La carcere d'allora non somigliava alle facili d'oggi, dalle quali si vien fuori «martiri» e deputati; ma era inasprita dai giudici stranieri, che con torture morali cercavano di costringere i patrioti a rivelazioni; e lasciava travedere in fondo il fosco profilo dello Spielberg o della forca. Cantù vi stette un anno: non isvelò sillaba di quanto sapeva; e quando uscì di là, il 14 ottobre dell'anno appresso, ebbe la consolazione che Romagnosi l'abbracciasse dicendogli: «Non temetti un istante della tua fermezza.»
Che fece in carcere? Gli sbirri non gli lasciavano nè carte, nè penne, nè libri: egli trovò modo in quella solitudine di farsi dell'inchiostro col fumo della candela, penne cogli steccadenti: e su carte stracce scrisse il romanzo Margherita Pusterla (uno dei quattro degni di formare il ciclo del romanzo storico italiano), dedicato a chi ha amato, ha sofferto, ha pianto.
L'Austria aveva tolto al Cantù la facoltà di insegnare, che è quanto dire di guadagnarsi il pane. Per fortuna incontrò il Pomba, che aveva in animo di pubblicare una Storia Universale. Lo scrittore lo intese: e invece di una compilazione, sulla quale il Pomba contava, ebbe un'opera vigorosa, potente, scritta con erudizione e con cuore, perchè vi ha impresso il carattere proprio. L'editore vi guadagnò le ricchezze, l'autore tanto da vivere indipendente.
Con entusiasmo Cantù descrisse la rivoluzione delle Cinque Giornate: e fu tra i giornalisti più operosi nel periodo dal marzo all'ottobre di quell'anno. Nella Guardia Nazionale raccomandava di prepararsi alle difese contro lo straniero: nell'Eco della Borsa in un articolo intitolato Il Prestito esortava i cittadini a provvedere l'erario esausto coll'offrire quanto era in loro potere: e un contemporaneo ci informa che «niuno fu sordo, specialmente nelle classi meno agiate,» e vecchi, e giovanette, e fidanzate si privavano dei vezzi d'oro e delle memorie più care per arricchire il pubblico erario.
Di questi tempi sono le pagine del Carlambrogio da Montevecchia, nelle quali, secondo l'avvertenza stampata nella prima edizione, «un uomo estranio a influenze di governo e a turbolenze di fazioni, avrebbe cercato di coltivare il buon senso del popolo, insinuarvi quelle idee di ordine e di saviezza che valgono sotto qualsiasi regime, ma che sono più importanti nella presente libertà.»
Tornati gli Austriaci, fu arrestato e proscritto, dalla Svizzera tornò dopo l'amnistia alla sua Milano, seconda patria. Qui lavorava, meritandosi le parole del Brofferio: «Mentre noi qui facciamo sucide gazzette, voi continuate a far buoni libri» (lettera 18 febbrajo 1855). Ed erano le monografie del Parini e del Beccaria, e cominciava la Storia degli Italiani, cui tennero dietro tante altre numerose opere.
Son viete ormai le accuse che gli furono mosse di aver caldeggiato la federazione italiana coll'arciduca Massimiliano; noi avemmo fra mani rapporti della Polizia austriaca di quei tempi, firmati da uomini dei quali oggi per pietà taciamo i nomi notissimi, che facevano proibire i libri del Cantù, perchè «miravano a mettere in discredito ed in disprezzo i sovrani di casa d'Austria, in favore della causa dei popoli oppressi della penisola» (testuale). Inoltre il Cantù stesso, quando ebbe contezza di quelle dicerie, scrisse direttamente all'arciduca Massimiliano perchè le smentisse: e quegli gli fece rispondere non badasse a siffatte voci che erano fandonie e calunnie. E siccome il Cantù insisteva, così l'arciduca gli rispose ancora di non sapere nè poter conoscere chi fosse l'autore di quella diceria che di nuovo qualifica per calunniosa. Questi documenti smentiscono i supposti accordi, fan ridicole le accuse.
Ma il tempo galantuomo ha cominciato a fare un po' di giustizia anche per lui, se il governo ricusa di adoperarlo; nel marzo 1883 una commissione di cittadini venuti da diverse parti d'Italia, gli offerse una medaglia d'oro, frutto d'una sottoscrizione internazionale, e si inaugurò la sua effigie in marmo nell'Archivio di Stato di Milano e a Brivio. Così si avverava il voto che Cantù esprimeva nel centenario del Muratori: «Amiamo gli uomini che lavorano per la patria e per l'umanità. Compatiamo ai difetti delle loro qualità, concediamo loro alcune di quelle piccole compiacenze, che da vivi valgono ben più che i monumenti da morti, lasciamo balenare ai loro occhi qualche raggio di quella gloria che non accende la sua face se non alle tede sepolcrali.»
NOVELLE BRIANZUOLE