L'occhio di don Alfonso, che sopra di lui stava fissato, come lo vide dar volta, prese il luccicar cristallino e disperato di chi sente lo schianto del ramo cui s'era ghermito dirupando da una balza. De' cacciatori, alcuni guardandosi in faccia e dicendo, — Qui la più sicura è andarsene fuori di ballo, col pretesto di correre chi pel chirurgo, chi pel prete, se la batterono per la campagna. Gli altri si drizzarono verso il castello col guardacaccia, che tra via discorrendola de' fatti loro, diceva: — Sapete che? Il morto in sepoltura e il vivo all'osteria. Qui bisogna cercare salvezza e pagnotta per noi. In palazzo c'è degli zecchini a pala. Nemmeno il diavolo non ci tiene dall'andarci, e far bottino del bello e del buono. Quell'ammazzasette non verrà certo ad insultarci là dentro: ad ogni caso, per fare il bizzarro con noi vogliono essere altre barbe che la sua. I servitori che sono lassù n'avranno di grazia a tenerci il sacco; se no, sapete come si fa. Quanto a cotesti villanzoni, anime di sambuco, da me ne fo stare un centinajo. Poi colle bolgie ben in assetto e i nostri tromboni sul braccio, ce n'infischiamo di mezzo mondo.
Gli altri ad applaudire alle costui trasonerie; e fra tali smargiassate seguitavano la strada, concertando futuri delitti.
Nel bosco frattanto, attorno a don Alfonso erasi fatto il solenne silenzio che succede presso a chi sta sull'orlo del sepolcro. Donn'Emilia aveva ammanniti dei pannolini per fasciare la ferita: il vincitore, proteso in sulle mani giunte e a capo chino, lo contemplava in atto e con parole di sentita compassione: Cipriano gli sorreggeva la vita perchè stesse meno a disagio: — quel Cipriano che testè aveva tremato al superbo cipiglio di lui, ora ne sorreggeva la cascante persona, alitandogli sulla fronte ed esclamando: — Poveretto; nel mentre che la Brigita col grembiule gli tergeva il gelato sudore, e venivagli dicendo: — Si ricordi del Signore: si raccomandi alla sua misericordia che è infinita: faccia l'atto di contrizione: risponda col cuore alla Salve Regina, che io reciterò.
Oh soperchiatori!
Ma don Alfonso, sentendosi venir meno la vita, accennò che lo portassero appiè del tabernacolo. Ivi, levando le mani e gli occhi ondeggianti nella vicina morte verso l'effigie divota, — Ho profanato (diceva con debole e stanca voce), ho profanato il vostro terreno colla violenza e col sangue... Perdonatemi!
Era un richiamo delle antiche superstizioni, per cui più sentivasi rimorso dell'aver violato il sacro asilo, che non dell'assassinio tentato. E proseguiva: — Pure esaudite la mia ultima preghiera.
Si diede a cercarsi il petto, il che fu dagli astanti creduto in sulle prime quell'atto macchinale per cui i moribondi sembrano volersi aggavignare alle fuggenti cose del mondo. Si vide poi che ne traeva una medaglia ed una chiave, appese ad una catenella: baciò la medaglia, e additandola, coll'anelante voce disse: — Questa offeritela alla Madonnina. Voltosi poi al Sirtori, e porgendogli la chiave, — Qui sotto... nel gabinetto dietro la tappezzeria della mia camera... vostra madre... Andate voi... voi stesso a liberarla. E dopo alquanto, stringendogli la mano, — Voi stesso, ripetè. Protese le membra, boccheggiò; travolse le pupille, nè più si mosse.
Le donne diedero in un pianto: inginocchiati poi tutti recitarono il De profundis: indi i servi, recisi e rimondi dei rami, ne formarono una bara, sulla quale composto il defunto, si avviarono verso il castello. La Brigita e Cipriano, non sapendo finire di ringraziare la Madonna d'Imbevera e que' buoni signori, tornarono a casa con quel misto di gioja e di sgomento che succede ad un grave pericolo sfuggito, raccontando l'occorso, ma con tale ansietà e confusione che poco altro si comprendeva se non che l'Orso di Barzago era morto, morto come un santo.
La notizia non tardò a spargersi pel comune. Stava il sindaco scegliendo le più mature pannocchie di grano turco dal suo camperello, quando arriva uno tutto trafelato e: — V'ho a dire una nuova che rimarrete.
— Che cosa? è nato forse il vitello? domandò Isidoro.