L'ammazzare, insegna la legge di natura e di Dio, è sempre delitto: l'ammazzare in duello, insegna il mondo, è non solo lecito, ma lodato da quel punto d'onore, virtù di parata, che può associarsi a tutti i vizii e fin colla codardia.

Don Alfonso dunque, vistosi presentare il destro di riuscire al suo intento con un duello, spinse la provocazione sino al punto di farlo nascere, sì perchè sitibondo più che mai di sangue in quell'impeto; sì perchè disprezzava un giovane, non ancor avvezzo ad affrontare la morte, i cui riguardi stessi interpretava per vigliaccheria. Anche a don Alessandro parve gli tornerebbe ormai a biasimo il ricusarsi: finì di determinarlo l'ultima frase, ove sonava una di quelle verità, che suo malgrado sfuggono all'uomo nella foga della passione. Onde balzar di cavallo, impugnare uno stilo abbindolato all'arcione, e mettersi in attitudine, fu un lampo. Altrettanto avea fatto il nemico: ma quel furore non gl'impedì che, nel brandire il pugnale, ne accostasse alla bocca il pome, imprimendovi colle labbra convulse un bacio sul nome di Maria, che v'era niellato: indi si venne ai fatti.

Al primo vederli così inaspettatamente alle contese, le donne si misero fra loro, procurando attutirli: ma vista vana ogni opera, si raccolsero al tabernacolo, e quivi gettatesi ginocchioni, avvicendavano preghiere. L'occhio però, che alzavano supplichevole a quella che andavano chiamando cara Madonna, volgevasi ogni tratto per fermarsi sui due pugnali, terribile arma, che di sopra al capo dei due combattenti sfavillavano d'un lampo ferale. In entrambe le donne un solo era il voto, ma mentre la villana restava quasi fuor di sè ad uno spettacolo tanto insolito, sul volto di donna Emilia poteva, insieme all'angustia, notarsi una certa compiacenza al vedere il suo Alessandro mostrar coraggio e generosità, doti che sempre riescono gradite ad una dama, tanto più se le scorge in colui che è suo.

Il seguito del feudatario erasi rannodato da una parte; rimpetto si erano collocati i bravi del Sirtori, che cogli sguardi cagneschi ricambiando i cagneschi sguardi degli altri, parevano dire, — Eccoci qua, per qualunque caso, a darvi buon conto di noi. Cipriano che, durante il diverbio, a guisa d'una macchina avea voltato la faccia e la bocca a qual dei due parlava, ora, colle spalle sempre volte al tabernacoletto, e rispondendo sopra pensiero alle orazioni delle preganti, non dispiccava mai l'occhio dai combattenti, e colle braccia e con tutta la persona ne secondava i colpi. Poco lontano il Guercio e due altri bravi ustolavano e adocchiavano con ansietà; e si dicevano tra loro: — Sta a vedere che il padrone risparmia a noi la fatica di fargli festa.

— Mi pare piuttosto (soggiungeva il Guercio) che il giovane voglia risparmiare a noi la romanzina o peggio, che il padrone ci ha promesso.

— Mi rincrescerebbe (aggiungeva il terzo) a restare senza salario.

Infatti apparve ben tosto come il giovane sull'altro prevalesse. L'Isacchi era il toro inferocito, che assale ad occhi chiusi; l'altro, più freddo e cauto, colla sinistra dietro il fianco, la destra sporta, l'occhio fisso all'arma dell'inimico, mentre con quieta destrezza ne schivava o schermiva i colpi, pareva andar ritenuto per non trargli mortalmente, nudrendo ancora quella speranza che conserva un onest'uomo, strascinato contro voglia ad un tal passo, quella d'uscirne con nessuno o poco sangue. Don Alfonso, non aspirando che ad uccidere l'inimico, gli cacciò una puntata di sotto in su, ma l'altro fu lesto a dargli un mezzo riverso sopra il braccio destro, al tempo stesso che gli voltò una punta al petto, piegando ad arte lo stilo in modo di scalfirlo appena. Con meraviglia però incontrava un ostacolo, e s'avvide del giaco onde il feudatario aveva difeso il petto. Poco mancò che questo accidente non gli costasse la vita: perocchè il nemico, intento al proprio vantaggio, colse quell'istante per drizzargli alla testa una stoccata, che fece gelare di spavento le donne spettatrici. Se non che il Sirtori, stomacato di simile slealtà, e vistosi la morte a un pelo, fu pronto a togliersi la botta sul filo dritto del pugnale, e nel parare istesso, spinto innanzi il piè manco, gli pigliò il braccio per di fuori in guisa che d'un rovescio gli trafisse il collo.

Barcollò, cadde l'Isacchi: ma nello stramazzare gridò A noi, che era la parola concertata per l'assalto. All'intenderla, il guardacaccia a sbalzi lanciossi contro don Alessandro, esclamando — Assassinio, Assassinio: i tre in agguato sbucarono, sebbene con impeto minore: anche gli altri cacciatori parvero mettersi sulle offese. Cipriano, cedendo a quel primo moto che nei caratteri aperti previene la riflessione, era balzato dal suo asilo, sventolando il cappello e gridando a tutta gola: — Evviva! è morto; morto l'Orso.

Che l'ammazzare un altro, quant'è glorioso, altrettanto sia piacevole, nol credo: ben so che, al vedersi davanti un essere che dianzi pensava, parlava, operava, e che ora, per opera sua, trovavasi vicino a diventare un pezzo di materia, pastura di vermi, il nostro don Alessandro rimase qualche tempo in un'attonitaggine, che sarebbe potuta riescirgli funesta, giacchè lo lasciava esposto alla prima furia del guardacaccia. E questi gli si scagliava addosso; se non che Cipriano, pentitosi all'istante d'aver insultato un ucciso, e bramoso di riparare quella scappata, si precipitò attraverso ai passi dell'assalitore, mentre i buli del Sirtori tenevano testa agli altri, sinché il loro signore rinvenuto dallo stupore, gridò a coloro in tono di comando: — Abbasso le armi.

Furono parole magiche. Il guardacaccia si arrestò, ed, o fosse l'abitudine di obbedire ai cenni signorili, o la simpatia naturale e sovente disastrosa che pruova l'uomo per un esito fortunato, o l'irresolutezza che ben egli avvertì nei camerati, i quali, vili come tutti gli arroganti, al mirar caduto colui che di sua ombra copriva le loro ribalderie, si mostravano più disposti a pensare ai casi propri che a vendicare gli altrui, alzò la bocca dello schioppo, guardò di traverso il ferito, scosse le spalle e gridatogli — Ben ti sta; n'hai fatte abbastanza, soggiunse ai compagni: — Seguitemi.