— Altro che! È morto il padrone, l'Orso.

— Che? saltò su il sindaco, lasciando cascare gli spigoni e spalancando gli occhi. Morto il padrone? Oh voi mi canzonate. Se l'ho visto io sta mattina, sano come un pesce.

— Tant'è: l'hanno ammazzato, rispondeva l'altro; e sono addietro che lo portano in su morto stecchito.

Intanto sopraggiungevano altri a confermare la notizia; onde Isidoro, fatto tanto di cuore, pianta lì sacco e gonnella, ed: — Animo, figliuoli: qui bisogna correre, se mai fosse bisogno di noi. E toltosi in spalla il forcone, si avvia più che di passo giù verso il bosco, e dietro altri ed altri, di mano in mano che ne incontrava, col badile, con mazzapicchi, con vomeri, con quel che prima capitava sotto le mani. Ma non andarono troppo, che il sindaco fermossi in sui due piedi, ed: — Alto là, ragazzi. Don Alfonso non ha figliuoli, eh?

— Sicuro di no, risposero ad una voce.

— Dunque (replicò egli), noi ricuperiamo la libertà.

— La libertà? — La libertà? ripeteano i villani, guardando un in viso dell'altro come chi ode una parola che non intende: e si stringevano intorno ad Isidoro.

— Senza dubbio (seguitava egli), la libertà. Perchè, non avendo egli nè figliuoli nè cagnuoli, questo feudo ricasca al re, e noi torniamo ad essere liberi come eravamo prima dell'ottanta, cioè a non obbedire se non al re, che Dio conservi. Queste cose io le so ben io, perchè è un pezzo che maneggio gli affari della comunità, sebbene sotto colui pesassi per un quattrino. Ma è finita questa vita da cani: ed ora, che vantaggio, ragazzi! che allegria! Se vi avranno a dar la corda, se avranno ad ammazzarvi, saranno i ministri del re, non costui, e...

— E non s'ha più a pagare? saltò su un padre di sei figliuoli, a cui l'esattore aveva portato via il pajuolo, perchè non si trovava un filippo da dare pel testatico.

— Ma che idee! ripigliava Isidoro. Pagheremo sì; però i nostri bezzi non se li metterà in tasca costui, ma anderanno in Spagna, dove ci sono i dobloni d'oro tanto fatti. Vivano i nostri privilegi! viva la libertà!