarono: — Indietro, marmaglia.

E la marmaglia, che non se l'era aspettato, dava indietro. Ma il Sirtori, che a cavallo soprastava alla turba, fattosi innanzi ed alzata contro i bravi la mano ignuda in segno di pace: — Quieti (diceva), quieti. Non fate male ad alcuno, e, parola di gentiluomo, neppure a voi non vi sarà fatto male. Potrete andare dove vi piace; vi pagherò i salari scaduti: ma deh! lasciatemi entrare costà. Il fu vostro padrone, guardate, morendo mi diede questa chiave, e m'ingiunse che io stesso aprissi il gabinetto dietro la sua camera, e che colà sta rinchiusa mia madre, la contessa Perego. Forse voi altri ne sapete. Deh! vogliate al più presto lasciarmi vederla, salvarla. Non chiedo altro: non vi chiamerete certo scontenti di me.

Queste e simili parole diceva egli in aspetto di tanta compassione, che a molti circostanti s'imbambolavano gli occhi. Il guardacaccia, partecipe dei delitti del padrone, si ricordava benissimo come, anni fa, nel bosco avesse rapita quella signora: sapeva d'averla portata in castello: ma quivi era scomparsa, nè quel che ne fosse avvenuto lo sapeva egli, nè l'aveva cercato, non essendo questo affar suo: la credeva da un pezzo morta e sepolta. — Ma se (pensava egli), se la è viva tuttora, ed il padrone la conservò tanto tempo per finezza di vendetta, possibile ch'egli sia stato debole a segno da sventare in un sol punto l'opera di tanti anni? — Dal quale ragionamento venne a indurre che, o questa fosse un'astuzia del signor Sirtori, o veramente il moribondo avesse affidata a questo la chiave, perchè sotto a quella stesse chiuso il tesoro che la popolare credenza supponeva essere riposto in ogni castello.

Approfittò dunque della smania di don Alessandro per conchiudere una specie di capitolazione. — Ella vede come due e due quattro, che con questi uomini io posso tenere il castello per un mese: e intanto quell'altra se non è crepata, creperà. Pure, se tanto le preme d'entrare, io lascerò venire vossignoria co' suoi uomini nel cortile: quando sarà dentro, tratteremo più preciso; ma prima, sulla fede sua mi prometta di lasciare andare me ed i miei camerati con tutto quello che avremo indosso senza molestarci.