Il Sirtori, disceso molti scaglioni, trovato alfine il pavimento, ecco vi scorge disteso qualche cosa di nero: — Dio, Dio! che palpiti al cuore d'un figlio! — Accosta il lume: è una donna. Non la conosce: ma le parole del moribondo, ma una voce interna non gli lasciano dubitare chi ella sia. Ma ohimè! non si muove, non sente, non risponde alle parole di lui, che va gridandole: — Madre, madre. Se la leva in dosso, e su.

Pallido, sudato, coi capelli irti sulla fronte, rischiarato dietro dalle fiaccole, adombrato avanti dalla fumea non ben dissipata, quando ricomparve nel gabinetto recandosi sulle spalle quella infelice, che spenzolava come cosa morta, il sindaco diede indietro: il curato raddoppiò gli scongiuri: la sposa se gli gettò incontro, e sollevando il capo cascante della meschina, lo bagnava di lagrime dirotte. La posero a letto, la scaldarono, la soccorsero; non era morta. In quel corpo già estenuato da lunghi patimenti, il colpo rimbombato più fortemente nel sotterraneo, aveva sospesa non troncata la vita. L'impressione dell'aria e della luce, il calore, le assidue cure del figliuolo e della nuora, richiamarono i sensi smarriti: il cuore tornò a battere, il sangue a rifluire per le vene: tutta alfine si risentì, guardò intorno... Più non era la fetente oscurità, la desolata solitudine della sua tomba: rivedeva il sole, rivedeva visi umani, ed un giovane, che premendo il volto contro il volto di lei, andava ripetendo: — O madre, madre! sono Alessandro; sono il vostro figliuolo.

Lettor mio, non fosti tu mai in prigione? Dunque non hai gustato qual gioja sia il tornare da quelle angustie alla libertà, all'aria aperta, all'uso del proprio volere; dagli ozii penosi all'opere; dall'incompassione, dalle beffe, dal sospetto, all'abbraccio de' suoi fidati, al colloquio sincero e spensierato, alla pietà, all'onore, al credere, all'esser creduto, al riconoscere ancora l'uomo e la sua dignità. Pure a questa consolazione generalmente non si arriva che dopo gustati, giorno per giorno, minuto per minuto, gli ineffabili spasimi della speranza.

Ma per la signora Perego il balzare dall'eccesso delle angosce all'eccesso della gioja, era istantaneo. Addormentatasi in un terribile sogno, si svegliava al colmo della letizia. Da sì lungo tempo non vedeva altra luce che la fioca di un altissimo pertugio: da sì lungo tempo non udiva che qualche insulto scagliatole dall'Orso, insieme col pane: da sì lungo tempo non diceva altre parole, se non la preghiera che innalzava con fede a quel Dio, che sa tramutare in esultanza il dolore quando sembra più disperato.

Ripreso quindi il vigore, essa potè narrare come dal bosco d'Imbevera fosse stata rapita a quel castello: i primi giorni fu tenuta in cortesia; ma perchè costantemente resistette a minacce e lusinghe dell'osceno che le aveva trucidato lo sposo, egli, convertito l'amore in odio mortale, ingiuriatala di mille scorni, l'aveva sepolta in quel sotterraneo, dove non sapea dir quanto tempo, giacchè nulla numerava la monotonia de' suoi giorni, ma certo anni ed anni era vissuta, desiderando, invocando la morte, nè da alcuna consolazione confortata, se non dall'avere, tra gli impeti della collera del feudatario, compreso come di mano gli fosse scampato almeno il diletto suo Alessandro. All'intenderla, il vicario impietosito, diceva: — Affè, vossignoria può cantare col redivivo Giona: De ventre inferi clamavi, et exaudisti, Domine, vocem meam[5]. Il figliuolo piangeva dirotto, ad ora ad ora esclamando, — O madre mia, mia cara madre, quanto patire!

— Sì, rispondeva ella: sì, ho patito e quanto! Ma l'innocente che geme sotto la prepotenza ha un conforto inesauribile ove si volga al Signore. Io lo pregava di cuore; io pregava la beata Vergine dei dolori, che fu madre anch'essa, che essa pure ha perduto un figlio per l'iniquità degli uomini; pregavo non perchè finissero i miei tormenti, che nè tampoco lo speravo, ma per ottenere pazienza, ed allora sentivo mitigarmisi gli affanni.

Più minuto osservando, si conobbe come il sotterraneo rispondesse appunto sotto al letto del feudatario, che conservando viva la sua vittima, avea voluto sorsi a sorsi assaporare la voluttà della vendetta. Tenere in catena il suo nemico; sapere quel che ad ogni istante egli patisce: contarne, sto per dire, i gemiti ad uno ad uno, e questo nemico non avere altra cagione d'abborrirlo se non le ingiurie recategli, è squisitezza di piacere che voi non conoscete, non conoscerete mai, anime umane, e che solo alle sue privilegiate riserba il demonio[6].

Sull'usciuolo di quel sepolcro era delineato il teschio racchiuso nella gabbia, affinchè l'aspetto di quello condisse la vendetta, che là entro se ne stillava. Il Sirtori, esaminando la soglia, fece notare gl'ingegni, disposti in modo che dovesse dare il volo alla polvere sott'essa adunata chi vi entrava senza le precauzioni, note forse soltanto a colui che l'avea preparata. Il sindaco, che, per fare il dover suo, osservava ogni cosa finamente, non sapeva intendervi, e diceva: — Questa, non si può dubitare, è una mina. Ma come qui? e perchè?

— Era un colpo di riserva, rispose don Alessandro.

— E per chi preparato?... addimandò la sposa, e impallidì. — Il Sirtori impallidì anch'esso, e guardandola tacque.