— È lecito sapere qual sia la colpa di quegli sciagurati?
La collera aveva già invaso l'animo dell'Orso al trovarsi impedito nella giustizia, com'egli ed altri chiamavano la vendetta; onde, a guisa di sparviero che vede la colomba abbandonare il sicuro nido, egli vibrò l'occhio sulla fanciulla quando si scostò dall'asilo, nè punto badando al Sirtori, con un sogghigno ove mescevasi il pensiero atroce col pensiero lascivo:
— Ah! ah! (disse) ci sei venuta da te stessa, eh? Animo, cacciatori; essa pure è complice; pigliatela, e portatela dritto in castello.
Parve atto scortese e crudele al giovine cavaliero, prima il non rispondergli, ed ora il voler levare quella fanciulla dalle braccia d'una dama; onde, col morbido della voce mitigando un cotal poco la precisione delle parole, — Signore (esclamò) vorrei sperare che la cortesia e l'onestà di un cavaliero le fossero abbastanza conosciute.
Misurollo quell'altro con bieca guardatura, e: — Conosco i miei doveri, nè occorre che altri venga a dar il tono in casa mia. Poi tornatosi ai cacciatori che esitavano. — Su via (intimò): a chi dico: obbedite.
La Brigita ascondeva la faccia in seno alla dama, gridando: — No, no, per carità... per amor della Madonna... mi ajuti: pregherò il Signore per lei tutti i giorni... Poverina me! La mi ajuti, o piuttosto mi ammazzi. Cipriano, assediato nei suo asilo, non poteva che gridare, — la salvi, la salvi. — Salvala, diceva pure donn'Emilia, volgendosi al marito, bagnata di lagrime e resa più bella dalla pietà. Il Sirtori girò la briglia e, spinto il cavallo fra la donna e i rapitori, vibrando contro questi lo spuntone da caccia, intimò: — Indietro.
Chi ha visto come il fuoco divampi al gettarvi dello spirito, pensi che altrettanto avvenisse di don Alfonso a quell'atto. L'odio represso fin là sotto la maschera della cortesia, ruppe nella collera più furibonda, e: — Che? gridava con parole ammezzate dal singhiozzo dell'ira. Chi è tanto audace da frammischiarsi nella mia giurisdizione? Sono miei vassalli: hanno violato le mie leggi; chi si oppone è sleale al re. Indietro.
E difilatosi contro don Alessandro, gli pose la mano alla briglia del cavallo. Per quanto gravissimo fosse questo affronto secondo le idee d'allora, per quanto un cavaliero fosse dilicato nel punto d'onore ed anelasse l'occasione di mostrar valore ed ostentare maestria nel maneggio dell'armi, studio quasi unico dei nobili, pure la differenza di età, la situazione, l'ospitalità che ne riceveva contennero don Alessandro, che quanto più seppe pacato gli diceva di rimando: — Qualunque altro, ed in qualunque altro luogo si pentirebbe tardi d'avere intaccato la lealtà d'un par mio. Qui però, se ben vedo, non si tratta di giustizia; nè conosco legge o costumanza al mondo, che permetta di rapire una ragazza e di violare un luogo consacrato. No, finchè io sappia tenere un'arma in mano non permetterò mai che, dove io sono, si commettano soperchierie.
— Soperchierie? sciamò l'altro nel colmo della furia. Anzi soperchieria fai tu, arrogante fanciullo, a pretendere ch'io ti renda ragione del mio operare. Tu hai smentite le mie parole come fossero quelle d'un villano: ti ricambio la mentita e ti chiamo codardo e sleale, e te lo sostegno con l'armi. Mettiti in parata; chè mi sento cuore di farti provare come ferisca questa punta, che da un pezzo ha sete del tuo sangue.
Che il disegno dell'Isacchi fosse tutt'altro che di suscitare un alterco, abbastanza appare dalle precedenti disposizioni. Ma queste gli rimanevano scompigliate, sì dal trovarsi lontano dal posto dell'agguato, sì dall'avere intorno troppa gente per celare il fatto quanto fosse d'uopo alla impunità.